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giovedì, 23 Maggio 2024

Sergio Martin, cofondatore di Teatro Juvarra e Cafè Procope: “Sogno nuovi spazi per artigiani e artisti”

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Moreno D’angelo

I suoi baffoni e il suo sorriso sono ormai un logo storico nella storia del teatro e della cultura torinese. E’ Sergio Martin di professione “organizzatore”. Una definizione di cui si dichiara “esistenzialmente orgoglioso” dopo i successi del Teatro Juvarra e dell’annesso Caffè Procope (un teatro caffè letterario che ha ripreso i fasti di un famoso caffè parigino fondato dal siciliano Procopio dei Coltelli). Locali  presi in affitto e poi aperti al pubblico da Martin e i suoi amici del Granserraglio nel 1989.

Questo dopo le ristrutturazioni e il clima imposto dalla tragedia dello Statuto nel 1983. Luoghi in cui è passato il meglio della cultura torinese in un contesto liberal  aperto a tutti e di alta qualità artistica. Al Procope è nato il tango di massa. Un fenomeno che ora ha preso piede in tanti locali torinesi. A Martin, che conosco anche per una lunga e bella esperienza come dj al Cafè Procope, abbiamo posto alcune domande legate anche alle polemiche che hanno accompagnato il progetto di riapertura del Teatro Juvarra. Più che alle polemiche Martin è interessato a tutto quello che è in grado di riproporre cultura di qualità per tutti.

E’ contento della riapertura dello Juvarra?

Si, sono molto felice che riapra uno spazio storico, chiedo solo chiarezza ed onestà, sinonimi di cultura.

Siete un uomo concreto che non vive certo di polemiche. Ma la vicenda e il modo con cui si è affrontato la riapertura, di quella che sente come una sua “creatura artistica” l’ha fatta arrabbiare.

In realtà no. Si sono arrabbiati altri artisti, musicisti e spettatori e al diciassettesimo sollecito ho “accettato” di scrivere una protesta a La Stampa e devo dire che la giovane giornalista mi ha richiamato subito.

Molte cose sono cambiate dagli anni Ottanta e Novanta, a cominciare dai tagli istituzionali verso questi settori ritenuti, nonostante tanti convegni e propositi, “ludici”. Come vede la situazione oggi per chi intende misurarsi nel campo della proposta culturale per tutti attraverso un teatro.

Per noi non sarebbe cambiato molto perché eravamo quelli che avevano meno contributi pubblici. E’ quello che amavo ripetere agli assessori che facevano concorrenza sleale dando soldi ad alcuni ed ad altri no. Ricordo una rassegna sugli anni Settanta: quaranta giorni di spettacoli, concerti, mostre , dibattiti e incontri letterari per un contributo di 10 milioni di lire… E’ vero i tempi sono cambiati e le sfide sono diverse, ma incontro diversi artisti che si sanno muovere e lavorano con costanza e dignità lo stesso vale per alcuni piccoli spazi.

Al Cafè Procope oltre al tango e alle seratone disco del sabato, avevano spazio espressioni di avanguardia, flamenco, varie rassegne, expo d’arte e importanti iniziative legate al sociale e di denuncia. Il tutto in un contesto di libertà e dialogo che nessuno è riuscito a monopolizzare.

Sì. Il bello del Procope è stato capito solo dopo. Quando ha smesso di esistere in città molti hanno scoperto la sua originalità. Un locale che cercava di mettere a suo agio artisti (offriva un pianoforte, impianto luci, fonico e un tecnico) e pubblico, offrendo anche  mostre d’arte (assolutamente poco usuali a quei tempi in simili contesti) accompagnati con cibi ricercati e genuini.

Cosa ne pensa dello stato della cultura oggi in una città vivace e dinamica come la Torino del dopo Olimpiadi 2006?

Torino è splendida e continua ad offrire nicchie di novità dal Cubo Teatro alle Officine Corsare, dalla Vetreria a San Pietro in Vincoli.

Si arrabbia se le diciamo che troppo spesso il suo sguardo e le sue analisi sembrano sempre privilegiare il passato? Questo partendo dal suo vissuto di esperienze con personaggi come Dario Fo, Paolo Conte, Vinicio Capossela e tanti altri colossi del mondo del teatro e della musica.

Non mi arrabbio quasi mai. Anche l’articolo su La Stampa mi ha fatto sorridere e anzi concordo. Mi spiego. Non lavorando nel presente mi rimane solo la possibilità di guardare cosa ho fatto nel passato e trattandosi di “cose curiose” tipo Franca Rame, De Gregori o Paolo Conte (che ha inaugurato lo Juvarra) mi ci soffermo..

Tanti oggi lamentano la mancanza di una realtà come il Procope. Un posto per tutti dove potevi incontrare tranquillamente Piero Chiambretti e una ancora poco conosciuta Littizzetto, in un clima davvero caloroso e accogliente. Una location di successo che ha dato il “la” a tanti artisti emergenti. Vi sono poi state esperienze di tendenza come “club to club” e la presenza di dj del calibro di Martin Solveig. Un vero laboratorio di idee e di confronto.

Il Procope ricalcava locali tedeschi e svedesi dove ero stato anni prima con la mostra su Dario Fo e Franca Rame. Era una novità per noi. Un locale dove allestivi mostre, facevi concerti diversi ogni sera, dando anche spazio alle letture di libri (non andava di moda e noi proponevamo provocatoriamente “A chi non legge”). Uno spazio che ospitava gratis gruppi e artisti al tempo sconosciuti come la Littizzetto o Michele di Mauro. Il primo a proporre serate di tango per tutti, non perché fossero di moda,e non lo erano, ma perché obbligava le persone a relazionarsi tra di loro. Un fenomeno che è poi è esploso perché la gente si trovava bene.

Una sua proposta, un suo sogno per la rilanciare oggi quanto esprime culturalmente la città.

Mi piacerebbe che Torino desse vita ad una fase sperimentale utilizzando capannoni dismessi  in un piano che definirei“arti e mestieri”. La crisi colpisce gli artigiani dalle città e penso che la risposta giusta sia creare in grandi spazi in disuso laboratori che mettano assieme artigiani espulsi dalla città (calzolai, tappezzieri, meccanici, corniciai) con realtà artistiche e spettacoli. Io definirei questa idea come un nuovo e molto diverso centro commerciale.

Un reale incontro che potrebbe sviluppare sinergie tra negozi, artisti e attività artigianali. In questo contesto penso anche ai tanti giovani e immagino la realizzazione di radio di quartiere in realtà in cui gli artigiani possano ritrovare il loro prezioso ruolo tornando ad assumere apprendisti. Un modo per dare il via a collaborazioni tra attività e soprattutto persone che hanno ancora molto da dire e da dare. Ci sono veri e propri geni nella lavorazione del vetro, del ferro, del legno che purtroppo non riescono più a esprimersi e trasmettere le loro conoscenze.

Ultima domanda. Se la chiamassero per gestire o a collaborare con il nuovo Juvarra sarebbe ancora disponibile dall’alto della sua esperienza?

Chiunque mi chiami io vado. Spesso cerco di offrire soluzioni. Dato che per la maggior parte si tratta di richieste gratuite io mi limito ad offrire idee, sorrisi ed abbracci.

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