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lunedì, 27 Maggio 2024

L'arcivescovo Nosiglia: “In un anno quintuplicate le richieste di aiuto”

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C’è una città che non soffre troppo la crisi e una città, sempre più invisibile, che rimane schiacciata dalla crisi, una città che sempre più spesso è costretta a chiedere aiuto per le minime necessità della vita. L’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, nella conferenza stampa di fine anno presenta numeri impietosi: in un solo anno sono quintuplicate le richieste di aiuto alle parrocchie, in modo particolare per quanto riguarda i rifornimenti di alimentari o si presenta alle mense: «La cosa che mi ha impressionato – spiega l’arcivescovo – è che ci sono molte famiglie con bambini. Prima trovavi più stranieri o italiani, ma soprattutto persone sole. Adesso ci sono molte famiglie».
Queste le ombre ma, ricorda Nosiglia, ci sono anche le luci, ossia quelle buone pratiche fondamentali per contrastare la crisi: sono quelle della Fondazione Operti e della Caritas; c’è quella della Fondazione Musy, che ha già raccolto 50 mila euro. Ci sono le strutture a sostegno delle persone senza casa, ma anche degli studenti universitari fuori sede. Ci sono locali per accogliere di giorno i senza tetto: fra i programmi quello di aprirne uno per donne e per realizzare un piccolo laboratorio di artigianato per permettere a chi può farlo di lavorare per avere un piccolo reddito. La rete di solidarietà si sta espandendo velocemente anche alle parrocchie che stanno ospitando, solo a Torino, una sessantina di persone. Sono in corso anche le attività del Tavolo Rom e per i rifugiati: si spera fra poco di poter avere un centro per rifugiate madri.
La Diocesi di Torino è anche fortemente impegnata sul fronte della formazione e dell’accompagnamento al lavoro che, anche in questo caso, vedrà le parrocchie impegnate soprattutto per chi, scoraggiato, ha anche smesso di cercare un lavoro. Secondo Nosiglia, per cercare di ridurre lo scollamento fra le due città, quella dei salvati e dei sommersi dalla crisi, serve anche un welfare di comunità e una maggiore presenza della collettività. Fra i vari progetti in corso quello dell’Agorà sociale, in grado di ripensare ad un modello di sviluppo diverso e più solidale, per «innescare un nuovo movimento dal basso e combattere la sindrome da ultima spiaggia» e ritrovare le ragioni dello stare insieme a fronte del rischio che siano poteri forti populisti a prendere piede di fronte alla mancanza di risposte all’emergenza sociale.
Se il Papa chiama tutti all’impegno per cambiare le cose, Nosiglia denuncia il silenzio sulla tragedia del gioco d’azzardo, il dramma del lavoro e della casa, che l’arcivescovo chiama «gli orfani delle città»,  e chiede un nuovo patto sociale «perché nessuno si perda». E questo chiama in causa tutti, in primis la Chiesa: «Occorre un esame di coscienza, stiamo facendo di tutto per annunciare il Vangelo ai poveri con le nostre scelte di povertà e di condivisione concreta?». Ma in realtà si tratta di una responsabilità che non risparmia nessuno, anche se l’esperienza di questi anni dice che, mentre la parte della città più investita dalla crisi è, in proporzione, la più attiva e generosa nel darsi e nell’impegnarsi nel volontariato, l’altra al massimo mette mano al portafoglio per dare un contributo, ma sembra avere molta meno voglia di “sporcarsi le mani”. Nosiglia avverte che serve molto di più e chiede anche di cambiare l’atteggiamento verso le persone più in difficoltà che non possono essere solo destinatari di aiuti: «Occorre che li consideriamo cittadini a tutti gli effetti, rendendoli protagonisti del loro domani. Nella nostra fede, diceva San Paolo, non ci sono più latini e greci, liberi, schiavi, ricchi e poveri, uomini e donne perché siamo uno in Gesù. Purtroppo oggi siamo tornati a quel tempo dove esistevano divisioni molto marcate nella società romana e greca. Se il cristianesimo è riuscito a superarle, può superarle anche oggi».

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