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venerdì, 12 Agosto 2022

Fornaro (Liberi e Uguali): “Non siamo i rancorosi che vogliono far perdere il Pd”

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Si respira aria nuova nella sinistra con “Liberi e Uguali”. Alla sinistra del Partito Democratico dopo anni di separazioni, conseguenza di atavici contrasti (basti ricordare quelli tra Comunisti italiani e Rifondazione), con una base sempre più delusa, attonita e frustrata, sembra quasi un miracolo questo ritorno all’unità tra diversi cosiddetti “cespugli” a sinistra del Pd. Un ritorno, quello che ha unito Sinistra Italiana, Articolo 1-MDP e Possibile che sta quasi miracolosamente rimettendo le ali ai piedi e nuova energia a tanti esponenti della sinistra che non si riconoscono nel renzismo e che potrebbe rappresentare un punto di riferimento per tanti militanti da tempo delusi e amareggiati.
Per la sua prima verifica con l’elettorato la formazione guidata da Pietro Grasso punta molto su Torino e il Piemonte. Su quanto si sta registrando all’interno di Liberi e Uguali, nel delicato momento della formulazione delle candidature elettorali abbiamo interpellato il senatore uscente del collegio piemontese Federico Fornaro.
Fornaro arriva da Castelletto d’Orba, provincia di Alessandria di cui è stato pluriconfermato sindaco dal 2004 al 2014 prima di diventare senatore nel 2013, come esponente dei Democratici di Sinistra e del Pd. Il 28 febbraio 2017 ha abbandonato il Partito Democratico aderendo ad Articolo 1 – Movimento Democratico Progressista, diventando vicepresidente e tesoriere del gruppo al Senato.
Per queste elezioni Liberi e Uguali punta molte delle sue carte su Torino. Con insistenza si parla di Laura Boldrini come più che possibile capolista sotto la Mole, ed è significativo che si siano fatti i nomi di Pietro Grasso e di Pier Luigi Bersani possibili candidati piemontesi per conquistare un seggio parlamentare.  Lei senatore uscente di questo collegio come vede la situazione?
Come è sempre accaduto nella storia repubblicana, Torino è considerata una delle piazze più significative e simboliche nel panorama nazionale. Credo quindi che anche Liberi e Uguali schiererà a Torino un leader nazionale per dare un segno di attenzione e presenza. Se arrivasse la Presidente della Camera, Laura Boldrini sarebbe la benvenuta. Così come Pierluigi Bersani, mentre credo che il Presidente Grasso sarà candidato al Senato in altra regione.
L’arrivo dei “pezzi da 90” nelle candidature piemontesi la potrebbe vedere dirottato in provincia. Si è parlato in tal senso dei collegi di Cuneo e Alessandria per la Camera o potrebbe rimanere sotto la Mole. Ha delle conferme o novità sul domino delle candidature in Piemonte?
Tutti i parlamentari uscenti – Giorgio Airaudo, Nerina Dirindin e il sottoscritto –  hanno dato la loro disponibilità a ricandidarsi sia alla Camera sia al Senato al fine di favorire una composizione delle liste, resa particolarmente complicata da questa pessima legge elettorale.
Più che di domino parlerei del cubo di Rubik, perché, giustamente, le liste oltre agli equilibri territoriali devono tassativamente rispettare le norme riguardante la presenza di uomini e di donne (massimo 60% di candidature di un genere nei collegi uninominali e capolista plurinominali).
Lei che vive in prima persona le “trattative” per la formazione delle liste trova che tutto questo nuovo afflato ed entusiasmo nel partito abbia riscontri nella discussione sulla formazione delle candidature per le imminenti elezioni?
Pur nel rispetto dei criteri e dei vincoli dettati dal Rosatellum, noi abbiamo cercato di rispettare l’impegno di ascolto e confronto con le realtà territoriali. Abbiamo organizzato assemblee aperte in tutte le province e un’assemblea regionale, tutte molto partecipate. Poi ovviamente sarà elaborata una sintesi finale dall’ufficio di Presidenza di Liberi e Uguali con l’obiettivo di ricercare la massima condivisione possibile e una adeguata rappresentanza delle culture politiche e degli stessi territori.
Sul rapporto con i cinquestelle la pensa come Grasso o come la Boldrini?  Un fatto non di poco conto sul piano politico specie ora che anche i pentastellati mostrano segni di cedimento nel loro “purismo isolazionista” in proiezione governativa. La querelle sul confronto con il M5S non potrebbe riaccendere le consuete polemiche anche tra compagni appena ritrovati?
Liberi e Uguali non è un partito personale né tantomeno una caserma ed è quindi un segno positivo il confronto tra idee sulle grandi questioni, compresa quella della migliore tattica nel rapporto con il Movimento 5 Stelle.
Sono d’accordo con Pietro Grasso quando afferma che non si possa rifiutare a priori il confronto con il M5S qualora si presentasse la necessità, evitando di lasciare loro in uno splendido isolamento che li mette al riparo dal rischio di vedere esplodere le loro contraddizioni interne, a cominciare dall’essere né di destra né di sinistra.
Al tempo stesso, però, credo sia giusto chiedere a Di Maio e ai dirigenti pentastellati parole chiare su temi quali l’antifascismo e i diritti civili; argomenti in cui l’opacità è stato il tratto dominante della loro azione politica e parlamentare in questa prima legislatura.
Liberi e Uguali pare molto lontano dall’idea, ora di moda, del “partito personale”. L’autorevolezza di una figura come Pietro Grasso, che si va imponendo come leader, ma certo non come padre padrone, e le necessità legate ad una fase nuova in cui bisogna per forza guardare avanti e non al passato secondo lei potrebbe dar finalmente corpo a un reale nuovo punto di riferimento, con un sano confronto interno tra le diverse sensibilità politiche, senza ricadere nella febbre dello scissionismo
Tutti e tre i leader delle formazioni che hanno dato vita a Liberi e Uguali nella assemblea nazionale del 3 dicembre scorso hanno riconfermato l’impegno affinché le elezioni del 4 marzo non siano la tappa finale, ma un passaggio intermedio per la costruzione di un unico soggetto politico, di un unico partito che si darà un suo statuto e democraticamente eleggerà i propri gruppi dirigenti. Abbiamo sempre criticato l’idea che per risolvere tutti problemi fosse sufficiente avere un uomo solo al comando e credo si debba essere coerenti e conseguenti.
Peraltro lo stesso Grasso in più di un’occasione ha detto di voler essere a capo di una squadra.
Così giustifica l’ottimismo che sembra prevalere oggi nel movimento.
Sentiamo crescere attorno a noi interesse, attenzione e simpatia. Sono in tanti quelli che ci dicono grazie perché adesso sanno per chi votare e in assenza di Liberi e Uguali avrebbero disertato le urne, molti per la prima volta. Di certo siamo l’unica novità di queste elezioni e abbiamo dato un’alternativa di voto ad alcuni milioni di elettori.
Lei che è sempre stato un uomo di sinistra (arrivando dal Psdi di Saragat e Romita), con la concretezza, la moderazione e l’esperienza della politica sul territorio, cosa l’ha spinto a sposare da subito Articolo 1 e ad abbandonare il Pd e come vede oggi e nell’immediato futuro il rapporto con il partito di Renzi e Gentiloni. Su questo piano sembra prevalere un dialogo pragmatico che non indebolisce, ma anzi pare rafforzare il nuovo soggetto politico di cui fa parte
La scelta di abbandonare il Pd per dare vita ad Articolo 1-MDP non è stata né semplice né facile, ma al tempo stesso giusta e necessaria. Era, infatti, in atto da tempo un abbandono silenzioso di militanti ed elettori critici verso le politiche economiche del Governo Renzi, vissute da molti come un vero e proprio tradimento dei valori fondativi della sinistra, per tutti l’abolizione dell’articolo 18 per i neo assunti. Con Articolo 1-MDP prima e con Liberi e Uguali adesso stiamo cercando di colmare un deficit di rappresentanza e anche un fossato sempre più largo tra la politica e i cittadini comuni. È vero che il Pd non è solo Renzi, ma quest’ultimo e la strenua difesa delle scelte del suo governo sono un fattore di divisione che ha reso impossibile un’alleanza elettorale perché per noi era ed è indispensabile una chiara e netta discontinuità con il recente passato su temi come, ad esempio, il lavoro, la scuola e la difesa e la tutela della sanità pubblica.
Sembrano molte le persone che stanno riscoprendo l’orgoglio di essere di sinistra condividendo o mostrando simpatia per il progetto di Liberi e Uguali. Non a caso nei nuovi assetti della formazione, più che l’adesione di sigle dalle rappresentatività ormai alquanto marginale, si registra un ritorno di interesse di protagonisti del mondo politico e sociale provenienti da aree e percorsi molto diversi in particolare dal mondo cattolico e dall’universo dell’associazionismo.
Nonostante quello che cerca di far credere la narrazione renziana, Liberi e Uguali non è un’accolita di rancorosi animati dall’unico obiettivo di far perdere il Pd. Al contrario Liberi e Uguali è un laboratorio politico per costruire una moderna sinistra che si confronta con le trasformazioni e le contraddizioni della contemporaneità, senza però mai perdere la bussola dell’uguaglianza e della partecipazione democratica alla vita della propria comunità. Liberi e Uguali nasce per includere non per essere guardiano dei confini identitari della sinistra, ricercando programmaticamente il contributo dell’associazionismo, del civismo e di altre culture politiche riformatrici come il cattolicesimo sociale.
Quale ritiene possa essere una soglia accettabile e raggiungibile come risultato elettorale?
Basta seguire un qualsiasi telegiornale o sfogliare un qualsivoglia quotidiano per capire quanto impari sia la competizione con gli altri tre poli (Pd, centro destra e M5S). Ci stiamo facendo conoscere e se sapremo consolidare l’interesse e la simpatia che si sta manifestando in queste prime settimane di vita di Liberi e Uguali un risultato a doppia cifra potrebbe non essere un miraggio.
Per lei cosa significa essere di sinistra oggi e cosa dovrebbe fare un movimento di sinistra che guarda all’Europa per riconquistare tanti giovani delusi mentre tutti prevedono come risultato certo un ennesimo boom dell’astensionismo?
La sinistra in tutta Europa è in difficoltà e sarebbe inutile negarlo. In molti paesi stanno crescendo movimenti anti establishment e la sinistra appare troppo legata al sistema, e quando è chiamata a governare dai ceti popolari è spesso percepita quasi una brutta copia della destra.
La sinistra deve semplicemente tornare a fare la sinistra, a rappresentare quelli che stanno pagando il prezzo più salato della crisi e della globalizzazione, deve tornare ad essere per dirla come Jeremy Corbyn “per i molti e non per i pochi”: non a caso il nostro slogan elettorale.
Lei che è di zone alessandrine dove la Lega è forte. Non ritiene però che Salvini e la sua politica basata sulla paura del migrante cominci a perdere qualche colpo?
Le elezioni in democrazia sono il vero misuratore degli umori profondi della nostra società e saranno quindi le urne a dirci quanto le campagne di odio della Lega avranno incontrato il consenso dei cittadini. La questione dei migranti e dei richiedenti asilo, invece, necessiterebbe di ben altro approccio che tenesse conto della complessità e del carattere epocale del fenomeno che andrebbe governato e non usato strumentalmente a fini elettoralistici.
Mi permetta in conclusione una domanda che esula totalmente dal discorso elettorale. Tra i numerosi incarichi  lei è segretario della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro. Dopo tanto tempo passato da quel drammatico 1978 lei ritiene che si possa ancora realmente arrivare a una verità senza omissis?
Credo che la Commissione Moro della XVII legislatura, presieduta da Beppe Fioroni abbia lavorato bene e oggi gli studiosi e i cittadini interessati abbiamo a disposizione una mole significativa di nuovi documenti che aiutano a comprendere una delle vicende più drammatiche della storia italiana. Certamente il racconto semi ufficiale dei 55 giorni – il cosiddetto “Memoriale Morucci” – è stato ampiamente smentito dal lavoro della Commissione e si può quindi perseguire la ricerca della verità storica con elementi e documenti assolutamente inediti, nonostante si sia lavorato a quasi quaranta anni dagli avvenimenti tragici di via Fani e di via Caetani.

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