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martedì, 28 Maggio 2024

Lenny Bottai, dal pugilato alla militanza politica: “Sempre dalla stessa parte”

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Matteo Mereu
Matteo Mereu
Segue le tematiche del lavoro da diversi anni. Alle spalle ha esperienze professionali da dipendente nella Pubblica Amministrazione, come partita iva poi, ora lavora nel settore privato.

Lenny Bottai, classe 1977, detto “Mangusta”, livornese DOC, pugile, ultras, militante comunista.

Quale delle tre vite è quella che ti rappresenta di più?

Direi tutte. A prescindere che nel pugilato vedo l’anima del socialismo, sono due persone di fronte che hanno scelto una sfida leale ed ad armi pari, e che devono sfidare prima sé stessi che il prossimo. Devono sacrificare tempo, corpo e anima per ottenere qualcosa che poi, può anche non arrivare. Devono affrontare le proprie paure e superare i propri limiti, dimostrare di avere un piano in testa.  Ma questa è una mia visione. Ad ogni modo amo sempre dire che l’atleta va sul ring ma si porta con sé anche l’uomo. Il professionismo poi richiede che vi siano entrambi, altrimenti qualcosa salta. Bisogna essere bravi per non sovrapporre i piani ma senza dimenticare che ci sono tutti e due.

Hai intrapreso la carriera nella Boxe ad alti livelli. Il pugilato quanto ha inciso nella tua crescita umana, prima che sportiva?

Il pugilato è un grande paradigma della vita, ti metti a nudo di fronte agli altri e se non capisci che devi prescindere da chi ti osserva diventi vittima di te stesso. Sul ring non si scappa, viene sempre fuori chi sei. Un vigliacco non diventerà mai un leone, viceversa idem. Un avaro non sarà mai generoso ed al contrario un generoso sarà sempre apprezzato per ciò che è anche nella sconfitta. Si cresce umanamente perché si è costantemente in crisi, e le crisi servono anche ad una crescita che è necessaria per superarle, oppure se non ci riesci hai la possibilità di imparare comunque. Poi ovviamente tutto questo è strettamente collegato alla persona e dalla coscienza che ha. Se ne ha. Però se non sai capirlo il ring prima o poi ti impartisce la lezione e ti rimette con i piedi per terra.

Sei un punto di riferimento per tanti giovani. Hai una lunga esperienza nella gestione di Palestre Popolari. Come funziona una Palestra Popolare? È uno strumento che aiuta a contrastare il disagio giovanile?

Beh, diciamo che con “sport popolare“ si intendono tante cose, in un certo periodo abbiamo anche creato un organismo nazionale per tentare di un uniformare chi aveva più o meno la stessa visione, poi c’è da dire che non coinvolgendo ambienti ortodossi tutto si è sfilacciato, ma il progetto era ottimo. Rimane il fatto incontrovertibile che con questa accezione si concepisce uno sport che in completa antitesi a quello promosso dai grandi mezzi di informazione come mercato. E ciò non significa che deve essere fatto in situazioni o con mezzi alternativi, ma semmai che la contraddizione va creata al suo interno, ricordando che un altro sport è possibile o magari addirittura vincente. È un po’ come quando si avevano i rappresentanti dei paesi socialisti alle Olimpiadi. Erano nello stesso circolo, nelle stesse competizioni di quelli imperialistico, magari pagati cento volte di più e con presupposti economici e politici assolutamente diversi, ma dimostravano che nello sport vince anche altro. Ed è  un momento rivoluzionario se vogliamo.

Dalle palestre agli stadi. Una vita da Ultras. Cosa pensi del calcio odierno? E del tifo organizzato? Ha ancora un senso?

Eh… tanti anni fa a Terni andavamo con i nostri compagni locali per denunciare che la fine era vicina. Nemico non era solo all’esterno ma anche e soprattutto all’interno. Purtroppo è stato un grande movimento che è imploso per i tanti limiti che lo hanno reso vulnerabile. Oggi vedo dei giovani che vorrebbero vivere quella stessa esperienza magica di auto-organizzazione ma sono fuori tempo massimo. negli anni 70 stare in curva era una cosa, negli anni 80 e 90, poi nel 2000 già iniziava ad essere necessario un piano di coscienza e capacità analitica che il movimento purtroppo non aveva. E questo ha pagato.
 

Abbiamo parlato della Livorno calcistica, spostiamoci sulla Città. Come vedi Livorno oggi?

Al di là dei giudizi ovviamente non positivi sui Cinque stelle, il 2014 è stato necessario per non vedere oggi Livorno ingoiata dalla deriva destrorsa che ha stritolato anche Pisa. possiamo anche dire che l’esperimento che il PD è stato costretto a fare in città, ovvero creare una coalizione e sostenere un sindaco “esterno” e non tesserato, è per quella bastonata che sinceramente ho anch’io favorito. Primo perché il Meet Up locale era ben noto che aveva gli anticorpi ad una infiltrazione destrorsa, secondo perché al ballottaggio si vota contro e non per, e quando una città ha bisogno di disarcionare l’imperatore non bisogna fare i puristi ma semmai utilizzare uno strumento fornito dal sistema stesso. rivendico ancora quella scelta e sono convinto che questi cinque anni hanno fatto bene alla città.
 

Il tuo impegno civile si è trasformato in candidatura alle prossime elezioni Regionali. Cosa ti ha spinto a spenderti in prima persona?  

A dire il vero il Segretario Generale, a parte gli scherzi, il fatto che questo partito ha bisogno di essere portato a conoscenza delle masse, e la mia figura può contribuire in una certa misura. C’è da riprendere il concetto di lotta di classe a 360° in ogni ambito per abbandonare la sostituzione della politica con la morale. Oggi serve uscire dalla polarizzazione offerta dai due fronti liberisti (destra e sinistra) e da quello che con la scusa del post ideologico ha rianimato entrambi in alternanza. Quindi, anche se le elezioni non sono il principale scopo del partito, lo sono nella misura in cui aiutano a conoscere ed aprire contatti nuovi. Poi ovviamente danno un riscontro oggettivo della risposta delle masse alle nostre idee e proposte.

Dalle elezioni all’impegno militante. Dalla scorsa estate hai l’onere di guidare la Federazione del PC livornese. Nella città che ha visto nascere il Partito Comunista Italiano, senti il peso della responsabilità?

Pochi giorni fa siamo stati a commemorare la scomparsa di tre giganti, i compagni Barontini, Frangioni e Leonardi. Ilio “Dario” Barontini fu il primo segretario del PCI a Livorno, mi sono sentito un nano che metteva le scarpe nelle orme di un gigante. Certo, in qualche misura ho dovuto e ancora ci sto lavorando, limare aspetti del mio carattere, sono un dirigente e da tale mi devo comportare, ma mai senza snaturarmi, perché alla fine come mi ha detto Marco (Rizzo ndr) la mia forza è essere semplice e arrivare per come sono. Schietto, diretto, popolare. Penso che il Nostro partito deve imporsi questa dinamica per riuscire a parlare ai tanti che la politica non la stanno più a sentire, e per ora, i miei riscontri dicono che è la strada giusta.

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