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giovedì, 23 Maggio 2024

La crisi del Milan preannuncia la caduta dell'impero berlusconiano

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

La scenetta di Silvio Berlusconi che intona “hip hip hurrà” insieme ai calciatori del Milan in un salone di Milanello rimarrà, molto probabilmente, nelle cronache della decadenza di un impero. Al di là delle cosiddette “bombe” di calciomercato, spesso usate per distogliere l’attenzione dalla luna per far guardare solamente il dito, e delle delusioni raccolte sui rettangoli verdi dell’annata calcistica 2014/15, oramai arrivate ai minimi termini sia in Serie A che in Coppa Italia, è evidente che c’è qualche problema in casa Berlusconi. Una questione che, si badi bene, non è solamente calcistica ma anche politica ed economica, laddove i colori rossoneri hanno storicamente ed innanzitutto assolto il compito di brand vincente, di team perfetto e di spasmodica pubblicità.
La ragnatela berlusconiana allungata sui media, attraverso uffici stampa scaltri e capaci, e la tattica aziendalista adoperata dai vertici, da tempo, ha provveduto a celare quel che sta avvenendo al Milan, che rappresenta oggi l’esemplificazione di quel che sta cambiando nel regno di Berlusconi. Fa specie vedere come la questione Inzaghi sia stata pubblicamente gestita. Quel che fino all’altro giorno era in profonda discussione, oggi è “risolto” con una pacca sulla spalla e con l’acquisto (ovviamente in prestito) della punta Mattia Destro e del terzino Salvatore Bocchetti. Ma è davvero cosi? L’impressione è che quel che sta avvenendo in casa Milan sia la replica di un siparietto già visto. La tattica della dismissione berlusconiana, mantenendo però il bastone del potere per giocar le ultime carte, magari sognando che i tempi d’oro del consenso e della vittoria torneranno, un giorno, in auge.
Forza Italia e Milan: un binomio non nuovo, che ha funzionato vent’anni fa ma che è oggi in decadenza. Ad Arcore sembra abbiano perso la bussola, non si comprende la direzione che si sta dando alle cose, che siano pruriti di partito o scocciature di pallone. A forza di proclamare, quando al governo, che “la crisi non esiste” e, quando a Milanello, che il Milan ha “la miglior rosa del campionato”, Berlusconi è finito in un vicolo cieco che sembra preannunciare “la fine di un regno”. Se venisse oggi scattata una foto di gruppo ad Arcore, il giorno dopo l’eliminazione del Milan dalla Coppa Italia (indicativo, triste e fallito obiettivo stagionale), mentre impazza la trattativa del Patto del Nazareno per il presidente della Repubblica, quel che comparirebbe sarebbe una brigata non solamente anomala, ma anche abbastanza sorprendente: affianco Berlusconi siederebbe il fido Matteo Renzi, il rottamatore democratico impegnato a coprir le spalle al premier purché il Cavaliere gli sfondi qualche porticina di Palazzo Chigi e dintorni, poi l’allenatore del Milan, Filippo Inzaghi, il dipendente fedele all’azienda madre, incaricato di coprir gli orrori del campo con la magnificenza della bandiera comunque sia da sventolare, infine la coppia di amministratori delegati, Barbara Berlusconi e Adriano Galliani, che si guardan reciprocamente col sorriso ma che si ringhiano silenziosamente contro. Poco più in là il circo aziendale, dalla Barbara D’Urso a Denis Verdini, passando per Fedele Confalonieri, Marina Berlusconi e compagnia.
Un quadretto inquieto, pubblicitariamente forte ma tecnicamente deboluccio. Fino a quando resterà in piedi il consueto metodo del capro espiatorio da individuare per scaricar le colpe addosso al malcapitato? Prima Gianfranco Fini e Angelino Alfano, poi Clarence Seedorf e oggi Adriano Galliani, del quale la curva del Milan ha chiesto la testa, cadendo nella classica trappola della responsabilità, calcistica o politica, spostata un poco più in là, fino a quando questo sistema continuerà disgraziatamente a funzionare.

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