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La guerra necessaria di Barack Obama

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Osservando quel che sta avvenendo ai quattro angoli del mondo, non solo in Iraq o in Siria, non è semplice sciorinare e chiarire il quadro in movimento che si sta andando a configurare. Il paradigma della guerra, dello strumento principe nella mondiale battaglia geopolitica, non può essere interpretato sempre e comunque con le stesse logiche e categorie, perché queste si rinnovano e trasformano, imbastendo un puzzle che non può essere compreso attraverso svianti semplificazioni dei conflitti e facili adesioni di schieramento. La locuzione “Terza guerra mondiale” è probabilmente esagerata e anche esasperata: la guerra ha contraddistinto pressoché tutte le epoche della storia, venendo combattuta in contingenze e luoghi differenti, assumendo estensioni variabili, trovando la sua giustificazioni in ambizioni di dominio e interessi, di strumentalità e ricchezze. Una rottura storica, epocale e secolare, uno stravolgimento di gerarchie e macro-composizioni politiche, non appare dirimente, nella misura in cui il copione della guerra globale non sembra palesarsi troppo diversamente dalle stagioni delle “crociate” firmate George W. Bush. Ovviamente l’apparente continuazione di quanto iniziato più di dieci anni fa non è sufficiente come negazione delle trasformazioni in atto nello scacchiere terrestre: i nuovi connotati delle guerre suggeriscono e richiedono attenzione e completezza, per una comprensione vera e piena del moderno Risiko, in permanente movimento. Ci sarà tempo per decidere come chiamare l’epoca degli anni duemila, l’urgenza oggi è coglierne politicamente la costituzione e la tendenza.
Nobel anche per la guerra?
“Li colpiremo ovunque. Li distruggeremo. Non c’è alcun paradiso sicuro per chi minaccia l’America”. Le parole del presidente americano Barack Obama, pronunciate intenzionalmente nell’anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001, forse ritenendo di rinforzare la ragione di una guerra infinita, hanno rispettato i pronostici: sarà guerra, il terrorismo dell’Isis diventerà il dichiarato nemico, l’offensiva militare si dispiegherà in Iraq così come in Siria per distruggere il proclamato Califfato. Gli Stati Uniti d’America non saranno trascinati in conflitto come quello afghano del 2001 o iracheno del 2003, e non saranno coinvolte truppe di terra, ha detto Obama. L’operazione anti-Isis sarà un’emulazione di quanto compiuto in Yemen e Somalia, attraverso bombardamenti mirati e raid circoscritti, ha garantito la Casa Bianca. Nonostante queste pubbliche premesse, l’America invierà a Baghdad altri 475 soldati, che insieme ai consiglieri militari già spediti nelle scorse settimane faranno salire la presenza armata americana in Iraq a circa 1600 unità. È stato inoltre autorizzato il versamento di 25 milioni di dollari in aiuti militari nelle casse del nuovo governo iracheno e al consiglio regionale dei curdi in Iraq. Il presidente statunitense, già nelle scorse settimane, durante il vertice Nato in Galles, ha fissato i tempi della guerra: “Sconfiggeremo lo Stato Islamico con un programma di 3 anni”. La spinta di guerra di Obama, premio Nobel per la pace, è stata data necessariamente dall’affronto di un’innegabile problematica presente (per responsabilità innanzitutto americana: che cos’è, dove e come nasce l’Isis?) sul campo del Vicino Oriente così come nella consultazione dell’agenda: martedì 4 novembre in America ci saranno le elezioni di midterm, tornata elettorale abitata soprattutto dall’elettorato bianco e più anziano, serbatoio tendenzialmente più attento alla politica estera e alla rappresentazione degli Usa nel mondo. La guerra è la risposta anche elettorale di Obama ai repubblicani che ciclicamente lo attaccano per la debolezza della sua politica estera, nel desiderio presidenziale di concludere l’esperienza del primo presidente nero degli Stati Uniti nella condizione più amichevole possibile, per quanto sfregiata dal dannato flagello della guerra.

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