Appendino, le piste ciclabili, i monopattini e la ztl. «Un conto è favorire la mobilità sostenibile, un altro rendere stressante il transito in città all’automobilista».

Immaginare il passaggio tra un anno e l’altro con propositi e bilanci è un esercizio al quale tutti ci si sottopone, divertendosi tra oroscopi, nuovi stili di vita che consentiranno di incominciare gli anni venti con il giusto piglio ruggente, o semplicemente brindando, sperando di non farla troppo lunga a tavola.

Se però il passaggio negli Anni ’20 avviene a bordo di un taxi che ha da poco compiuto un anno di attività, se al volante c’è Paola Bragantini, deputata Pd della XVII legislatura, che racconta come la serata del San Silvestro sia quella nella quale si lavora meglio, allora i bilanci vien voglia di farli.

Paola Bragantini, dopo un anno, contenta di aver fatto questa scelta?

Contentissima. L’auto è un luogo intimo, ci si trova a condividere spazio e tempo anche se non ci si conosce. Spesso ai clienti capita di lasciarsi andare, di raccontare aneddoti. In fondo  ciò che viene detto, è confidato tra due persone che con molte probabilità non si incontreranno mai più, sono confidate al tempo che resta nell’abitacolo di “Parigi 12”, nell’anonimato. Al tassista compete la sensibilità di comprendere se il passeggero ha voglia di parlare e se preferisce stare in silenzio.

Che tipo di città può raccontarci, rispetto a qualche anno fa com’è cambiata?

È solo un anno che faccio questo lavoro e non sono quindi in grado di fare dei confronti andando molto indietro nel tempo, so però che in questo tempo è aumentata la voglia di parlare di sé stessi  e meno di argomenti come la politica: si parla del figlio che cerca un lavoro o del marito o ella moglie che non fa quello che dovrebbe fare. Condividono le vicende quotidiane. Spesso si lamentano.

Il torinese come sente la propria città?

La coglie ripiegata su sé stessa: c’è voglia di eventi, di iniziative che, secondo le persone, non sono abbastanza. Mancano molto i fuochi artificiali, ad esempio. Colgo una certa delusione. Certo i cittadini fanno delle proposte molto semplici, ma non tocca a loro risolvere i problemi. Devono però essre presi in considerazione, quando lamentano che anche aprire un dehor a Torino diventa difficile.

Ci si aspettava di più dall’amministrazione, secondo lei?

È banale chiedere a Paola Bragantini cosa pensa dell’amministrazione perché la risposta sarebbe facilmente intuibile. Ciò che esprimo e consegno sono le critiche, anche molto severe, di chi sale sul taxi. Sono persone che lamentano la difficoltà a vivere la città, e che scelgono di salire su un’auto pubblica per evitare ztl, strisce blu, una viabilità resa difficile da piste ciclabili realizzate non sempre con la giusta oculatezza e dall’ultima novità dei monopattini. Un conto è favorire la mobilità sostenibile, un altro rendere stressante il transito in città all’automobilista.

Insomma, il problema più grave della città è il traffico?

La viabilità, la difficoltà di circolare viene molto percepita dalle persone. Si sceglie il taxi perché non ci si può permettere di possedere un auto, perché non si ha voglia di buttarsi nel traffico con tutte le limitazioni, come il blocco del traffico, il “caro parcheggio”.

C’è il servizio dei mezzi pubblici, la metropolitana. Non crede che a volte si faccia solo fatica ad abituarsi a una nuova concezione di trasporto?

Guardiamo al pubblico del taxi: soprattutto il turno del mattino lavora con il trasporto di persone anziane, che deve spostarsi spesso per visite mediche, e che ai mezzi pubblici non riescono più ad accedervi. Per scomodità: il tram troppo alto, il gradino sul pulman che ostacola la salita, troppo caldo, troppo freddo, l’eventuale soppressione della fermata abituale di un tempo. Ci sono persone che si muovono in taxi perché hanno timore a farlo da sole, mi chiedono di aspettare che entrino in casa e io aspetto sempre. 

Ci sono storie molto originali, che ogni tanto scegli di condividere sui social, con il titolo di “Cronachette torinesi”. C’è un aneddoto che ricorda con più affetto?

Ricordo a bordo un giovane poco più che trentenne, che dal Brasile era di ritorno a Torino per qualche giorno. Voleva salire in collina per vedere se abitasse ancora lì la fidanzata di molti anni prima. Lui ricordava non benissimo l’indirizzo ma siamo comunque arrivati alla casa che cercava, ha suonato il citofono, non c’era nessuno. Ha chiesto a una vicina di casa che ha confermato che la donna viveva ancora lì. Mi ha chiesto un foglio di carta e ha scritto una lettera che gli ha lasciato nella buca delle lettere. Nel mio lavoro vedo scorrere flash di vita, che non saprò mai come vanno a finire. Non so se quella donna gli ha mai risposto.

Una storia che non si sa come va a finire è Torino 2021. Che ne pensa?

Capire come si tradurrà il disagio che c’è e che è abbastanza palese nei confronti di questa amministrazione non sarà facile. Guardando i sondaggi, possiamo certamente dire che saranno centrodestra e centrosinistra i due grandi contendenti della partita. Penso però che il malessere che sento nei confronti della giunta Appendino sia “prepolitico”. Il disagio è dovuto dalle cose che non funzionano, non è dovuto ai contenuti politici,non ce l’hanno col movimento cinque stelle, ma perchè non sono state date delle risposte adeguate a problematiche sentite, ad esempio proprio la qualità della viabilità e dei trasporti, che di fatto si traduce in accessibilità della città.

Facciamo un’ipotesi strampalata. Appendino ricandidata con una realtà civica e trasversale che mette insieme pezzi di centrosinistra, di moderati, di pentastellati. Una coalizione ipotetica che non lascerebbe fuori il Pd. O parte di esso… È fantascienza?

Se mi avesse chiesto quest’estate se avremmo mai governato coi Cinque Stelle, avrei risposto “assolutamente no”; ad agosto ci stavamo facendo un governo insieme e quindi non so più cos’è fantascientifico e cosa no. Non penso che questa esperienza di governo, considerato i partiti e le personalità che lo compongono, le progettualità che sono state messe in campo, debba ripetersi. Questa esperienza è stata negativa e non vissuta bene dalla cittadinanza. 

Però Appendino sembra aver deciso di correre per un secondo mandato, anche se dice che scioglierà le riserve in estate.

Per carità, Chiara Appendino è una donna in gamba, può certamente pensare di riprovare per continuare la sua esperienza, io glielo auguro, ma non qui a Torino.

Quando lei iniziò la sua nuova vita con “Parigi 12”, qualcuno insinuò che la sua scelta altro non era che un’idea molto astuta per fare una specie di lunghissima campagna elettorale permanente, personale, a tu per tu sul territorio, coi cittadini. 

Qualcuno mi ha detto che è stata un’idea fantastica per creare un personaggio, ma io francamente non avevo questo in testa. Avevo pensato semplicemente a un lavoro, che potesse darmi la libertà  di fare delle scelte anche quotidiane: guidare il taxi è un lavoro dignitoso, bello, che ti consente di non avere “padroni” che dispongono di te. Sei dipendente da te stesso. No, non ci ho pensato, ho quarantacinque anni: la vita riserva sempre delle sorprese.

Quindi sarebbe disposta a candidarsi sindaco della città?

Non ne ho l’ambizione, oggi sono serena. Penso però che la battaglia per le comunali debba essere combattuta fino in fondo quindi quello che posso fare affinché si arrivi ai cittadini con un proposta convincente, lo farò. 

Il sindaco giusto per Torino?

Sarà quello fatto di contenuti e non di parole, che agisce, che delibera, che sceglie. Che ha una precisa idea di città. Castellani è stato un grande sindaco, il migliore. Ancora dopo anni si raccolgono i frutti di quella svolta che ha saputo imprimere. 

Valentino Castellani era un “civico”. Ha ancora senso parlare di civismo o ci si appiglia solo quando la politica non sa più da che parte girarsi?

Ha sempre senso parlare di civismo, ci sono belle risorse e poi, a ben pensarci, tutti siamo stati civici prima di essere deputati, sindaci, consiglieri. Non si nasce politici, ma ci si impegna spesso iniziando proprio dal civismo che a torto, molto spesso, viene usato per frenare candidature che arrivano dalla politica. Civismo e politica devono andare sottobraccio, devono collaborare, non sono antitetiche né in conflitto.