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domenica, 17 Gennaio 2021

“Un labile tepore”, il concept-album di Valerio Cinque

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Giusi Greta Di Cristina
Giusi Greta Di Cristina
Siciliana, laureata in Lingue, mi occupo di politica estera da dieci anni. Specialista in Scienze Internazionali all'Università degli Studi di Torino, curo un blog ne "L'Antidiplomatico" e collaboro con la casa editrice NovaEuropa di Milano.


“Un labile tepore” è un disco prodotto al Riverside Studio di Torino, con la collaborazione di 19 musicisti del calibro di Manuel Zigante e il suo “Quartetto d’archi di Torino” (il quale ha collaborato con Dario Brunori, Ezio Bosso, Vinicio Capossela). È uscito il 3 aprile scorso ed è l’album d’esordio del cantautore Valerio Cinque

Cinque, pugliese, si trasferisce a Torino dopo gli studi liceali, formandosi prima all’Accademia di Musica Moderna e proseguendo laureandosi al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino.

Ascoltare “Un labile tepore” è immergersi in una sorta di preghiera laica, di catarsi: la sincerità spiazzante con la quale Valerio Cinque si mette completamente a nudo fa di questo disco un disco ad un tempo intimo e universale. 

Il dolore, quello più profondo, più terribile, più lancinante attraversa ogni pezzo di quest’opera, che è un concept album dedicato a una perdita, anzi, alla perdita per eccellenza che è quella della morte della propria madre. Ed ecco l’universalità: perché se è vero che ognuno vive il dolore a proprio modo è anche vero che quel preciso dolore è un appuntamento che riguarda l’umanità. 

A quel dolore Valerio decide di dedicare spazio, diaframma, polmoni: ogni brano aggiunge un pezzo in più alla consapevolezza dell’irrimediabile, un elemento alla conoscenza nostra, una goccia di pace, di quella pace che si ritrova quando si ha il coraggio di attraversare l’inferno. 

Il disco si apre con “Lettera di compleanno”, un brano in cui la voce di Valerio, sempre leggera, sempre gentile, si rivolge direttamente alla madre, anch’essa musicista, nella struggente denuncia della mancanza, temporale e spaziale, in un sussurro che è sì delicato ma è anche richiesta. 

Comincia poi questo viaggio tra il presente e il passato: il cantautore si mantiene in equilibrio in questo filo teso che è il sentimento, tra il passato e ciò che è stato e il presente, che più che quel che è già è quel che vorrebbe essere: da qui il richiamo all’immaginifico, a una realtà che soddisfi, che abbracci, che scaldi. Memoria, ricordi, sogno, realtà: il senso dell’essere sempre oltre il percepito è presente nella poesia continua che Valerio ci offre, generoso e senza remore. Il suo continuo muoversi tra veglia/sonno, tra ritorno/partenza, tra viaggio/permanenza fanno di questo disco un disco che definiremmo “di passaggio”, una specie di disco di formazione. Chi racconta è ormai, finalmente, adulto, può lasciare andare i timori del ragazzo che si scopre ad un tratto privato del rapporto più intimo e che adesso può permettersi di aprirsi all’Amore, quello del ricevere e del donarsi. La felicità e la serenità agognate e prima percepite solo come prodotto dell’irreale, della fuga dal materiale diventano possibili, addirittura vicine ed esperibili. 

La musica è la cornice d’insieme: si riconosce di certo l’eco di Nick Drake, Elliot Smith, la sapienza di una chitarra di velluto e certi esperimenti musicali più contemporanei prodotti dalla musica cantautorale italiana, come quelli di Cristina Donà. Altrove si apre un varco un rock appena accennato, che fa capolino laddove pare non riuscire più a trattenersi, ma è sempre un grido misurato, una rabbia controllata, tratti che ritroviamo in una parte dell’esperienza rock nostrana, e non solo, degli anni ’70. 

I titoli dei pezzi del disco si leggono come una storia: da “Un labile tepore”, la title track, una discesa alla parte più profonda di sé con “Nella mia umanità”; “L’identità”, un pugno allo stomaco; “Mondo di veglia” e “Volare via” e il bisogno di evadere dalla coscienza; e poi “Su di una costa deserta”, “Nel turbinio” ovvero la fuga vera e propria o solo desiderata; e l’apertura alla speranza e all’amore con “La legge del miracolo”. “La perfezione del tuo amore” chiude il disco e, come il brano di apertura, la voce narrante di Valerio chiude i conti con un dolore che decide di trasformarsi nella certezza che ciò che è stato è rimasto lì ma si è trasformato. Ed è rimasto, ad ogni modo, in ogni nota di questo album d’esordio poetico e difficile, non immediato né scontato, un disco che segna una maturità personale ed esistenziale che si dona a quanti vorranno ascoltarlo. 

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