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mercoledì, 22 Maggio 2024

Il nuovo capo dello Stato è un garante della Costituzione

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato eletto alla quarta votazione, con una maggioranza di voti che è più che eloquente. In circostanze come questa contano soprattutto i numeri e le svariate letture del passaggio di voti, nel segreto delle urne, dallo schieramento del “No” a quello del “Sì” di un non indifferente gruppo di grandi elettori, lo lasciamo ai professionisti del retroscena, dell’intrigo, dell’avvelenamento continuo della vita politica italiana. Il tempo ci dirà.
Oggi abbiamo saputo direttamente dalla viva voce del capogruppo in Senato di Forza Italia che nel “patto del Nazzareno” non era mai stata inserita l’elezione del capo dello Stato, poiché il discorso aperto tra Berlusconi e Renzi aveva sempre riguardato le riforme costituzionali e la legge elettorale. Il che non può che non fare piacere.
Il senatore Romani con altri suoi colleghi del vertice forzista per giustificare la loro avversione a Mattarella si sono aggrappati al metodo usato dal segretario del Partito Democratico; il quale, tra l’altro, aveva ripetutamente dichiarato che avrebbe reso noto il nome del candidato della sua parte politica, alla vigilia del voto. Si sono arrampicati sugli specchi per motivare il rifiuto del nome di Mattarella anche i grillini come la Lega e Fratelli d’Italia, i quali non sono riusciti a dare una ragione logica al loro comportamento. Nelle chiacchiere del Transatlantico hanno ironizzato sulle radici democristiane del neo presidente rispolverando un’antica battuta: «non vogliamo morire democristiani».
Poiché mi è giunta telefonicamente da parte di alcuni antichi amici radicali e di alcuni compagni del mio vecchio Partito Comunista Italiano vorrei soffermarmi su questa lettura da non pentito che riguarda proprio il profilo di Mattarella, sul quale tutti gli intervenuti nelle chilometriche e un po’ ripetitive maratone televisive hanno detto «nulla da eccepire».
Ho conosciuto personalmente Sergio Mattarella quando ero deputato a Montecitorio. Per cinque anni ho lavorato con lui nella prima commissione Affari Costituzionali della Camera e ho avuto modo di apprezzare le sue doti in materia costituzionale, le sue aperture al dialogo e al confronto, la sua modestia caratterizzata dalla totale mancanza di solipsismo, di protagonismo, di Io ipertrofico, oggi purtroppo tanto presenti in tutti i settori della vita politica del nostro Paese.
Nella scomparsa Democrazia Cristiana faceva parte della sinistra, in sintonia con il gruppo di Aldo Moro e Benigno Zaccagnini. Ai nostalgici, super vetero, amici o avversari della Dc (come io sono stato) voglio ricordare che il partito dello scudo crociato era formato da uomini e donne, giovani e anziani, con diverse basi culturali, politiche, sociali e morali, legati dalla comune fede cattolica. Si differenziavano però tra progressisti e conservatori, onesti o corrotti e, perché non dirlo, reazionari e mafiosi come Salvo Lima e Vito Ciancimino.
Sergio Mattarella senza esitazioni non 1980 prendeva il posto nella battaglia politica del fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia, assassinato dai mafiosi su commissione dei potentati politici, perché aveva parlato di aprire al Pci, per meglio combattere la mafia. La Dc siciliana venne commissionato: Sergio Mattarella venne chiamato con Leoluca Orlando a ripulire le liste democristiane dagli uomini di don Vito e sostenne la “primavera di Palermo”, quando nel 1987 la nuova giunta comunale del capoluogo totalmente rinnovata venne eletta con i voti esterni dei comunisti e come vicesindaco un indipendente capolista del Pci.
Infine non si può dimenticare che il nuovo capo dello Stato si è dimesso da ministro perché contrario al provvedimento del governo di cui faceva parte sfacciatamente a favore delle televisioni di Berlusconi. Presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, anche lui democristiano, qualche anno dopo processato per concorso esterno alla mafia. Reato accertato dal Tribunale, ma cancellato per prescrizione. Mafioso sì, ma prescritto. Tra il democristiano Giulio Andreotti e il democristiano Sergio Mattarella qualche distinguo ci sarà stato.

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