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lunedì, 20 Maggio 2024

Ma chi sceglierà i candidati del Pd?

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Attorno alla legge elettorale, come da copione, si sviluppa un dibattito che è sempre interminabile, complesso e autoreferenziale. Un dibattito radicalmente estraneo all’interesse del cittadino medio che, com’è naturale, è del tutto indifferente al premio di maggioranza, ai vari modelli elettorali esterofili, allo sbarramento di partito e di coalizione e, soprattutto, ai cavilli che ogni partito escogita pur di fregare i concorrenti nella propria coalizione e gli avversari dell’alleanza alternativa.
Ma c’è un aspetto, concreto e tangibile, che interessa larghi settori della pubblica opinione in merito al profilo della legge elettorale: e cioè, come si eleggono i parlamentari. Ognuno lo può sperimentare direttamente. Quando si affronta questo tema nel bar o in piazza o in una bocciofila, seppur distrattamente, il cittadino normale è abbastanza informato sul tema in questione. E, fondatamente, non disdegna affatto la volontà di scegliersi direttamente i propri rappresentanti in Parlamento.
Perché questo è il punto reale e, da sempre, il vero pomo della discordia tra i vari partiti. Ora, tutti noi sappiamo che molto dipende dal sistema elettorale che viene scelto. Se passano la preferenza o le preferenze il cittadino può scegliersi direttamente i propri parlamentari. Ma tutti sappiamo quali sono le riflessioni che si trascina dietro la preferenza: voto di scambio, potenziale ritorno della corruzione, costi elevatissimi per la campagna elettorale e conflittualità fortissima tra i vari candidati perché i veri avversari sono all’interno del partito. Se si opta per il collegio uninominale gli elementi degenerativi che si trascina dietro al preferenza cessano di esistere. E questo per il semplice motivo che, come abbiamo visto quando c’era il mattarellum, il collegio è sufficientemente piccolo, il candidato scelto è uno solo, e il confronto tra i vari candidati in una porzione di territorio molto delimitato permette al cittadino elettore di conoscere il candidato, sentire cosa pensa e, soprattutto, lo vede come il vero rappresentante del territorio una volta eletto. E lì, si possono fare tranquillamente le primarie aperte per scegliere il candidato.
Se invece, in ultimo, prevale la lista bloccata – che sia lunga o corta non fa alcuna differenza – la scelta dei candidati è affidata ancora una volta ai segretari di partito e la decisione non può che essere centralistica. È inutile inventarsi regole che poi, puntualmente, non vengono applicate. È sufficiente volgere lo sguardo alle recenti elezioni del 2013. Tutti i partiti, in vigore il porcellum, hanno designato centralisticamente i propri candidati. Tranne il Pd e il movimento di Grillo. Ma anche questi 2 partiti hanno fatto una scelta singolare se non grottesca. Il Pd ha scelto di fare le primarie che molti hanno definito “farlocche”. Tra il Natale e il Capodanno del 2012 è stato fatto un regolamento di corsa e, con regole discutibili e con metodi persin ridicoli, sono stati scelti i parlamentari. Salvo poi scoprire che quasi 200 tra deputati e senatori del Pd non hanno fatto le primarie perché, per loro, è stata scelta la corsia della designazione centralistica. Appartenenti a tutte le parrocchie, nessuno escluso. Sostanzialmente una carnevalata. Del movimento di Grillo è meglio tacere per pudore.
Ora, se l’intesa tra Renzi e Berlusconi regge e si approva finalmente una nuova legge elettorale, ritorna puntualmente il listino bloccato. Molte sono le ipotesi in campo. Alcune sono ridicole se non grottesche. Come quella di fare una legge sulle primarie che dovrebbe disciplinare la scelta dei candidati. Salvo scoprire che quella legge sarebbe facoltativa per l’applicazione da parte dei vari partiti. E allora la legge a che cosa serve? Mistero. Altri propongono di indicare i primi della lista bloccata dai partiti e per gli altri eleggerli con le preferenze. Altri ancora – in particolare il Pd – dicono che occorre fare le primarie per tutti. Salvo poi scoprire che forse un terzo o i due terzi vengono designati dalla segreteria centrale. Come è già capitato, appunto, per le elezioni del 2013.
Ecco perché, soprattutto da parte del Pd, serve adesso una parola chiara su come sarebbero scelti i candidati per la composizione delle varie liste. E questo a prescindere dalla legge che sarà votata dal Parlamento. Basta con le furbizie come quelle che vengono recitate a piè sospinto “primarie per tutti” quando tutti sanno che così non sarà. E basta con la ripetizione ossessiva che saranno solo e soltanto i cittadini a scegliersi i propri rappresentanti quando molti, se non tutti, lavorano perché accada l’esatto contrario. Forse è arrivato il momento, anche e soprattutto per il Pd, di essere chiari. Sul come si eleggono i futuri parlamentari il Pd – e questo dopo nove anni di porcellum – si gioca la partita politica più delicata. Tutto si può fare tranne che riaffermare solenni pronunciamenti – come quello che viene ripetuto come un dogma sulle primarie per tutti o che si restituisce al cittadino la potesta di scegliersi i propri rappresentanti – e poi agire in direzione opposta e contraria. Questa volta le furbizie hanno le gambe corte.
 
 

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