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venerdì, 22 Gennaio 2021

Nucleare, il deposito nazionale della discordia

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Sono stati comunicati i potenziali siti per la sistemazione dei rifiuti radioattivi. Ben otto di queste localizzazioni, come deposito nazionale di scorie radioattive, sono state individuate in Piemonte. Due aree in provincia di Torino (Caluso-Mazzè-Rondissone e Carmagnola) e sei in provincia di Alessandria (Alessandria-Castelletto Monferrato-Quargnento, Fubine-Quargnento, Alessandria-Oviglio, Bosco Marengo-Frugarolo, Bosco Marengo-Novi Ligure, Castelnuovo Bormida-Sezzadio).

L’indicazione ha scatenato le proteste sul web e numerose reazioni nel mondo politico.

L’Italia è rimasto l’unico Paese europeo in cui manca un sito, unico e adeguato, di stoccaggio e smaltimento dei rifiuti radioattivi, rispetto ai trenta attivi in Europa. Si tratta di un’opera obbligata e siamo già in procedura di infrazione comunitaria per il nostro ritardo.

 Ma a quanto ammontano questi rifiuti radioattivi? Si stimano circa 95 mila metri cubi di cui circa 60% da impianti nucleari, mentre il resto è proveniente da attività di medicina nucleare e da usi industriali e di ricerca. Rifiuti che ora vengono distribuiti in decine di siti, ormai in saturazione, che spesso non risultano sicuri e adeguati per custodire questi rifiuti speciali per almeno 350 anni (tempo del decadimento). 

L’unico deposito, sicuro e controllato, sarebbe in grado di ospitare circa 78 mila metri cubi di rifiuti a bassa attività e lo stoccaggio temporaneo di circa 17 mila metri cubi di rifiuti a media e alta attività prodotti in Italia.

L’individuazione di un sito adeguato è una questione che si trascina da anni ma che in Italia è sempre stata rimandata. La Sogin (Società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi) aveva presentato la carta dei siti potenzialmente idonei nel 2014.  Da allora, tutti i governi l’hanno tenuta nel cassetto. Per i politici si tratta di un tema tabù, che alimenta polemiche e preoccupazioni e che certo non favorisce il consenso.

Per Federico Fornaro, parlamentare capogruppo di Leu alla Camera: “Fino ad ora  hanno preferito accantonare il problema mettendo la polvere sotto il tappeto, mentre questo Governo si è assunto la responsabilità di avviare il processo di individuazione del sito idoneo”.

Il sito dovrebbe ospitare prevalentemente rifiuti nucleari a bassa e media intensità, perché per quelli a più elevato rischio è previsto un sito di stoccaggio europeo.

Per il parlamentare Leu le critiche emerse sono spesso stucchevoli e immotivate in quanto “siamo all’inizio del procedimento e non alla fine e il Governo non ha ancora deciso un bel nulla e parte adesso la fase di ascolto dei territori che, se lo riterranno, potranno far valere le loro buone ragioni di contrarietà”.

Fornaro, sensibile sul tema anche in quanto alessandrino, chiede che nei criteri di scelta venga presa in considerazione anche quello della densità di siti compromessi (discariche, ecc.) e la presenza  nei territori di rilevanti aree in attesa di bonifica.

“La domanda – conclude il capogruppo di Leu – è se per l’oggi e per le prossime generazioni sia preferibile un sito di stoccaggio che mette in sicurezza i rifiuti oppure avere qualche discarica abusiva in cui qualche criminale sotterra questi rifiuti”.

I lavori del sito nazionale in discussione dovrebbero essere avviati nel 2025 e conclusi dopo quattro anni, con un’operatività di almeno 300 anni.

Umberto Minopoli, presidente Associazione nucleare italiana, rassicura sui livelli di sicurezza di questi depositi per almeno 300 anni e sottolinea come “In Europa, e dappertutto nel mondo, la scelta del deposito sia frutto di una vera gara tra territori per accaparrarselo mentre i governi italiani, per 6 anni, hanno evitato di aprire questa competizione”.

Per Minopoli si tratta di una grande opportunità economica e sociale già finanziata “La paghiamo con una quota degli oneri speciali sulle nostre bollette elettriche e con i fondi del Rf potremo ulteriormente alleggerire tale onere”. Un’opera che genererà importanti ricadute occupazionali ed economiche avvalorate dalla localizzazione di un parco tecnologico.

In ogni caso è una questione che non si può affrontare con la logica dello scaricabarile o pensando di mandare i rifiuti pericolosi sulla Luna o ad immergersi nella morbida superficie di Giove. E nemmeno attraverso quella triste via terzomondista che vede le spiagge del Ghana invase per decine di chilometri di pericolosa immondizia informatica e telefonica proveniente da mezzo mondo, dove decine di bambini cercano di staccare, svitare qualche cosa ancora vendibile.

Nel nostro Paese non si sono mai spenti gli echi per i tanti scempi legati alla gestione di rifiuti pericolosi con nomi come Venezia Porto Marghera, Acna di Cengio, petrolchimico di Brindisi che sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Per non parlare dello scandalo dei fanghi tossici gettati segretamente in mare della Montendison o per la rinominata “velENI”, così chiamata nelle lotte dei chimici per quanto un tempo si registrava nei suoi impianti. Per finire sugli infiniti guai ambientali a Taranto con l’Ilva.

Oggi il quadro è apparentemente più ottimistico ma tuttavia permangono perplessità che, localistiche o meno, non spariranno facilmente.

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