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martedì, 22 Settembre 2020

Human Rights Now, trent’anni fa lo storico concerto per Amnesty

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Riccardo Graziano
Riccardo Graziano
Figlio del boom demografico e dell'Italia del miracolo economico, vive con pessimismo non rassegnato l'attuale decadenza del Belpaese. Scopre tardivamente una vocazione latente per il giornalismo e inizia a scrivere su varie testate sia su carta stampata sia su web.

Con una serata in puro stile amarcord, la sezione torinese di Amnesty International ha festeggiato il trentennale dello storico concerto “Human Rights Now!”, che ebbe luogo a Torino l’8 settembre 1988, unica data italiana di un tour internazionale ideato per celebrare il quarantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani e sostenere l’azione della stessa Amnesty International.
Chi c’era ricorda quel concerto come qualcosa di epocale, sia per la presenza di artisti internazionali di prim’ordine, sia  perché era inusuale che Torino ospitasse  eventi di quel livello, capaci di portare 60.000 spettatori allo stadio, sia per l’importanza delle tematiche alle quali il concerto era collegato, quei diritti umani troppo spesso negati, allora come forse ancor più oggi.
Per la cronaca, citiamo i protagonisti che salirono sul palco, in ordine di apparizione. Ad aprire il programma il senegalese Youssou N’dour, allora talento emergente del Continente Nero, oggi ministro della Cultura e del Turismo del suo Paese. Poi, come ospite locale, Claudio Baglioni, contestato da una (piccola) parte del pubblico che avrebbe forse preferito qualcuno con un’anima più “rock”. La contestazione, tuttavia, servì ad anticipare l’ingresso sul palco di Peter Gabriel, ex cantante dei Genesis, che affiancò il cantautore italiano, prima di presentare a sua volta il proprio repertorio ed emozionare il pubblico, in un tripudio di accendini accesi, con “Biko”, la canzone dedicata all’omonimo attivista sudafricano anti-apartheid ucciso dal regime del suo paese. Non prima però che sul palco si fosse esibita Tracy Chapman, cantautrice statunitense agli inizi di carriera, ma già apprezzata dalla critica e dal pubblico.  A seguire Sting, agli esordi nella carriera da solista dopo i trionfi con i Police, che con la sua “They Dance Alone”, ricordava il dramma dei desaparecidos causati dalla dittatura cilena di Pinochet, per concludere con il “boss” Bruce Springsteen e la sua E Street Band.
L’emozione del ricordo di chi ha vissuto quell’esperienza come spettatore, stando accoccolato o saltando e ballando sul prato dell’allora Stadio Comunale (oggi Stadio Olimpico Grande Torino) è grande, ma nulla in confronto a quella provata da chi quella manifestazione la organizzò, ovvero la struttura di Amnesty in Italia e, in modo particolare, la sezione torinese.
Un piccolo gruppo di giovani che agli ideali elevati sapeva (e sa tuttora) coniugare l’azione concreta, sopperendo alla pochezza di mezzi a disposizione. Vale la pena ricordare, perché tendiamo a dimenticarcene, che le possibilità “mediatiche” di allora era infinitesimali rispetto a quelle odierne: non esistevano twitter, facebook, internet. Nemmeno i cellulari. Quello che oggi con pochi “click” può essere messo in rete e potenzialmente condiviso con tutto il pianeta, allora viaggiava attraverso comunicati ciclostilati distribuiti a mano e telefoni a gettone, mentre la punta di diamante della tecnologia mediatica di allora era il fax, ormai considerato un obsoleto oggetto di modernariato.
Eppure quei ragazzi riuscirono, in pochi giorni, con non poca fatica, grande entusiasmo e un pizzico di incoscienza (“non ci spaventava nulla”, ricordano in coro), a mettere in piedi un evento che resta nella storia degli spettacoli dal vivo e, soprattutto, ha rappresentato una svolta fondamentale per la loro organizzazione umanitaria, che in breve tempo ha visto triplicare il numero di sostenitori. Un risultato incredibile, ottenuto da un gruppo relativamente piccolo di attivisti e volontari, coadiuvati da ragazzi che prestavano la loro opera come Servizio civile. Un qualcosa di impensabile nel contesto odierno, virtuale e plastificato, molto “social” e poco sociale. Un risultato di cui andare giustamente fieri, anche e soprattutto a distanza di trenta anni.
A tre decenni da quell’avvenimento irripetibile e dopo tanto lavoro e impegno civile nel campo dei diritti umani, tuttavia, resta il rammarico di dover constatare che la situazione non è affatto migliorata, a causa della presenza nel mondo di decine di regimi oppressivi che continuano a perseguitare migliaia di persone per questioni di razza, etnia, religione, genere e convinzioni politiche. E di vedere che anche l’Italia ha imboccato un truce cammino sulla strada dell’intolleranza e della discriminazione.

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