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domenica, 19 Maggio 2024

Chi sono i veri responsabili delle rivolte nelle periferie

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

È esplosa in alcune città italiane la rivolta delle periferie abbandonate al degrado per la mancanza addirittura in alcuni casi delle urbanizzazioni primarie come le strade, le fognature e l’illuminazione pubblica.
In alcune città il tutto è stato esasperato dall’insediamento in quelle zone di campi rom autorizzati e clandestini, di centri di accoglienza per profughi fuggiti dai loro Paesi africani e mediorientali, dove infuria la guerra tra etnie diverse e governano regimi dittatoriali.
È una storia che si ripete con protagonisti diversi, ma che ha come comun denominatore la lotta tra i poveri, tra appartenenti alle classi sociali più disagiate al limite della disperazione. Il fenomeno ha alla radice, però, le più grossolane speculazioni che vedono coinvolti settori appartenenti ai gradini più alti della società ed a quelli più infimi, con aberranti strumentalizzazioni politiche.
Gruppi della destra oltranzista, fascisti, leghisti, affetti da xenofobia e razzismo, trovano spazio nel più che comprensibile disagio, (che si trasforma in rabbia), presenti tra gli abitanti regolari di quei quartieri assegnatari delle case. Semplicemente spudorata, ad esempio, la presenza a Roma tra i rivoltosi del quartiere Tor Sapienza, dell’ex sindaco fascista della capitale Gianni Alemanno che decise tre anni fa con la sua Giunta l’insediamento dei profughi e che oggi urla per la cacciata del nuovo primo cittadino Marino individuato come responsabile, quando il poveretto è stato eletto solo l’anno scorso.
Per esperienza diretta vissuta a partire dal lontano 1955 (in un primo tempo nell’esercizio della mia professione di giornalista-cronista e poi per 37 anni di consigliere comunale, di cui 10 come sindaco), posso dire che fenomeni come quelli del degrado delle periferie urbane hanno tutte più o meno una storia ben precisa, con responsabilità politiche, culturali e sociali ben individuabili. Vediamole, seppure sommariamente.
Negli anni del cosiddetto “miracolo economico”, i grandi centri urbani soprattutto del nord hanno subito una crescita disordinata, diciamo pure selvaggia. L’esempio di Torino è emblematico. La città nel volgere di tre lustri ha raddoppiato la popolazione: la Fiat anziché decentrare i suoi stabilimenti in altre regioni d’Italia deindustrializzate applicò la teoria economica Schumpeter la quale sostiene che si deve continuare ad investire laddove già esistono insediamenti: “PENA L’IMPOVERIMENTO DEL CAPITALE INIZIALE”.
I governi centristi guidati dalla Democrazia Cristiana sostenuti dal grande capitale assecondarono questo modello di sviluppo provocando un congestionamento di alcune zone del Paese e l’abbandono e il degrado di altre.
Tutta la classe dirigente italiana esaltò questo “modello” che comportò una sorta di esodo biblico dal sud al nord per assicurare la forza lavoro alla grande industria torinese.
Per quanto riguarda il Piano regolatore di Torino, atto fondamentale per un ordinato sviluppo di ogni agglomerato urbano, venne adottato soltanto nel 1958 e l’amministrazione centrista dell’epoca fece scadere la salvaguardia (tre anni) durante l’iter dell’approvazione del Piano, rendendolo legge soltanto nel 1963.
Nei due anni di “vacanza” delle nuove norme rientrarono in vigore quelle del vecchio Piano del 1908. Risultato: 3.500 licenze edilizie furono rilasciate in contrasto con il nuovo Piano e ben 5mila furono le costruzioni abusive tollerate per evitare milioni di cause promosse dai costruttori in base alla norma del cosiddetto “silenzio assenso”.
La Fiat, nel frattempo raddoppiava Mirafiori e costruiva i nuovi stabilimenti di Rivalta. Soltanto negli anni Settanta Umberto Agnelli riconosceva lo sbaglio dell’ampliamento degli stabilimenti nell’area torinese.
A cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta nascevano i nuovi ghetti di Torino: Falchera, Mirafiori sud, Vallette, corso Taranto, strada delle Cacce, via Artom ecc. Al disagio provocato dalla mancanza delle urbanizzazioni primarie e in alcuni casi secondarie (scuola, asili, mercati ecc), si aggiungevano a queste case realizzate con la tecnica delle prefabbricazioni gravi fenomeni di “condensa” all’interno degli alloggi a cui si rimediò nei decenni successivi con gravi costi oppure con la demolizione degli stessi stabili.
Il degrado delle periferie torinesi non riguarda però soltanto “i nuovi ghetti” di cui abbiamo riferito, ma interessa buona parte delle vecchie borgate popolari realizzate all’inizio del secolo scorso: Aurora, Barriera di Milano, San Salvario, Nizza, Borgo Vittoria, Valdocco ecc.
Ai meridionali immigrati 30-40 anni fa l’integrazione è stata pressoché totale nella regal Torino e oggi, tra l’altro, rappresentano la maggioranza della cittadinanza. La polemica, lo scontro con gli immigrati dall’est europeo e dal continente africano avviene oggi con la stessa se non più grave virulenza degli anni passati. La grossolana strumentale guerra della Lega, appoggiata dai soliti fascisti di Casa Pound e camerati vari, ricalcano slogan di 40 anni fa: “Sono sporchi, cattivi, violenti, incivili, ladri”.
Ricordo che alla televisione torinesi doc, intervistati in un famoso programma condotto da Falivena, denunciavano che i meridionali ai quali era stato assegnato un alloggio popolare, coltivavano il prezzemolo nelle vasche da bagno.
Un ruolo importante, di tipo educativo e pedagogico in quegli anni lo hanno svolto le associazioni democratiche presenti in città, i partiti democratici della sinistra, i sindacati e le parrocchie, soprattutto nella stagione del cardinale Pellegrino.
Oggi mancano a Torino, come nelle altre città che vivono questi fenomeni, punti di riferimento. Fare politica significa operare quotidianamente nella realtà per cambiarla, significa educare, ed in ogni atto che si compie, avere come referente il cittadino, le persone, il bene comune, senza arroganza con umanità, senza egoismi ed anche se possibile un po’ di umiltà.
Sofocle, mille e cinquecento anni fa scriveva: “La città non è fatta di mura e di pietre: la città è gente”; e Agostino d’Ippona qualche secolo dopo aggiungeva: “La città sono gli uomini”.
È uscito in questi giorni un libro di Dario Basile, un giovane studioso di antropologia all’università di Torino. Si tratta di un’indagine in ambito urbano con particolare attenzione ai temi dell’immigrazione interna in Italia. Ha come titolo “Le vie sbagliate: giovani e vita di strada nella Torino della grande immigrazione interna”. Vale la pena di leggerlo.

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