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sabato, 25 Maggio 2024

Pd, decisiva l'unità interna al partito

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

L’unità del partito, e nel partito, è sempre stato un obiettivo politico coltivato dai grandi e anche dai
piccoli partiti. Perché senza unità del partito si corre il serio rischio di incrinare la stessa credibilità
del partito. Ci sono migliaia di esempi al riguardo che confermano come, tanto nella prima quanto
nella seconda repubblica, la messa in discussione della unità del partito indebolisce la prospettiva
del partito e il suo stesso progetto politico. Certo, il confronto con altri grandi partiti del passato è
pressoché impossibile. La Democrazia Cristiana, ad esempio, era una confederazione di correnti e l’unità del partito registrava, continuamente, il rapporto di forze tra le varie anime interne. Nel Partito Comunista Italiano, invece, il nodo era risolto alla radice attraverso il ricorso al centralismo democratico.
Oggi, almeno per quanto riguarda i partiti che conservano al loro interno un impianto democratico
e partecipativo, la situazione è totalmente capovolta. E, nello specifico del Partito Democratico, l’unità politica
interna è anche e soprattutto ancora il frutto di confronto, dibattito e decisione. Cioè, di un
percorso democratico. Detto questo, credo che, ormai, tutto ciò che ha preceduto e caratterizzato il dibattito
congressuale e le primarie dell’anno scorso siano abbondantemente archiviati. Questo non solo
perchè ormai la politica è rapidità e velocità. Ma per il semplice motivo che rispetto a ciò che ha
contraddistinto il Pd 10 mesi fa è cambiato sostanzialmente tutto. Dal profilo politico del partito alla
sua organizzazione interna, dalla nuova classe dirigente al nuovo Governo. Insomma, è cambiato
tutto. E l’unità interna al partito si è, di fatto, imposta. La sostanziale scomparsa della sinistra
interna – o meglio il suo silenzio ormai assordante e del tutto ininfluente – e il forte smaltimento del
cosiddetto “apparato” del partito hanno cancellato, d’un tratto, i connotati che hanno
accompagnato per alcuni anni i giudizi politici sul Pd. A cominciare dall’accusa, peraltro non del
tutto peregrina, che il Pd non era nient’altro che la prosecuzione, seppur in forma aggiornata e
corretta, della storia della sinistra italiana. Storia gloriosa ma non esaustiva della esperienza
recente e meno recente del Pd che contempla al suo interno tradizioni ideali e culturali fortemente
diverse tra di loro. E, questo, è un altro elemento che depone a favore di una rinnovata unità
interna al partito. Certo, forse il Pd adesso necessita di un maggior e miglior rafforzamento della
sua organizzazione interna, ben sapendo che il valore della “leadership” e del “carisma” di Matteo Renzi
continuano ad essere il vero “valore aggiunto” di questa stagione politica. Ma il dato politico
fondamentale per un partito che ha superato il 40 per cento dei consensi e che è destinato, se non
intervengono fatti straordinari e per il momento imprevedibili, a diventare il perno della politica
italiana per i prossimi anni, è quello di avere un partito con una forte e consapevole unità politica.
È questa, la condizione basilare per affrontare insieme, seppur nel rispetto del legittimo pluralismo
delle varie sensibilità culturali ed ideali che hanno dato origine al Pd, le sfide che nei prossimi mesi
attendono il Governo. E, di conseguenza, il Pd. Cioè, tutto il Pd.

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