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lunedì, 22 Luglio 2024

Chi se ne frega degli Armeni. Il buffetto europeo per la fine del Nagorno Karabakh e le armi israeliane

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

La reazione europea alla conquista azera dell’enclave armeno del Nagorno Karabakh, con la fuga di 120mila abitanti allo stremo, si è limitata ad una risoluzione non vincolante di condanna per la pulizia etnica, con un sollecito agli stati membri per l’adozione di possibili sanzioni. Insomma nulla di serio e solo un buffetto contro quell’Azerbaijan diventato un importante partner per la fornitura di gas e petrolio in Europa. 

 Il blitz militare azero del 19 settembre (con un bilancio di 200 morti armeni, tra cui dieci bambini ), portato avanti con il supporto fondamentale di lanciarazzi, droni e cannoni forniti da Israele e Turchia, è stato per Baku un grande successo che ha messo, per ora, fine a un conflitto che, dal 1992, ha causato tre guerre che hanno insanguinato le montagne del Caucaso sul conteso Nagorno Karabakh.  Questo da quando, sulle ceneri dell’imploso impero sovietico, si sono formati i due stati caucasici in eterno contrasto: da un lato l’Armenia cristiana di soli 2.700.000 abitanti, ricca di storia e bibliche tradizioni e dall’altro l’etnocrazia musulmana azera (dieci milioni di  abitanti con una importante presenza scita), legatissima ai fratelli turchi.

Due realtà in eterno contrasto che portava alcuni politici azeri a definire gli armeni come un cancro da estirpare.

I timori di Erevan

Ora ad Erevan è forte la preoccupazione per le mai nascoste ulteriori mire espansionistiche del regime di Baku nell’area, dopo la recente azione che ha messo fine in un giorno alla presenza armena nel Nagorno Karabakh. Insomma l’appetito vien mangiando. Il leader azero Ilham Aliyev, che governa da oltre venti anni il paese con il pugno di ferro, (dopo il ventennio di potere esercitato dal padre Heyder Aliyev), non fa mistero delle sue mire sull’enclave azero del Naxcivan. Una repubblica autonoma chiusa tra Armenia, Iran e Turchia. Un approccio che vede la sempre più sprezzante Baku puntare alla realizzazione di un corridoio, detto di Zangezur, per collegarsi nel modo più breve con l’enclave azero. Questo operando sul territorio armeno indipendentemente dalle reazioni del debole governo di Erevan.

Nuovi equilibri internazionali.

Lo stato armeno sta vivendo un momento di grande difficoltà sul piano socio economico che politico. 

Sul fronte internazionale gli ex tutori russi, a parte un’azione assistenziale dei peace keepers, non hanno fatto nulla per frenare gli azeri nel lungo blocco che ha indebolito e preceduto l’attacco definitivo al Nagorno Karaback. Una Russia infastidita dalla crescente ricerca di sponde in occidente da parte di Erevan. In questo quadro solo la Francia ha manifestato la volontà di fornire armamenti all’Armenia, con cui vanta storici legami, per far fronte ad una situazione di oggettiva difficoltà del paese di fronte all’aggressività azera. Tanto più dopo l’esodo di oltre centomila terrorizzati armeni, cacciati e scappati del Nagorno Karabakh occupato dagli azeri. Un’operazione di pulizia etnica che non ha registrato alcuna solidarietà internazionale, in attesa dei trattati di pace previsti per novembre. 

“Accordi che dovrebbero ripristinare ordinarie relazione tra i due paesi” ha auspicato il primo ministro armeno  Nicol Pashinyan.  

Il nuovo quadro registra un avvicinamento tra Russia, Iran e l’Azerbaijan sempre legato ai fratelli turchi. Cambiamenti che stanno ridisegnando delicati assetti in quest’area con sviluppi  sugli  equilibri internazionali.   

 L’attenzione all’Armenia è vincolata dalla preoccupazione di Mosca di vedere sorgere una presenza filo occidentale in un’area strategica, mentre l’Azerbaijan non pare intenzionato a fermare la sua aggressività come dimostrano le esercitazioni militari in atto con la Turchia. 

 E’ da rilevare come Putin abbia  imputato gli ex alleati armeni di non aver voluto attuare quelle concessioni che avrebbero potuto evitare questo quadro che ha messo fine  alla storica presenza cristiana nel Nagorno Karabakh. 

Anche in questa vicenda caucasica non è mancata l’ipocrita abbondanza di affermazioni di pace e tolleranza mentre si continua a puntare di fatto su ulteriori annessioni, forte dei nuovi equilibri internazionali che, più che ai principi, vedono il peso delle forniture di gas e petrolio sul silenzio dell’occidente. Dopo tutto Baku ha giustificato l’operazione che ha portato alla fine dell’enclave armeno come un’operazione speciale antiterrorismo.

Armi Israeliane a Baku. Israele ha appoggiato in modo molto forte anche se riservato il regime di Baku in chiave anti Iran. 

Questo attraverso un flusso di moderni armamenti con la stella di Davide (droni e missili) preziosi per le riconquista del Nagorno Karabakh. Una vicinanza su cui ha certamente pesato l’oleodotto azero che, attraversando la Turchia, fornisce Tel Aviv di idrocarburi evitando il passaggio nell’ostile Iran.

Una collaborazione tra Tel Aviv e Baku con sviluppi sul piano economico e specie strategico (basi radar) che è evidentemente in contrasto con Teheran. In questo quadro erano stati rilevati prima del blitz all’enclave armeno diversi voli cargo azeri verso l’aeroporto civile e militare di Ovda vicino Elat.

Un discorso che vede Baku in piena trattativa con il governo italiano per fornirsi di sottomarini, aerei, missili che ben manifestano la volontà di porsi come soggetto sempre più influente e aggressivo nei nuovi equilibri dell’area. 

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