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sabato, 24 Ottobre 2020

Laus: “Periferie diventino zone franche urbane”

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Da tempo Torino è salita sul podio nazionale delle città con le periferie più popolate. E il primato purtroppo le è valso anche un posto d’onore nella classifica del disagio – e persino del conflitto – sociale. Ora, al tramonto della attuale legislatura comunale, la questione periferie, usata e abusata nella propaganda elettorale del 2016, è più aperta che mai. 

Senatore Laus, l’immagine della “città divisa in due”, che contribuì alla popolarità della sindaca Appendino, quanto si è modificata negli ultimi anni?
Quella fu soprattutto una speculazione comunicativa, ma metteva a fuoco un problema reale: la condizione di disagio crescente e il senso di abbandono delle zone più periferiche di Torino. Da allora mi sembra facile verificare che nessuna soluzione messa in campo abbia saputo mutare il volto e le prospettive dei quartieri in maggiore sofferenza. E con l’ulteriore batosta inferta dalla pandemia Covid 19, chi se la passava male adesso sta anche peggio.

Che cosa non ha funzionato delle scelte fatte dal governo Appendino?
A Torino l’azione amministrativa degli ultimi cinque anni si è concentrata sulla “politica delle piccole cose” che nei fatti però si è tradotta in una politica di “interventi spot”. Anche nelle realtà più difficili come Barriera di Milano, Aurora, Falchera, Vallette, ci si è limitati a microiniezioni di vitalità, tra una miriade di manutenzioni quasi ordinarie e la restituzione di aree pubbliche comunque difficili da presidiare; tra abbellimenti spuntati alle feste comandate e riassetti di difficile convivenza della sede stradale. Non sottovaluto l’importanza di tutto questo, bene inteso: l’attivazione delle energie migliori del territorio, come è l’associazionismo, la cura degli spazi di aggregazione, del verde, dei servizi dedicati alle famiglie, della cultura, sono fondamentali. Ma a Torino abbiamo visto tante gocce andare a perdersi nel mare di un bisogno che intanto ha continuato a infrangersi sugli stessi scogli. E lo scoglio più alto è rappresentato dal lavoro, il lavoro che non c’è per quelli che lo cercano e altrettanto per quelli che lo dovrebbero offrire. Un territorio povero di opportunità e di servizi coagula le povertà sociali e ne diventa ghetto.

Tutti d’accordo quindi nel sostenere che la lotta alle disuguaglianze sociali passi anche (o soprattutto) attraverso una riqualificazione mirata dei luoghi dove si gioca la partita di chi rimane indietro e dove l’ “effetto città”, ovvero la combinazione tra offerta di servizi e qualità della vita, fatica a farsi sentire. Quel che vi divide è la strategia…
Per quanto mi riguarda, io credo servano risposte di sistema, non una carrellata di rimedi slegati tra loro, e al stesso tempo credo servano intraprendenza amministrativa nel creare gioco di squadra tra i diversi livelli di governo del territorio, gli enti del terzo settore, le Fondazioni bancarie e i privati. A questi due convincimenti e alla fotografia di una Italia che va analizzata secondo scenari più autentici di trasformazione, si ispirano ad esempio gli emendamenti che ho presentato al decreto Agosto e che di fatto propongono di estendere le agevolazioni già previste per le regioni del Sud alle aree periferiche delle città metropolitane caratterizzate da gravi situazioni di disagio socio-economico. Un piano periferie che stimoli l’occupazione e attraverso questa muova leve di riqualificazione.

In che cosa consiste questo “piano periferie”?
L’idea in sintesi è di creare nuove “zone franche urbane” con un numero di abitanti non superiore ai 30mila. Qui per le micro e piccole imprese che avviano l’attività nel periodo compreso tra il 1 gennaio 2021 e il 31 dicembre 2023 dovranno valere una serie di agevolazioni dirette a ridurre il carico fiscale e sostenere l’occupazione. Non una manovra per i colossi, ma una per il tessuto economico che innerva le nostre città e le tiene vive: per questo nel caso delle aziende micro si pone il limite dei 10 dipendenti, che arriva a 50 per le piccole. E, sempre per mantenere i vantaggi fiscali, i fatturati debbono fermarsi a 2 milioni di euro nel primo caso e a 10 nel secondo.

In che cosa consistono le agevolazioni?
Le aziende che rientrano nei parametri avranno diritto all’esenzione totale delle imposte sul reddito imponibile fino a un massimo di 100mila euro per i primi 5 anni (2021-2025), esenzione ridotta al 60 per cento dal 2026 al 2030, al 40 fino al 2032 e poi al 20 ancora per due anni. A questa misura si aggiungono l’esenzione totale di Irap (sino a un valore di produzione di 300mila euro da realizzarsi nella zona franca urbana tra il 2021 e il 2025) e di Imu sugli immobili di proprietà e in leasing, fino al 2023, sempre in zona franca.

Quali sono le leve per una effettiva ricaduta occupazionale sul territorio?
La prima è che il tetto dei 100mila euro aumenta di 5mila per ogni dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato purché, come l’azienda, risieda e lavori nella zona franca. Poi ci sono le agevolazioni che riguardano il costo del lavoro, a patto di nuovo che i contratti siano a tempo indeterminato (o determinato a un anno come minimo) e che almeno il 30 per cento degli occupati risieda in zona franca. Di fronte a queste condizioni scatta l’esenzione totale dei contributi dal 2021 al 2025, che va a scalare negli anni successivi secondo le stesse modalità previste per le imposte sui redditi dell’impresa.

È un piano ambizioso, si troveranno le coperture?
Sarebbe assurdo in un momento come questo non cercarle e io ho tutte le intenzioni di farne una questione politica da porre all’interno del mio partito e poi in maggioranza. La domanda di vivificazione che giunge da alcune periferie metropolitane va presa di petto e la vera ambizione è mettere nelle condizioni i progetti di vita delle singole persone, delle singole famiglie, di intercettare il progetto di comunità che ogni sindaco coltiva. 

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