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Gli avvocati dei No Tav: in carcere non rispettati i diritti dei nostri assistiti

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I legali dei quattro giovani No Tav arrestati lo scorso 9 dicembre con l’accusa di “terrorismo” hanno diffuso un comunicato nel quale chiedono il ripristino dei diritti dei giovani detenuti nei reparti ad Alta sicurezza delle case circondariali di Roma, Ferrara e Alessandria. Gli avvocati Eugenio Losco, Claudio Novaro, Giuseppe Pelazza, denunciano la condizione in cui vivono i quattro ai quali vengono sensibilmente compressi i diritti minimi di qualsiasi detenuto: censura della posta, colloqui ridotti, ore d’aria e socialità ridotte.
Gli avvocati citano la Corte europea dei diritti dell’uomo e il Comitato europeo per la prevenzione contro la tortura per far comprendere come sia anomala la situazione carceraria dei quattro No Tav e proseguono sostenendo che «L’isolamento e le altre restrizioni a cui sono sottoposti i nostri assistiti vengono giustificate dalla Procura di Torino con ragioni investigative».
Nel comunicato si ricordano inoltre alcune sentenze della Corte di Cassazione che hanno sostenuto che «il principio di civiltà che a colui che subisce una restrizione carceraria … sia garantita quella parte di diritti della personalità che neppure la pena detentiva può intaccare” mentre in questo caso il trattamento carcerario imposto va nella direzione opposta a tale sentenza».
Il Movimento Notav contemporaneamente ha lanciato una ”campagna di pressione” per “rompere l’isolamento” dei 4 No Tav con un invito a scrivere e telefonare alle istituzioni giudiziarie e carcerarie invitando tutti a farsi sentire «attraverso lettere, email, fax e telefono chiedendo il ripristino dei loro diritti». Scrivendo: “Chiedo che a Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia vengano riconosciuti tutti i diritti previsti dall’ordinamento penitenziario, che vengano tolti dall’isolamento e vengano revocati i divieti di incontro e colloquio attualmente in corso”.
Di seguito il comunicato degli avvocati
Chiara Zenobi, Claudio Alberto, Niccolò Blasi e Mattia Zanotti, i giovani No Tav arrestati all’inizio di dicembre 2013 e accusati dell’assalto al cantiere dell’alta velocità di Chiomonte, avvenuto il 13-14 maggio 2013, sono stati trasferiti nelle scorse settimane dal carcere di Torino nei reparti ad Alta sicurezza delle case circondariali di Roma, Ferrara e Alessandria.
Il regime detentivo a cui sono attualmente sottoposti è più rigido rispetto a quello previsto per gli altri detenuti in regime di Alta sicurezza, che prevede già, come è noto, una forte attenuazione delle opportunità trattamentali ed un regime di socialità specifico e più ridotto rispetto a quello dei detenuti definiti “normali”.
Nessuno di loro ha la possibilità di avere colloqui con i rispettivi conviventi. La loro posta in entrata e uscita è sottoposta a censura.
Nonostante fino a poche settimane si incontrassero regolarmente in sezione e ai colloqui con i difensori, Blasi e Zanotti hanno attualmente un divieto di incontro tra loro. Questo divieto ha come conseguenza una sensibile riduzione delle loro ore d’aria (visto che sono costretti a farle a turno), che da sei sono diventate tre.
Claudio Alberto si trova nella situazione più preoccupante.
A causa del divieto di incontro con due dei tre detenuti presenti nella sezione ad Alta sicurezza, e della scelta del terzo di svolgere la socialità unitamente agli altri due, Claudio Alberto, dalla data del suo trasferimento, avvenuto a fine gennaio, si trova in una situazione di completo isolamento, tanto più grave se si pone mente alla sua giovane età e alla circostanza che si tratta della sua prima esperienza carceraria.
In più occasioni la Corte europea dei diritti dell’uomo e il Comitato europeo per la prevenzione contro la tortura hanno sostenuto che l’isolamento carcerario, in considerazione della grave sofferenza psichica che ne deriva, può configurare un trattamento inumano e degradante che viola l’art. 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo. Perché ciò non si verifichi, tale misura deve essere contenuta nel tempo (non superare mai i 14 giorni) , essere giustificato da comportamenti straordinari e specifici del soggetto e non essere totale, vale a dire che non è possibile vietare al detenuto qualsiasi contatto sociale con gli altri soggetti ristretti in carcere.
L’isolamento e le altre restrizioni a cui sono sottoposti i nostri assistiti vengono giustificate dalla Procura di Torino con ragioni investigative, che, peraltro, nessuna autorità giudiziaria si è preoccupata di vagliare e verificare.
Ma l’ordinamento penitenziario, all’art. 33, ammette l’isolamento degli imputati solo durante la fase delle indagini. Nel nostro caso, le indagini sono da tempo concluse e gli imputati sono stati già rinviati a giudizio per il dibattimento, fissato per il prossimo 14 maggio.
Il regime detentivo a cui sono attualmente sottoposti gli imputati si risolve in un inasprimento generalizzato del grado di afflittività della misura cautelare a loro imposta e in una compressione dei loro diritti, in contrasto con l’insegnamento della Corte di cassazione, che ha più volte affermato come sia “principio di civiltà che a colui che subisce una restrizione carceraria … sia garantita quella parte di diritti della personalità che neppure la pena detentiva può intaccare”.
Torino – Milano 19 febbraio 2014.
Avvocati Eugenio Losco, Claudio Novaro, Giuseppe Pelazza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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