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sabato, 24 Febbraio 2024

“E’ un Giorno della Memoria offuscato”. Monaco buddista scrive a un rabbino di pace e genocidio

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

“Chi si sarebbe mai aspettato un accusa di genocidio nel giorno della memoria rivolta allo Stato d’Israele?

La lunga lettera a un rabbino, nel giorno della memoria, che alleghiamo integralmente, è del monaco buddista Bhante Dharmapala(Claudio Torrero). Ex docente di filosofia di Lanzo torinese. 

“Ho rapporti profondi con persone del mondo ebraico e del mondo musulmano in Italia.  Sento intimamente quello che vivono e, 

un evento del tutto inaspettato come l’accusa di genocidio, ora al vaglio della Corte dell’Aja, (che ha appena accolto in parte l’appello lanciato dal Sud Africa, n.d.r.), deve impegnarci tutti in una profonda riflessione”

è quanto ci ha dichiarato il monaco, fondatore e presidente dell’associazione interreligiosa Interdependence, impegnato da tempo, con grande passione e concretezza, nella promozione del dialogo interconfessionale.  

Un importante contributo da parte di un uomo da sempre impegnato nel  costruire ponti, dialogo e pace nel  dialogo interconfessionale.    

Lettera a un rabbino

Stimatissimo Rabbi, mi consenta, nel Giorno della Memoria, qualche parola non di circostanza. Non Le chiedo se non l’ascolto, come normale tra persone che sinceramente amano la verità senza pretesa di possederla, nonché la giustizia che vi è connessa. La veste in cui Le scrivo è quella di un monaco buddhista, con l’umiltà di non voler rappresentare alcuno ma di semplicemente esprimere un sentimento che avverto sempre più comune. Un sentimento che non è in me disgiunto, ma anzi alimentato, dal profondo amore che ho per la tradizione ebraica, che peraltro, in quanto occidentale, non posso che trovare alle radici del mio essere.

So quanto sia per Lei motivo di particolare sofferenza il fatto che quest’anno la Memoria paia offuscata, e come rigettata nell’incertezza, da qualcosa che mai ci saremmo attesi. Lo Stato che alle sue origini pone la Shoah, per la quale nel diritto internazionale fu introdotto il crimine di genocidio, è a sua volta accusato di quel crimine. Questo evento ha nella coscienza collettiva un effetto straniante, e ci pone di fronte a una possibilità vertiginosa. Se quell’accusa si dovesse concludere che è fondata, e la giustificazione di tutto un processo storico venire meno, non ne verrebbe compromessa la Memoria stessa, lasciando riaffiorare incontrollato l’incubo al quale sembrava porre argine? 

Io so bene che questo è ciò che La tormenta, e che affligge nel profondo la coscienza ebraica. Lo so per la vicinanza a qualcuno che me l’ha potuto far capire, e anche perché, sul sentiero del Buddha, ho imparato ad avvertire con intensità la sofferenza altrui, e anche proprio la paura dell’annientamento. In lingua Pali si dice Anicca, ovvero “impermanenza”, ed è il continuo cambiamento, e anche la morte, che caratterizza l’esistenza. Ebbene, non potrò mai scordare, dopo il 7 ottobre, di essermi sentito dire: per noi Ebrei l’impermanenza ha un particolare significato. La prego di credermi che capisco bene, e che farei qualsiasi cosa perché tutti capissero.

Ecco, stimatissimo e caro Rabbi, mi consenta di esserLe vicino in questa vertigine, di sostare accanto a Lei e a tutto il Suo popolo sull’orlo dell’abisso. Siamo ben al di là della politica e di ogni considerazione relativa a quel che è giusto e quel che non lo è nella vita collettiva, eppure è con questo abisso che tutto ciò dovrebbe confrontarsi per trovare il suo senso autentico. L’umanità intera dovrebbe saperlo da quasi ottant’anni quanto meno, da quando la distruzione di ogni vita si è manifestata nel cielo di Hiroshima, ma gli Ebrei si può dire che lo sappiano da sempre, e sta forse in questo il senso di quel che è così difficile da intendere: cioè la loro elezione. Come se attraverso voi fossimo costantemente richiamati a una verità profonda della condizione umana: ed è di fronte a quell’abisso, che non consente illusioni e tanto meno idoli, che la politica e tutto il resto vanno commisurati. 

Mi consenta, non per insegnarLe alcunché ma come per dar voce a quel che Lei sa bene, di dire che essere Ebrei è mettersi in marcia nel deserto, dopo aver abbandonato le rassicuranti ancorché imprigionanti certezze. È obbedire alla chiamata, incamminarsi nell’ignoto, uscire da se stessi e in questo uscire ritrovarsi. È attendere, ma ancor più accogliere l’inaspettato, trarne insegnamento e farsene guidare.

Non mi chieda a questo punto, caro Rabbi, se l’accusa rivolta allo Stato di Israele abbia a mio avviso fondamento. So che vorrebbe avere rassicurazione, e sentirsi dire che, tecnicamente, di genocidio non si tratta – al che dovrei ribattere che le cose, nella storia come nella vita, non sono mai uguali e che, come è stato detto, la questione palestinese è il peccato originale di Israele, e adesso questo nodo viene al pettine. Ma quel che vorrei dire è ancora altro. Cioè che, indipendentemente dal verdetto, ammesso che un giorno venga pronunciato, è importante proprio il fatto che l’accusa sia stata mossa, e ancor più l’identità dell’imputato e quella dell’accusatore.

Da una parte infatti, sotto questo aspetto, proprio quel che ha prodotto smarrimento, cioè che il crimine di genocidio sia imputato all’entità statale che dal genocidio subito ricava la sua più forte legittimazione, mostra il valore davvero universale del ripudio di quel crimine. Così non sarebbe infatti se il soggetto in relazione al quale è stato formulato fosse esonerato per principio dal risponderne: e correttamente infatti lo Stato di Israele non ha rifiutato di presentarsi alla Corte dell’Aja per sottoporre le sue ragioni. 

Non è stato abbastanza osservato quanto questa scelta sia importante. La politica dell’attuale governo israeliano e anche quelle del passato, fino alle origini del movimento sionista, sono su un certo piano, rispetto al quale si deve poter discutere liberamente; su un altro è l’orizzonte di senso in relazione al quale tutto quello si giustifica, ed è a questo livello che un ruolo centrale spetta alla Shoah. Ebbene, penso sia evidente che è questo secondo piano che non deve venire compromesso. La Memoria deve conservare intatto tutto il suo valore, quand’anche discutibile sia il comportamento di chi vi si riferisce. Mai più, davvero, per nessuno e da parte di nessuno.

Non meno importante è l’identità di chi ha promosso l’accusa. Al Sudafrica andrebbe oggi riconosciuto un prestigio morale senza forse paragoniLa maggioranza nera, a lungo sottoposta all’apartheid, ha saputo uscirne senza la vendetta che sarebbe stato lecito aspettarsi. Attraverso un processo di pacificazione, in cui le vittime sono state poste a confronto coi carnefici, quando questi ammettevano i loro crimini, li si poteva perdonare. Non c’è stato bisogno di alcuna Norimberga.

So bene che questo è fonte di imbarazzo, perché il Sudafrica ha da tempo accusato Israele di sottoporre il popolo palestinese a un regime analogo a quello dell’apartheid. Ma nuovamente, prima di stabilire quanto ciò sia vero, e anche correndo il rischio che lo sia, occorrerebbe guardare a quel che è più importante. 

Sul piano di quell’orizzonte in cui è il senso delle nostre azioni, non c’è nulla che sia in contrasto con la Memoria, e si potrebbe anzi vederne lo sviluppo fecondo. Mi consenta di esprimere tutta la mia personale consonanza con quell’amore per il nemico che venne predicato dall’ebreo Gesù, e penso di essere al di là di ogni sospetto se vi scorgo un ineguagliabile valore universale umano, che assolutamente non va separato e tanto meno contrapposto al complesso della tradizione ebraica. 

È con gli occhi di quest’ultima che l’umanità ha imparato a riconoscere il lato oscuro della storia, ad ascoltare il grido dell’oppresso, a perseguire non la propria particolare affermazione ma la dignità di tutti. Ed è questa la radice più preziosa di ciò che è stata ed è la civiltà occidentale – una civiltà che può dover accettare oggi di rinunciare a un ormai non più giustificabile predominio, ma non di separarsi da quella radice, e deve farne anzi dono a tutti. Sapendo che ogni tentativo di estirparla minaccia l’umanità di precipitarla nel disumano.

Rabbi carissimo, comprendo bene la paura che sta vivendo, insieme a tanti Ebrei nel mondo. Mi consenta però di esortarLa ad aver fiducia. La plurimillenaria storia del Suo popolo testimonia di soluzioni non previste, che scaturiscono da situazioni in cui tutto pare compromesso. 

Noi siamo ormai da molti anni in ciò che è stato definito “guerra mondiale a pezzi”, i cui frammenti si vengono progressivamente riunendo in un quadro che vede sempre più isolato l’Occidente di fronte alla gran parte del pianeta. Ebbene, non è stupefacente che, proprio ora che si è, drammaticamente come non mai, all’improvviso riattivato il conflitto in Medio Oriente, e proprio lì sembra addirittura combattersi la battaglia decisiva; non è stupefacente che una questione che vi è inerente, ed è di capitale importanza per la coscienza planetaria, venga portata a una corte internazionale la cui autorità tutti mostrano di riconoscere? 

La prego di prescindere per un momento da qualsiasi giudizio nel merito, e anche da ogni considerazione circa l’uso che della cosa inevitabilmente venga fatto dalle diverse parti in causa. Provi a prescindere da tutto ciò, quindi anche dal Suo coinvolgimento, e consideri semplicemente quel che mi permetto di suggerire. 

A Norimberga vennero giudicati i responsabili ancora in vita del genocidio per antonomasia, dal quale il concetto stesso è stato ricavato. Fu un atto solenne, che si volle soprattutto far coincidere con una presa di coscienza irrevocabile, con tuttavia due limiti ben evidenti. 

Il primo è che, senza in alcun modo sminuire le loro colpe, a sedere sul banco degli imputati erano i capi di una potenza sconfitta, e il verdetto era già stato in fondo scritto sui campi di battaglia – non era dato indagare infatti eventuali crimini da parte dei vincitori. Il secondo limite era nel fatto che l’evento, in tutta la sua immane portata, si era comunque irrimediabilmente compiuto. Si poteva solopunire i responsabili, che era ben poca cosa rispetto all’accaduto. E si poteva naturalmente coltivare la Memoria, come attenzione costante, da rinnovare di generazione in generazione, all’abisso in cui ogni cosa buona è pur sempre a rischio di precipitare. 

Del tutto diversa invece è la situazione odierna. Il genocidio non è un fatto compiuto, bensì un processo di natura controversa, che Israele è accusato di porre in atto non da adesso ai danni della popolazione palestinese, mentre invece lo Stato ebraico rigetta l’accusa sui suoi nemici, accusandoli di perseguire il suo annientamento. La Corte dell’Aja si trova dunque non a emettere una sentenza rispetto a un fatto in sé compiuto, sia sotto l’aspetto del crimine in senso stretto, sia sotto quello dei rapporti di forza che consentono di definirlo inequivocabilmente tale. Si giudica insomma un evento in corso, interno a una vicenda il cui esito è ancora aperto, coi rapporti di forza che si vanno definendo, contribuendo evidentemente a indirizzarla. Il che può apparire poco attendibile per chi abbia del diritto internazionale una visione astratta, dimenticando che non può prescindere da rapporti di forza in un modo o nell’altro predisposti; ma al contrario potrebbe risultare interessante vedendovi il processo di definizione, non solo del quadro giuridico del futuro, ma prima ancora dell’orizzonte di valori che deve esserne a fondamento. E, se tale processo non si può non concepirlo come parte della guerra in corso, è notevole d’altra parte che quest’ultima possa avere al suo centro un confronto sui criteri che debbono regolamentarla, e implicitamente regolamentare l’intera convivenza. 

Si deplora spesso che la guerra sostituisca a ogni quadro etico e giuridico i rapporti di forza espressi nella forma più brutale, e non si dovrebbe allora constatare con sorpresa che la guerra viene effettivamente oggi sottoposta a un giudizio di tipo etico? Al di là, lo ripeto ancora, di ogni considerazione in merito, non è notevole che la Corte dell’Aja venga nei fatti a rappresentare una sorta di tribunale della coscienza morale umana, che interviene a orientare gli eventi mondiali? 

Mi perdoni, mi sono addentrato in considerazione che ci portano lontano, e Lei vorrebbe forse tornare alla drammaticità del momento che viviamo, in rapporto più che mai con quell’abisso al quale la Memoria riconduce. E allora davvero mi consenta di esserLe vicino, come amico sincero, come essere umano, come persona su un cammino spirituale. Mi consenta di accogliere tutta la sofferenza che avverto in Lei, di sentirla come se fosse mia. Lasci però soltanto esprimere una preghiera: non chiuda il cuore alla sofferenza altrui.

 Bhante Dharmapala (Claudio Torrero)

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