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mercoledì, 29 Maggio 2024

Strage di via Caravaggio: 40 anni dopo il Dna incastra il colpevole

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Giulia Zanotti
Giulia Zanotti
Giornalista dal 2012, muove i suoi primi passi nel mondo dell'informazione all'interno della redazione di Nuova Società. Laureata in Culture Moderne Comparate, con una tesi sul New Journalism americano. Direttore responsabile di Nuova Società dal 2020.

Li chiamano cold case non a caso. Sono delitti irrisolti, di cui non si è mai trovato un assassino e i cui reperti giacciono per anni nelle stanze buie degli archivi della procura. Faldoni che si ricoprono di polvere, foto che ingialliscono e oggetti accuratamente chiusi in scatole numerate. Poi il progresso tecnologico decide di concedere loro una seconda possibilità. Tutto torna sotto la lente d’ingrandimento, alla ricerca di particolari che prima non si sarebbe potuto osservare.
È il caso della strage di via Caravaggio per cui dopo 39 anni l’esame del DNA ha consegnato agli investigatori il nome, che ancora non è stato reso noto, del killer.
Come sempre in questi casi è necessario fare un passo indietro nel tempo fino alla notte del 30 ottobre 1975. Al quarto piano di una palazzina di via Caravaggio 78 nel quartiere di Fuorigrotta, a Napoli. È qui infatti che vengono uccisi Domenico Santangelo, rappresentante di 54 anni, la figlia diciannovenne Angela e la seconda moglie, l’ostetrica cinquantenne Gemma Cenname. Un triplice omicidio brutale, perché chi tra le 23.30 e le 5 del mattino di introduce in quell’appartamento ha il tempo di agire indisturbato. E così prima uccide il piccolo cane Dick poi colpisce alla terra l’uomo e le due donne e li finisce tagliando loro la gola. Non solo. Trascinerà quei corpi senza vita per tutto l’appartamento, lasciando ampie scie di sangue, prima di andarsene indisturbato.
Ma ci vorranno otto giorni perché si venga a conoscenza di quanto accaduto in via Caravaggio quando alcuni parenti di Gemma Cenname indispettiti di non aver più notizie della donna avvertono la polizia che interviene facendo la macabra scoperta. Gli strumenti allora a disposizione permettono di individuare un’impronta di scarpa taglia 45 e delle umbro te digitali su una bottiglia.
Il resto è tutto affidato all’intuito del detective. Così i sospetto ricadono su Dinenico Zarelli, nipote della Cenname, che avrebbe ucciso perchè custodi rifiutate un prestito di denaro. L’uomo sarà condannato all’ergastolo nel 1978 ma poi definitivamente assolto dalla Cassazione nel 1984 visto anche che le prove raccolte nell’appartamento non indicavano in nessun modo Zarelli.
Da allora nessun sospetto, nessuna pista, nessuna spiegazione su chi è perché potesse aver ucciso quella famiglia. Fino a poco tempo fa quando si sono riaperte le scatole impolverate finite in qualche sgabuzzino e si sono riesaminati i reperti. È stato quindi possibile individuare una traccia di DNA su un asciugamano e da questa risalire sull’identità del killer. Informazione che però gli inquirenti ancora non rendono nota. E che se serve a risolvere il mistero di via Caravaggio forse non servirà a fare davvero giustizia visto i tanti anni ormai trascorsi da quella drammatica notte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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