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giovedì, 24 Settembre 2020

I processi ai tempi dei Faraoni: il papiro giuridico di Torino

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Federico Depetris
Federico Depetrishttp://www.avvocatodepetris.it/
Avvocato del Foro di Torino (per la biografia completa visitare il sito internet www.avvocatodepetris.it) è appassionato di scrittura, politica e di storia del diritto. Collabora con Nuova Società curando la rubrica “Aequitas” dove si approfondiscono tematiche giuridiche e argomenti di attualità.

Nel 1155 a.c. il regno di Ramses III attraversava un periodo di instabilità politica e sociale. I lavoratori di Deir el Medina (Luxor), addetti alle sepolture reali, erano in rivolta, la burocrazia dello stato in affanno e la corte dell’anziano sovrano era spaccata in due fazioni.

In questo clima declino politico del sovrano, la potente Tiye, moglie secondaria del faraone, decise, con una congiura, di eliminare il marito affinché a Ramsess III succedesse il proprio figlio Pentaur e non Ramesses-Hekma-Meriamun, figlio avuto dal faraone con la sua prima moglie.

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La regina Tiye, il giovane principe Pentaur ed altri importanti esponenti della corte, con la complicità di alcune concubine del faraone, uccisero il sovrano nel proprio harem, probabilmente ferendolo alla gola con un pugnale.

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La congiura venne tuttavia scoperta ed i dignitari della corte fedeli al sovrano Ramsess III ed al figlio Ramesses (poi salito al trono come Ramsess IV) riuscirono ad arrestare i congiurati ed a processarli.

Questa avvincente storia di intrighi di palazzo, congiure ed omicidi ci è stata tramandata da un papiro conservato presso il Museo Egizio di Torino.

Il papiro descrive infatti il processo che la regina Tiye ed il principe Pentaur subirono assieme ai loro complici ed è un documento eccezionale in quanto è una delle poche fonti che ci permettono di capire come funzionasse il sistema giudiziario nell’antico Egitto.

Tutti i congiurati vennero condannati per la morte del sovrano alla pena capitale. Le tombe reali di Pentaur e Tiye furono distrutte e spoliate così da impedire l’accesso alla vita eterna ai due traditori.

I fatti di cui erano accusati erano l’omicidio del sovrano, l’alto tradimento e l’utilizzo di pratiche magiche ed occulte proibite.

I congiurati infatti per uccidere il faraone ricorsero non solo al pugnale che poi ne determinò verosimilmente il decesso come appurato da un collegio di esperti forensi nel 2011, ma si affidarono anche a pratiche magiche.

Il processo fu tutt’altro che semplice. Ramses IV era salito al trono ed era riuscito a far arrestare la matrigna ed il fratellastro, tuttavia essi erano ancora molto potenti ed avevano numerosi amici a corte. Fu così che durante il processo ben cinque giudici si abbandonarono ad un’orgia con sei concubine che avevano partecipato alla congiura per uccidere il faraone. Quattro dei cinque giudici che si lasciarono corrompere dalle sei avvenenti e spregiudicate imputate furono a loro volta uccisi, uno solo venne perdonato dal nuovo sovrano.

A molti congiurati, dopo essere stati condannati a morte fu concesso il privilegio del suicidio, tra quelli che scelsero di togliersi spontaneamente la vita vi fu certamente il giovane Pentaur.

Quello del papiro di Torino è una delle poche testimonianze scritte sul funzionamento del sistema giudiziario in Egitto. Oltre al papiro conservato al Museo Egizio sono stati reperiti alcuni laconici geroglifici sparsi nei siti archeologici. Le nostre conoscenze, quindi, sul sistema giudiziario dei faraoni sono piuttosto limitate.

Gli storici ipotizzano che il sistema giudiziario si articolasse in due livelli: uno locale decentrato ed un centrale.

L’amministrazione della giustizia a livello locale era delegata ai notabili delle comunità. Queste corti inferiori avevano competenza per i reati bagatellari e le piccole controversie tra privati.

Si ritiene che invece le questioni di maggior rilievo fossero di competenza della corte del sovrano dove la giustizia era amministrata, per conto del faraone, dal suo Gran visir.

Il diritto vigente nell’antico Egitto era per lo più di origine consuetudinaria e le leggi venivano tramandate oralmente. Il ritrovamento di editti contenenti norme giuridiche infatti è un fatto piuttosto raro (è stato scoperto un solo codice di leggi) il ché può apparire strano per una civiltà che ha saputo descrivere e tramandare il proprio sistema di governo, culturale, religioso etc. con un numero straordinario di geroglifici, disegni e opere architettoniche.

La scarsità delle fonti ci ha comunque permesso di scoprire alcune peculiarità del sistema giuridico egiziano come ad esempio che sussisteva una sostanziale eguaglianza dinnanzi alla legge tra uomini e donne, le quali, rispetto a numerose altre antiche civiltà, godevano di uno status giuridico decisamente migliore. Inoltre, come emerge dal papiro di Torino, il processo, quando aveva ad oggetto reati molto gravi o comunque erano coinvolte persone di rilievo, si articolava in due piani: uno materiale ed uno “spirituale” e magico. Le condanne infatti erano sia materiali e “patiche” (punizioni corporali, rimprovero, morte etc.) che magiche e spirituali (distruzione di tombe, formule magiche punitive etc.).

Ad ogni modo la nostra conoscenza sulle leggi dell’antico Egitto e sul suo sistema giudiziario è troppo frammentaria per riuscire ad avere quadro esaustivo e completo. Ciò che emerge, comunque, è che anche sotto il profilo giuridico la civiltà egizia fosse particolarmente complessa.

 

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