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domenica, 19 Maggio 2024

Ricomporre la sinistra politica e sociale. Ma nel Pd

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Giorgio Merlo

Il confronto interno al Pd non puà proseguire su un binario di reciproca delegittimazione e scomunica politica. Non serve a nessuno. Ne’ alla maggioranza renziana e ne’ alla sinistra interna. Cioè, in ultima istanza, non serve al Pd. Allontana gli elettori, crea disorientamento e alimenta l’incertezza su cosa sia oggi realmente il centro sinistra. Del resto, le scomuniche reciproche fanno emergere anche un altro tassello, il più inquietante. E cioè, la difficoltà a convivere sotto lo stesso tetto politico se il livello del confronto politico non riesce ad incanalarsi lungo i rivoli del rispetto reciproco e delle stesse regole democratiche. Ora, senza anticipare il futuro dibattito congressuale – al di la’ delle autocandidature a cui sino ad oggi abbiamo assistito e che non rivestono una particolare valenza politica se non quella di ipotecare il proprio destino personale e di potere – credo che non possa e non debba passare sotto silenzio una proposta avanzata da Gianni Cuperlo in questi giorni. E cioè quella di far partire nel Pd una iniziativa tesa e ricomporre la sinistra politica e la sinistra sociale con la finalità di rafforzare il profilo riformista del partito e la sua prospettiva di centro sinistra. Una iniziativa che non nasce contro Renzi né contro la maggioranza renziana e né, tantomeno, punta a delegittimare l’attuale leadership del partito.
Ma un progetto del genere e’ oltremodo importante per far si’ che questo importante, anche se non esclusivo, come ovvio, tassello dell’intero mosaico del Pd non si rinchiuda in una nicchia marginale, periferica e per giunta irrilevante ai fini dell’elaborazione del progetto politico complessivo del Pd. Sotto questo versante, non serve – e credo che non sia neanche utile – riproporre candidature alla segreteria che siano il frutto di sole ambizioni personali, peraltro sempre legittime e vecchie come il mondo, o che ripropongano l’ormai superato, anche se rispettabile, modello della “ditta”. Si tratta, cioè, di mettere in campo una iniziativa più larga, più inclusiva, più plurale e forse anche più innovativa che vada oltre i tradizionali steccati e si ponga l’obiettivo di guidare il partito. O, perlomeno, di condizionarlo nelle scelte più importanti. Perché anche in un partito fortemente correntizzato, se non diviso per bande a livello periferico, e che, invece, si riconosce nella sua leadership nazionale a livello centrale, e’ indispensabile che alcune sensibilità culturali non vengano compresse e non siano rese marginali nell’elaborazione del progetto politico del partito.

Il tutto senza rancori, senza vendette e senza pregiudizi personali verso chicchessia. Del resto, c’e’ un duplice rischio quando si parla oggi di emarginazione della sinistra politica e sociale nel Pd. C’e’ chi paventa, forse non a torto, che l’elettore tradizionale di sinistra possa silenziosamente allontanarsi di fronte ad una sostanziale “mutazione genetica” del suo partito di riferimento. E c’e’ chi sostiene, pero’, che la sinistra politica e sociale del Pd possa continuare ad avere un senso ed un ruolo politico solo se non si autoemargina e non si divide in mille rivoli. Perché se cosi’ fosse, mantenendo anche una singolare e ridicola presunzione di “superiorità” politica ed etica, si correrebbe il serio rischio di non cogliere le novità e le coordinate che caratterizzano la politica contemporanea. 
Per questi motivi, credo, la proposta avanzata nei giorni scorsi a Roma in un documento alla stampa di favorire una seria, credibile e non demagogica “ricomposizione della sinistra politica e sociale del Pd e nel Pd” può essere una strada importante per riavvicinare al partito molti elettori oggi francamente delusi se non scoraggiati e, al contempo, salvaguardare quel pluralismo che resta un elemento costitutivo, nonché originale, della stessa identità e storia del Partito democratico.

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