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mercoledì, 22 Maggio 2024

Passi di speranza: lettera di Nosiglia

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

“Passi di speranza” è il titolo della lettera dell’Arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, monsignore Cesare Nosiglia, rivolta in modo particolare alle persone in difficoltà, poveri, immigrati, senza fissa dimora, famiglie, e ai volontari che in questo periodo continuano a offrire il loro prezioso servizio.
Verrà distribuita in questi giorni nelle varie realtà diocesane. 

Cari amici
Da qualche giorno siamo entrati nella fase due di questa inedita e faticosa esperienza che ci ha colti tutti di sorpresa: il Covid 19. Stiamo lentamente ripartendo ma sentiamo tutta la fatica di un futuro che non riusciamo ancora a vedere con chiarezza. Pensavamo di
essere organizzati, di aver predisposto tutte le protezioni necessarie, di essere in un momento di nuova accelerazione dopo i lunghi anni della crisi economica. Ci sentivamo più sicuri, e ci siamo scoperti fragili, vulnerabili, aggredibili dal dolore. Abbiamo capito quello che un Salmo della Bibbia ci metteva davanti agli occhi spesso: Che cosa è l’uomo perché te ne curi, un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero? L’uomo è davvero un soffio: basta pochissimo – un microscopico virus – per mettere in crisi tutti i grandi sistemi economici e sociali e le nostre vite. Ma abbiamo anche capito che nel cammino di ogni giorno non siamo mai soli, che nulla capita a caso, che c’è una mano che ci accompagna anzi – come
scriveva san Paolo – una roccia che accompagna. È la presenza di Gesù, vera, viva, calda, fraterna. In questi giorni di paura Lui si è fatto vicino a ciascuno di noi servendosi di tante persone che non hanno avuto paura del contagio, della fatica, della loro stessa paura e si sono messe sulla strada accanto a ciascuna persona che si sentiva più fragile e meno protetta.
Pensando ai giorni trascorsi e alzando lo sguardo verso il futuro sento la necessità di farmi vicino e prossimo – che significa il più vicino – a ciascuno di voi. Non ci è ancora possibile incontrarci in maniera ampia, ma il cuore non deve avere limiti e può mettersi accanto a quello dell’altro.

DESIDERO METTERE IL MIO CUORE A FIANCO DI QUELLODI CHI HA FATTO FATICA A “STARE A CASA” VISTO CHE LA CASA NON CE L’HA.

In molti avete trovato rifugio nei dormitori che sono stati aperti anche per l’intero giorno, qualcuno ha potuto godere della accoglienza di qualche parrocchia durante il giorno, in molti avete trovato il cibo nelle mense pur se con modalità più spicce e meno accoglienti. Qualcuno
non è riuscito a trovare posto, o magari non se l’è sentita di accettare l’invito. A tutti Gesù è stato accanto e, oggi, vi invita a non perdere il coraggio riprendendo il cammino da dove lo avete lasciato.
La strada sarà un poco più in salita ma è ancora nelle vostre possibilità percorrerla. Noi cercheremo di rimuovere le pietre che possono fare da inciampo, o almeno ci proveremo.

DESIDERO METTERE IL MIO CUORE A FIANCO DI QUELLO DELLE PERSONE STRANIERE RICHIEDENTI ASILO

E in particolare di quanti stavano iniziando a vedere una possibilità di uscita dal tunnel che a Torino si chiama MOI, clandestinità, precarietà. So bene che alcuni di voi hanno visto in faccia lo spettro della fame, non potendo
neppure più contare sui piccoli lavoretti in nero o saltuari che avevate trovato con tanta fatica. Davanti ci sono mesi di difficile ripresa economica che, inevitabilmente, appesantiranno le vostre giornate.
Eppure il Signore non abbandona mai i suoi figli, specie quando questi si trovano ad attraversare il deserto o la valle delle lacrime come dice un Salmo molto conosciuto dai cristiani: se anche camminassi in valle tenebrosa non temerei alcun male perché Tu sei con me. Il tuo bastone mi da sicurezza. In tanti siete scappati dalla notte che vi avvolgeva nei vostri paesi e adesso vi trovate nella notte
che ancora sovrasta la nostra Italia. Non possiamo eliminarla, ma possiamo accendere tante piccole luci di reciproca fraternità.

DESIDERO METTERE IL MIO CUORE A FIANCO DI QUELLO DEI CARCERATI

che, nelle settimane scorse, sono stati reclusi doppiamente, senza neppure la possibilità di sentire qualche voce amica.
Non pochi hanno fatto esperienza della positività al virus, diversi hanno visto svanire o ridimensionarsi la possibilità di percorsi di reinserimento lavorativo e sociale. Non c’erano nemmeno più i volontari a portare una presenza e qualche conforto. Il dovere stare forzatamente
a casa penso abbia fatto capire un po’ meglio a tanti di noi cosa significhi la privazione della libertà che voi sperimentate ogni giorno. Per questo il nostro cuore è particolarmente vicino al vostro.
Gesù è l’unico liberatore che può rifare del tutto nuova la nostra vita, nonostante il passato. Il Signore ci vuole liberi: per esserlo veramente dobbiamo liberarci dentro dallo strapotere del nostro io.
Desidero mettere il mio cuore a fianco di quello delle tante famiglie già provate da fatiche economiche,
disabilità, non autosufficienza che stanno cercando, con molta apprensione, di riprendere l’ordinarietà della vita. Avete sperimentato il senso di solitudine e non vi sembra ancora possibile vedere luminoso il futuro. Qualcuno di voi, che non lo aveva mai fatto, ha dovuto chiedere una mano alla parrocchia o alla mensa per mettere insieme il pranzo con la cena. Per altri bisognerà di nuovo andare alla ricerca di un lavoro, magari ancora attendendo.
Ma nella vostra casa abita ancora il Signore per irrobustirvi nella decisione e nella speranza. State uniti a lui come il tralcio è unito alla vite senza scoraggiarvi. Anche se non possiamo risolvere tutto, cerchiamo di continuare a darvi quel piccolo sostegno che ci è possibile e a condividere con voi quanto riceviamo.

DESIDERO METTERE IL MIO CUORE A FIANCO DI QUELLO DEI FRATELLI PIU’ EMARGINATI DALLA NOSTRA SOCIETA’


perché di etnia rom o sinti, perché con storie di dipendenze alle spalle, perché espressione del cono d’ombra che rende invisibile ai più. Avete trascorso
questi mesi senza potervi proteggere dal virus, avete certo fatto molta fatica a trovare aiuti in una città chiusa, magari siete anche caduti nella tentazione di uscire dal tracciato della legalità perché spinti da nuove necessità. Nonostante tutto non siete dimenticati.
Non da Dio che guarda il cuore, non dalla Chiesa che
vive per la misericordia del suo Signore, non dagli uomini e dalle donne di buona volontà che non si fermano alle apparenze ma cercano la verità. Non abbiate paura di scoprire la bellezza della vita buona, della fraternità con gli altri, del rispetto di voi stessi e dei fratelli. Noi cercheremo di aiutare tutta la società a starvi vicina per
sostenere il vostro cammino di crescita umana.

IO METTO IL MIO CUORE VICINO A TUTTI


Durante la fase uno della pandemia, però, in tanti hanno messo tutto se stessi a fianco di chi faceva fatica. Penso agli operatori sanitari, a quelli della Protezione
Civile, alle forze dell’ordine cui va il nostro convinto ringraziamento.
Ma ci siete anche voi, amici volontari dei servizi di solidarietà e carità, che operate nelle nostre parrocchie, nelle associazioni piccole o grandi, nei centri di ascolto o nei servizi di distribuzione parrocchiali, nelle mense e nei dormitori. Voi che vi siete ridefiniti in pochissimi giorni per poter continuare a stare vicini, a farvi prossimo
ai fratelli più poveri ed indifesi. Voi, che in tanti avete – come me – una età anagrafica che vi mette tra la categoria cosiddetta “a rischio”, ma anche voi giovani che avete scoperto la bellezza del farsi servo proprio nelle settimane di maggiore rischio. Voi parroci che avete saputo trovare continuità tra la mensa del Corpo e Sangue del Signore e la sua carne viva da servire insieme ai vostri volontari; voi religiosi che avete vissuto la fraternità nelle comunità minacciate o aggredite dal virus, condividendo fino in fondo la vita comune; voi
che, in tanti, avete dato la disponibilità a portare cibo a casa dei più anziani o vi siete messi a disposizione per fare le compere a chi vive nella vostra stessa scala. Siete stati testimoni di un amore più grande che è dare la vita. Grazie di questa scelta coraggiosa.Non vi
daranno riconoscimenti pubblici ma sentite la voce dell’alto che vi sussurra: vieni servo buono e fedele… perché ho avuto fame e mi hai dato da mangiare, ho avuto sete e mi hai dato da bere …
Adesso siamo di fronte alle grandi sfide che il futuro ci riserva.
Non possiamo perdere le lezioni che la vita ci ha lasciato. I bisogni aumenteranno e le risorse probabilmente non saranno del tutto sufficienti. La testimonianza che avete reso deve concretizzarsi nella cura della qualità delle relazioni… Questa è la nostra sfida, la sfida del volontariato ecclesiale per i prossimi anni. Qualità fa
rima con collaborazione sincera, comunione, corresponsabilità, senso di Chiesa. Qualità ci indica che al centro di tutto deve sempre esserci l’altro, non l’io con i suoi modi di fare ormai sedimentati.
Sono certo che il cammino percorso dentro il tempo del virus ci consentirà di rendere virale nelle nostre comunità l’attenzione amorevole per gli ultimi, quelli che Dio ama.
Grazie a voi tutti e il Signore misericordioso e fedele vi sostenga per passare dal buio alla luce che brilla nei nostri cuori come la stella del mattino che annuncia una nuova alba di sole splendente.

Cesare Nosiglia
vescovo, padre e amico

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