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giovedì, 30 Maggio 2024

Kobane tra gli “aiuti volanti” degli Usa e le concessioni della Turchia

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«Aiutiamo le forze peshmerga curde ad attraversare il confine per raggiungere Kobane. La discussione su questo tema prosegue» questa la dichiarazione di lunedì 20 ottobre da parte del ministro degli Esteri turco, Mevul Cavusoglu. La Turchia ha deciso di dare ascolto alle richieste di aiuto del presidente del Kurdistan iracheno, Massud Barzani, nonché(per metà) dei turchi di etnia curda che manifestano da settimane nel sud del Paese.
Sì, perché se la Turchia ha permesso il passaggio dei peshmerga in territorio turco al fine di dare soccorso all’YPG, Erdogan ha ribadito il suo diniego ad armare quest’ultimo, branca armata del Partito dell’Unione democratica (PYD) che, essendo collegato a sua volta al PKK, avrebbe palesi collegamenti al terrorismo. Poche ore prime Barack Obama aveva confermato la sua volontà di armare le forze curde a Kobane, dichiarando che lo Stato islamico è un nemico comune (alla Turchia). «Accogliamo con favore queste dichiarazioni del ministero degli Esteri» ha detto inoltre il vice portavoce del Dipartimento di Stato Marie Harf, aggiungendo: «Penso che dovremmo pensare a più risorse, a più combattenti a Kobane, la situazione sta diventando sempre più critica».
Tali parole giustificano la decisione by USA di rifornire “via cielo” i curdi in guerra e di armamenti e di attrezzature mediche. Tutti i pacchi di rifornimento sono finiti nelle mani giuste, tranne uno, lanciato in una zona desolata del confine turco-siriano. Il canale di informazione arabo Al Arabiya ha da poco dichiarato che l’ISIS ha preso il controllo di un nascondiglio dei curdi dove custodivano i rifornimenti lanciati via cielo dagli aerei americani. Bombe a mano, munizioni e lanciagranate a razzo, perdite da non poco. Un errore peggiore lo avevano commesso i piloti iracheni a settembre che, addirittura, lanciarono armi e medicine ai combattenti dell’IS.
Nonostante questi falli grossolani gli obiettivi degli americani sembrano tutti colpiti e affondati: dall’inizio della missione sono stati condotti 135 attacchi aerei contro importanti postazioni dello Stato islamico che, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, avrebbe perso, a causa dell’intervento statunitense, 370 tra i soldati più influenti, nonché numerose basi belliche. L’IS, insomma, sembra vacillare, e sembra che poco effetto abbiano sortito le intimidazioni attraverso le decapitazioni rese pubbliche di cittadini americani. L’obiettivo statunitense è chiaro e, secondo il comandante della missione a Kobane, addirittura concluso.
Eppure altrettanto chiaro è quello dell’IS i cui adepti (la maggior parte di nazionalità straniere) continuano imperterriti a lanciare messaggi ai propri Presidenti e Capi di Stato.
L’ultimo avvertimento arriva dal diciassettenne australiano Abdullah Elmir:«A Tony Abbott dico che con queste armi che abbiamo e con questi soldati noi non smetteremo di lottare. (…) Non deporremo le armi fino a quando non avremo raggiunto le vostre terre, fino a quando non avremo la testa di ogni tiranno e fino a quando la bandiera nera (dell’ ISIS) volerà in alto in ogni singolo Paese».
In un gioco di offensive e controffensive nessuno sembra incline a desistere, forse perché ognuno lotta per obiettivi apparentemente dissimili ma nel cuore affini e poco, veramente poco, c’entra la religione. Eppure la reazione all’ISIS da parte dei Paesi del mondo sembra essere unanime; a pagare le conseguenze di questo gruppo di combattenti che rappresenta neanche un quarto dei musulmani del mondo sono i veri fedeli, vittime di atti e leggi islamofobi da parte di cittadini, coristi (si guardi alla Francia che ha espulso dal teatro una donna in burqa) e Presidenti delle Camere (l’australiano Bronwyn Bishop ha imposto il divieto, contestato dal Presidente di Stato, del burqa e del niqab in luoghi pubblici). Invece solidale (secondo alcuni un po’ troppo) ai musulmani resta la Turchia che in poco tempo ha varato una serie di riforme a difesa dell’”etica musulmana”.

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