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mercoledì, 29 Maggio 2024

Il reddito di cittadinanza diventa reddito di discriminazione

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Susanna De Palma
Susanna De Palma
Laureata in Scienze Politiche. Giornalista professionista dal 2009. Fin dagli anni del liceo collabora con alcuni giornali locali torinesi, come la Voce del Popolo e Il Nostro Tempo. Dal 2005, pur mantenendo alcune collaborazioni, passa agli Uffici Stampa:Olimpiadi 2006, Giunta regionale, Ostensione della Sindone. Attualmente giornalista presso l'ufficio stampa del Consiglio regionale Piemonte.

Non più di un anno fa la vicenda della discriminazione nella mensa di Lodi ad opera della sindaca leghista Sara Casanova, aveva riempito tutte le prime pagine dei giornali. La prima cittadina aveva emanato un regolamento per disciplinare l’accesso alle agevolazioni per poter usufruire del servizio mensa e scuolabus, con cui si stabiliva che le famiglie extracomunitarie che volevano chiedere i contributi per poter accedere alla mensa e allo scuolabus a prezzo inferiore dovevano presentare, oltre all’Isee, anche una certificazione rilasciata dal Paese d’origine per dimostrare che non possedevano immobili o altre fonti di reddito fuori dall’Italia.

Ebbene, per la serie la storia si ripete, ieri il Senato ha approvato un emendamento al Dl Reddito di cittadinanza che in qualche modo “legalizza” la linea Lodi. Il testo prevede infatti che per ottenere il reddito di cittadinanza per gli stranieri extracomunitari non basterà l’Isee (l’indicatore della situazione economica) a dimostrare lo stato di bisogno, ma servirà anche una certificazione di reddito e patrimonio del nucleo familiare rilasciata dallo Stato di appartenenza, tradotta in italiano e “legalizzata dall’autorità consolare italiana”.

Cosa facile a dirsi e impossibile a farsi nella maggior parte dei casi. Nell’emendamento approvato vengono richiesti certificati provenienti dal Paese di origine anche ai cittadini stranieri che hanno figli nati in Italia,  a chi si è sposato in Italia o ha fatto già trascrivere il proprio matrimonio celebrato all’estero nei comuni italiani. Imporre la produzione dei certificati del Paese di origine senza distinguere i casi, numerosissimi, nei quali i dati sulla composizione della famiglia sono già in possesso dell’anagrafe italiana appare alquanto incomprensibile.

Esistono Paesi nei quali è “oggettivamente impossibile” procurarsi i documenti: si pensi agli Stati dove ciascuna municipalità può attestare l’inesistenza del reddito o patrimonio solo nell’ambito del territorio municipale. Il che costituirà un ulteriore ostacolo all’accesso degli stranieri che va aggiungersi a quello del titolo di soggiorno e dei dieci anni di residenza.

La scelta  è dunque, ancora una volta, quella di escludere il numero più elevato possibile gli stranieri per i quali evidentemente non vale l’obiettivo di “eliminazione della povertà” che il Governo dichiara di perseguire.

Beffa nella beffa anche per gli italiani residenti all’estero. Nel caso in cui parte degli  italiani iscritti all’Aire (Anagrafe Italiani residenti all’estero) volessero rientrare in Italia perché rimasti senza lavoro  e avessero dunque  bisogno di  ricorrere al reddito di cittadinanza, pur riacquisendo la residenza italiana,  non ne avrebbero diritto. Il testo prevede infatti che anche gli italiani (ex residenti all’estero) abbiano almeno due anni continuativi di residenza italiana.

 

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