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lunedì, 20 Maggio 2024

Assemblea Pd, qualche considerazione

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Giusi La Ganga

Per alcuni giorni ho preferito non azzardare valutazioni o previsioni sulla situazione del PD, in attesa dell’Assemblea Nazionale, che si è conclusa da un paio d’ore.
Adesso azzardo qualche considerazione, frutto anche di una full immersion romana, che mi ha consentito di parlare con molti parlamentari.
La sintesi delle conclusioni dell’Assemblea di oggi potremmo trovarla nelle parole di Franceschini che, citando Ecclesiaste 3, dice che c’è un tempo per ogni cosa. E oggi è il tempo per riflettere, per stemperare i contrasti, per costruire il futuro correggendo gli errori fatti.
La tenaglia Franceschini-Orlando-Cuperlo frena l’ossessione della ripartenza immediata di Renzi, a cui non resta che far buon viso e proporsi con una relazione sobria e schietta, umanamente apprezzabile.
Politicamente però Renzi (e gli va dato atto di coerenza e tenacia) non fa particolari autocritiche. Non aver spiegato bene la riforma, non aver gestito la presenza sul web, non aver capito in tempo la politicizzazione del referendum (errore questo monumentale) non sono infatti spiegazioni sufficienti della sconfitta. Manca la cosa principale: la piena consapevolezza che la crisi che investe tutti i Paesi occidentali, con l’esplosione di un populismo che da sinistra porta milioni di elettori a destra, affonda le sue radici nel fallimento delle politiche neoliberiste che i partiti socialisti e democratici dell’Occidente hanno accettato acriticamente, senza rendersi conto che minavano le basi sociali del loro consenso.
L’ondata populista colpisce tutti, ma, come si vede in Germania, Francia, Spagna e nella stessa Gran Bretagna, colpisce assai meno le forze di centrodestra, che mantengono, o stanno per riconquistare, il governo. Le forze di centrosinistra sono strette fra la necessità di sostenere grandi coalizioni anti populiste ovvero di rischiare la battaglia in campo aperto per riconquistare consensi elettorali un tempo consolidati, senza avere, per ora, idee e progetti nuovi ed efficaci. La sfida che le sinistre riformiste devono affrontare è quella di uscire da una sorta di alternativa del diavolo: subire l’egemonia della globalizzazione liberista ovvero riproporre le tradizionali politiche socialdemocratiche del secolo scorso, gloriose ma non più praticabili.
Di tutto questo c’è traccia negli interventi di Cuperlo, di Rossi, di Orlando, mentre non sono presenti, per ora, nelle riflessioni di Renzi. Che, anzi, ripropone uno schema fondato sulla sopravvalutazione del 41 %, inteso come una sorta di solida base da cui partire per la rivincita.
Un congresso servirebbe, così come può servire una conferenza programmatica. L’importante è che le esigenze contingenti non portino ad eludere le questioni di fondo, che, alla lunga, pesano di più di qualunque leadership, per quanto giovane o dinamica essa sia.
Molti hanno riproposto il tema della lotta alle diseguaglianze come base di qualunque rilancio. Condivido, alla condizione che non ci riporti indietro nel tempo. Senza politiche che facciano ripartire lo sviluppo, le aspirazioni ad una maggiore giustizia sociale rischiano di essere velleitarie e minoritarie.
Speriamo che nei prossimi mesi si sviluppi una discussione seria.
Qualunque ripartenza e qualunque rivincita partono da qui.

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