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giovedì, 28 Ottobre 2021

Fassino: “M5s ha interrotto nostro percorso di trasformazione città, ora riprendiamo il cammino”

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Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

La politica degli ultimi anni ha abituato a una terminologia che è entrata nel comune dialogo. Parole come cambiamento e discontinuità sono negli slogan di una e dell’altra parte contendente alla vittoria in qualsiasi sia il tipo di agone elettorale. Al cambiamento il cittadino votante  guarda spesso non con lungimiranza ma con ambizioni minime sebbene di uguale valore: si guarda a chi insomma promette di risolvere l’immediato problema quotidiano senza avere una visione, un progetto che cambi radicalmente. Predicare cambiamenti illusori affinché niente cambi del resto non è una novità dell’ultima campagna elettorale. Per il cambiamento si scelse di far cambiare rotta a una città che è sempre stata di centrosinistra, con le elezioni del 2016. Oggi non è più la parola cambiamento ma discontinuità a farla da padrone. Con cosa, è da vedere e saranno le urne a sancire la direzione prossima della città. 

Piero Fassino, deputato presidente della Commissione esteri alla Camera, già sindaco tra il 2011 e il 2016 pagò proprio in quell’anno la stanchezza e la curiosità degli elettori che optarono per qualcosa di diverso, di “nuovo”. L’uno vale uno, la freschezza di volti che alla politica arrivavano per la prima volta. L’assenza di esperienza quasi diventava vanto. Oggi le sfide sono diverse.

Fassino, qual è oggi la sfida che attende colui che governerà la città?

La grande sfida è rimetterla in moto, perché Torino ha conosciuto una gigantesca trasformazione della sua identità, a inizio degli anni ’90 con la giunta Castellani; quella trasformazione di identità è continuata con le giunte Chiamparino e con la mia. 

Poi la città ha cambiato idea, e ha optato per un cambiamento. A cosa ha portato?

Con il voto del 2016 in nome di un generico cambiamento si è interrotto quel percorso di trasformazione; parliamo di un cambiamento che non ha prodotto in questi cinque anni un rilancio ma al contrario, la città ha conosciuto una condizione di sostanziale stagnazione, e quindi c’è il problema di rimettere in moto Torino.

Immaginare Torino, capitale un tempo dell’industria automobilistica, come una berlina che stenta a partire è quasi paradossale, non crede?

Bisogna riprendere il cammino di una città plurale. Per cento anni Torino è stata città a una vocazione, come si diceva un tempo, ed è significativo come questa accezione sia sparita dal lessico. Perché non è più a “una” vocazione ma a molte di più: quella storicamente che l’ha fatta grande sono la manifattura e l’industria ma, al tempo stesso questa industria sempre di più ha bisogno di innovazione, ricerca, di tecnologia, di intelligenza artificiale, e tutto mette in connessione con il mondo del sapere della conoscenza e della cultura quindi una città che si rilanci a tutto tondo. 

Una rete di interconnessione tra vocazioni, dunque?

Questa è una città che non solo deve rilanciarsi dal punto di vista industriale e produttivo, ma contemporaneamente giocare il suo profilo di una grande città di cultura, di formazione, di sapere, di conoscenza, a partire dal fatto che dispone di due università di eccellenza. Torino è una città che ha risorse straordinarie e che può giocare una pluralità di vocazioni, da quella industriale che appartiene storicamente alla sua identità, ma anche a un rapporto molto forte della città con le nuove frontiere dell’innovazione, della tecnologia della ricerca. Pensiamo alla cultura, che è stata un volano importante con le nostre amministrazioni, anche grazie all’impegno e alla lungimiranza  di un uomo che tutti rimpiangiamo come Fiorenzo Alfieri. 

Torino può dunque guardare a un nuovo rilancio?

Lo può fare. Per farlo ha bisogno di un sindaco capace, autorevole, in grado di unire le energie della città intono a un progetto di sviluppo e Stefano Lo Russo ha queste caratteristiche.

Dai sondaggi sembra che nessuno dei contendenti abbia i numeri per chiuderla al primo turno. Se è vero che un partito da solo non basta più, come un tempo, oggi si guarda già al possibile ago della bilancia.

Noi ci rivolgeremo a tutti gli elettori torinesi. Perché il voto di ballottaggio non è il secondo tempo del primo turno: è un altro voto. Al primo turno si vota per candidati sindaci ma contemporaneamente per scegliere il consiglio comunale e conta quindi, anche e molto, la richiesta di voto dei partiti che presentano le liste. Al ballottaggio il voto è tra due candidati per la figura di Sindaco, e quindi è un voto diverso. Qualitativamente e strutturalmente. Non è importante tanto l’appartenenza politica dei candidati quanto la loro affidabilità e credibilità. Noi, in un ballottaggio, avremo un candidato che è certamente affidabile, credibile, che può essere un buon Sindaco per tutti i torinesi.

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