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venerdì, 25 Settembre 2020

Il famoso milione di posti di lavoro, ma mancano i lavoratori (specializzati)

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Malvina Brandajs Di Martino
Malvina Brandajs Di Martino
Torinese, laureata in Scienze della Comunicazione, consulente in Relazioni pubbliche istituzionali ed aziendali, organizzazione eventi, ufficio stampa. Appassionata da sempre di politica ed attualità, da qualche anno segue anche gli scenari del mondo delle Risorse Umane.

Il problema non è la mancanza di posti, ma la mancanza di persone da assumere. Un paradosso per cui i giovani non trovano lavoro, mentre le imprese non trovano giovani da impiegare. Gli esperti lo chiamano “effetto mismatch”.

Una piccola zavorra in piu per il Paese, tra (tanti) posizioni che rimangono libere e candidati che non trovano sbocchi.
Una recente inchiesta del Sole 24 Ore evidenzia come il problema in Italia non sia la disoccupazione in termini assoluti. Nel quarto trimestre 2019 il dato della quota di persone alla ricerca di un posto di lavoro  diffuso dall’Istat rimane sostanzialmente stabile al 9,8 per cento con una lieve flessione degli occupati solo a dicembre. Il nodo è la non corrispondenza tra i profili richiesti dalle aziende e le competenze disponibili: quello che le imprese chiedono non si trova spulciando i curricula disponibili.
Questa forbice si allarga sempre di più arrivando a creare quello che viene definito, “allarme mismatch”: per il primo trimestre del 2020, secondo i dati diffusi da Unioncamere, su tutto il territorio nazionale si renderanno disponibili 1,1 milioni di opportunità di lavoro, in diversi settori. A fronte di questo circa 355 mila sono i profili professionali difficili da reperire, ovvero oltre il 30% di posizioni che potrebbero rimanere vacanti per mancanza di candidati idonei.
Ma quali sono questi profili fantasma? Le selezioni più difficili in assoluto sono quelle legate alle nuove professioni del mondo dell’innovazione e a Industria 4.0: tanto richiesti quanto introvabili sono i data scientist, data analyst, ingegneri 4.0 con preparazione digitale.

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Altre professioni in cui da tempo mancano i profili sono anche quelle legate a diversi settori più tradizionali ma che richiedono comunque un alto tasso di specializzazione: nell’industria chimica i tecnici di laboratorio e gli analisti chimici, in ambito meccanico i tecnici in campo ingegneristico, nel legno/arredo gli attrezzisti e i tecnici nel trattamento del legno, gli esperti in marketing,  nell’alimentare gli addetti alle lavorazioni dei prodotti alimentari, nella moda i modellisti di capi di abbigliamento e prototipisti, nell’Ict  gli analisti programmatori e gli sviluppatori di software e app. Negli ambienti delle risorse umane questi ultimi vengono considerati ormai quasi creature mitologiche, contattabili per i colloqui unicamente su skype e per cui il meccanismo domanda-offerta è sostanzialmente ribaltato rispetto all’immaginario comune.

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Il problema della mancata corrispondenza si avverte maggiormente nelle Regioni manifatturiere che trainano il Prodotto interno lordo, quelle che producono la maggior ricchezza del Paese, Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia-Giulia, Emilia Romagna: si oscilla dal 35 fino al 38 per cento. E questa percentuale arriva al 50 per cento tra i giovani under 29. Un ragazzo su due non ha una preparazione e un profilo che si possa spendere sul mercato del lavoro rispetto ai posti di cui le aziende hanno bisogno.
L’origine, le cause del mismacht si ritrovano nella formazione, nella scuola. L’impatto dell’innovazione tecnologica sull’industria italiana (digitale, Impresa 4.0, green economy, i processi di automazione, la gestione dei big data) mette di fronte alla necessità di figure formate in ambito scientifico e tecnico. Ed oggi ogni anno in Italia si laurea in materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) appena l’1,4 per cento  dei ragazzi contro il 3,6 per cento della Germania e il 3,8 per cento del Regno Unito.
Una parziale risposta alla domanda delle imprese, con una offerta formativa qualificata ed in grado di offrire competenze tecniche, la danno gli Its, Istituti Tecnici Superiori:  percorsi di specializzazione tecnica post diploma realizzati con il modello della Fondazione a cui partecipano gli enti locali, le Università, le imprese private. Sono presenti soprattutto nelle aree di maggior sviluppo strategico del paese e vedono una crescente domanda a fronte (ancora) di posti limitati.

Altra soluzione che mettono spesso in campo le aziende specialmente del manifatturiero, insieme alle società specializzate in ricerca & selezione, sono le Academy, percorsi di formazione che prevedono oltre l’aula anche le prove “on the job”, un accompagnamento tramite tutor o altri strumenti a seconda della specializzazione richiesta dal settore, ed infine le certificazioni tecniche necessarie per accedere all’inserimento vero e proprio.
Questa formazione spesso può essere finanziata attraverso i diversi fondi appositi, previsti dalle varie categorie, senza quindi costi per i lavoratori che possono accedere gratuitamente alle opportunità.

È il caso  di una Academy permanente realizzata all’interno dell’Interporto di Rivalta Scrivia (Tortona) dedicata agli addetti alla logistica: gli allievi si formano con un simulatore virtuale di carrello elevatore. Un sistema che ricrea nel particolare l’ambiente di lavoro e le situazioni in cui un “carrellista” si può trovare.
Un modo per fare pratica e specializzarsi, parola d’ordine fondamentale per rispondere alle richieste delle aziende ed entrare nel mondo del lavoro più velocemente e con maggiori prospettive di carriera.

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