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domenica, 20 Settembre 2020

La lealtà di Enrico Berlinguer

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Michele Ruggiero
Michele Ruggiero
Giornalista professionista, vive e lavora a Torino. Presidente dell'associazione la Porta di vetro, è autore di numerose pubblicazioni, le ultime in ordine di tempo: Ricordi vita e pensiero in monsignor Luigi Bettazzi (coautore Luca Rolandi), Una vita da secondo (coautrice Alessandra Demichelis), Il terrorismo, testimonianze nella memoria di chi l'ha vissuto, "Pronto, qui Prima linea" (coautore Mario Renosio). Collabora con il settimanale della Curia torinese La Voce e il Tempo e con la rivista TorinoStoria.

Quando la sera del 17 giugno del 1984 si avvertì che il risultato delle elezioni Europee avrebbe prefigurato il sorpasso del Pci sulla Dc, il pensiero corse a Enrico Berlinguer e alla sua drammatica scomparsa, esattamente 35 anni fa. Da Botteghe Oscure a Roma alla più lontana sezione delle periferie, dominò la sensazione che quegli 11 milioni e 714 mila voti fossero l’effetto dell’ultimo regalo del leader comunista al suo partito tanto amato. Nessuno se lo nascose. Era impossibile.

I dirigenti di vertice sapevano perfettamente l’impegno da lui profuso durante l’intera campagna elettorale, e chi ne aveva chiesto la presenza, si era reso conto quanto avesse chiesto al suo fisico.

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A Padova, all’ultimo comizio del 7 giugno, Berlinguer vi arrivò provato, stanco, debilitato da una notte insonne e vani erano stati gli inviti dei compagni a lui più vicini di accompagnarlo all’ospedale per una visita di controllo. A tutti oppose un ostinato, cocciuto sardo rifiuto.

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Il Pci ottenne il 33,33 per cento in una elezione la cui partecipazione al voto superò l’82 per cento. Una cifra che oggi ci appare impressionante. All’epoca, invece, era la normalità. Tre anni dopo, alle politiche, l’affluenza sfiorò il 90 per cento. Ma il Pci regredì addirittura di 7 punti in percentuale alla Camera e di cinque al Senato.

Di Berlinguer rimanevano i ritratti nelle sezioni, quella bellissima immagine di lui in barca a vela, ma lo stile e l’etica della sua politica erano ormai al tramonto all’interno del Pci, nonostante la “resistenza” fuori corso di Alessandro Natta, che ne aveva preso il posto.

Il craxismo cominciava a diventare egemone anche sulla mentalità dei dirigenti rampanti di Botteghe Oscure per i quali il passo falso del 1987 costituì l’alibi per liberarsi del segretario Natta, prima ancora che la malattia lo mettesse fuori gioco.

Fu proprio Natta a denunciare, per il metodo usato nel defenestrarlo, la mancanza di lealtà da parte dello stato maggiore di giovani colonnelli che si era raccolto attorno ad Achille Occhetto. Comprensibile per chi era abituato alla lealtà che Enrico Berlinguer ispirava e aveva saputo trasmettere dal primo giorno in cui era diventato il numero uno del Pci, nel 1972.

Una lealtà che era diventata patrimonio della sinistra, merce destinata a diventare sempre più rara, man mano che i valori fondanti di una comunità venivano trascurati e dimenticati per cedere il passo al potere per il potere, giudicati obsoleti se non a parole con i fatti, girandosi dall’altra parte delle ingiustizie sociali, seguendo un comportamento che avrebbe germinato ipocrisia verso le masse e un distacco snobistico o quasi da esse.

L’opposto della lezione ricca di umiltà e di umanità che fu di Enrico Berlinguer.

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