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mercoledì, 21 Ottobre 2020

E se i preti potessero sposarsi? (quarta parte)

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Dopo questa cavalcata attraverso i secoli per seguire la storia dell’imposizione nell’area cattolica d’un sacerdozio celibatario, è tempo di verificare la fondatezza delle sue motivazione e l’attuale sua pratica per giungere ad una valutazione della sua credibilità oggi, in un contesto culturale fortemente secolarizzato dove libertà e diritti umani sono valori irrinunciabili.

Quattro i punti nodali. 1°- Il celibato sacerdotale non ha alcun fondamento biblico. La cultura ebraica nella quale nasce il movimento cristiano ignora del tutto il celibato. 2°- Il sacerdozio delle origini, se di sacerdozio si può parlare, non è affatto celibatario. 3°- Due passi neotestamentari documentano che il celibato non è imponibile. a) Matteo, 19,12: Gesù, dice che gli eunuchi, uomini privi degli organi virili, possono essere tali per nascita, per castrazione o per propria autonoma decisione “per il regno dei cieli”. Ed aggiunge: “Non tutti, però, capiscono questa parola, ma solo coloro cui è stato dato”, evidentemente come un dono di Dio. b) La conferma che il celibato per il regno è un carisma la dà Paolo nella prima lettera ai Corinzi, 7,7: “Vorrei che tutti fossero come me [celibi]; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro”. Anche i sostenitori del celibato hanno sempre affermato che sia dono di Dio, ma ambiguamente tacendo il fatto che esso non ha nulla a che fare con l’altro dono di Dio che è la vocazione sacerdotale. 4°- Stando così le cose, quale fondamento biblico ha il canone 132 del Codice di Diritto Canonico del 1917 che accolse la tradizione impositiva ingiungendo a diaconi e sacerdoti di “astenersi dal matrimonio e di osservare la castità per non essere rei di sacrilegio”. Una prevaricazione non solo sulle indicazioni bibliche, ma anche una violenza alla natura umana della quale la sessualità è elemento costitutivo?

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A forza di rifarsi a papi e concili della chiesa cattolica diffusasi in tutto l’Occidente europeo e nel tempo affermatasi anche nel resto del mondo, si corre il rischio di ritenere il celibato un questione universale. In realtà, esiste un’altra chiesa meno strutturata ed appariscente, sviluppatasi nella zona orientale dell’Europa ed a sua volta diffusasi a livello mondiale, nota come chiesa “ortodossa”, sostanzialmente con fede e sacramenti identici a quella “cattolica”, ma da essa divisa per svariate ragioni e particolarmente per il suo rifiuto d’assoggettarsi alla supremazia del papa di Roma. In essa la trasmissione del sacerdozio continuò conforme alle origini, libera dalla questione del celibato, tanto da ritenerla un’eresia e scomunicare la chiesa cattolica. Il futuro prete decide liberamente se sposarsi o vivere celibe e casto, giacché la funzione sacerdotale ha valore e dignità in sé e solo sollecita chi la detiene ad esemplarità di vita e zelo nel compierla. Vivendo tra il popolo e come parte del popolo, il clero ortodosso non ha subito l’influsso del monachesimo e della sua spiritualità, diversamente dalla chiesa occidentale che ha imposto la castità perché ritiene che il sacerdote nell’amministrare i sacramenti e soprattutto l’eucarestia, operi “in persona Cristi”, cioè come fosse Cristo stesso, maschio e celibe.

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Se della chiesa ortodossa poco si sa, meno ancora si sa che al suo fianco e sul suo modello si è sviluppata una costola del cattolicesimo romano i cui preti possono sposarsi. Nel meridione italiano esistono da secoli alcune comunità cattoliche cosiddette di rito orientale con preti felicemente sposati, però invitati da Roma, e non c’è da stupirsi, a far parlare di sé il meno possibile. 

Dunque, il sacerdozio uxorato nella chiesa cattolica già esiste e ciò quasi trasforma in barzelletta la sua lotta secolare per il celibato. Barzelletta confermata, anni or sono, dall’accoglienza calorosa da parte di Benedetto XVI di sacerdoti e vescovi anglicani, in fuga dalla loro chiesa perché contrari all’ordinazione sacerdotale delle donne, creando e affidando loro un vicariato autonomo. Uno sgarbo vistoso all’istituzione sorella, ma anche ai preti cattolici celibatari. I richiedenti asilo, infatti, in realtà non erano che laici sposati privi del carattere sacerdotale poiché la chiesa romana non ritiene valido il rito con cui quella anglicana ordina i suoi preti. Però, per cristiana ospitalità o per ulteriormente allettarli, Benedetto derogò al Diritto canonico concedendo loro l’ordinazione sacerdotale in barba al celibato. Una scelta che, pochi anni dopo, papa Francesco non condivise, ignorando del tutto la richiesta della maggioranza dei vescovi del Sinodo amazzonico di ammettere al sacerdozio, almeno in situazioni pastorali estreme, uomini sposati di specchiata fede e zelo.

La celebrata perla del sacerdozio cattolico è, dunque, aleatoria in base all’area vocazionale occidentale e orientale o a insindacabile giudizio dell’autorità suprema romana? La situazione è chiaramente contraddittoria e ambigua, tale da indurre a pensare che esistano due tipi di sacerdozio: d’eccellenza e auspicabile l’uno, compatibile e tollerabile l’altro. Supposizione non infondata che unita ai fatti sopra considerati orienterebbe il buon senso, non occorre scomodare l’intelligenza, a sopprimere l’obbligatorietà del celibato, senza più costringere il prete ad un’eroicità quotidiana o a lacerarsi la coscienza per dar pace in qualche modo ad affettività e sessualità violentate. Un atto che godrebbe dell’appoggio di credenti e non, ma che non si profila all’orizzonte. Per tanta parte della gerarchia sarebbe come cancellare un dogma e per un papa un candidarsi alla damnatio memoriae. Francesco nemmeno ci pensa, evidentemente non quello d’Assisi. (4, continua)

Vittorino Merinas

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