Mai come quest’anno il Giorno del Ricordo ha portato con sé polemiche, accesi dibattiti e anche scontri fisici (vedi i fatti accaduti al campus Einaudi). Il consigliere regionale Domenico Rossi, quota Partito Democratico, torna sull’argomento.

Quello di quest’anno è stato un Giorno del ricordo particolarmente ricco di polemiche sia a livello regionale che nazionale, cosa ne pensa? 

Viviamo giorni di polemiche. Accade ogni anno, quando si avvicina il Giorno del Ricordo.
L’assessora all’istruzione della Regione Piemonte Elena Chiorino ha deciso di regalare un libro edito da una casa editrice vicina ai movimenti neo-fascisti sulla storia di Norma Cossetto. A Novara la Provincia invita tutte le scuole a visionare il film Red Land… Ovunque la destra governi si dà massima importanza al giorno del ricordo: si investono risorse, si immaginano iniziative (senza imbarazzo alcuno di fronte alla contiguità con Casa Pound), dimenticando sempre di raccontare un pezzo di quella storia, in particolare la brutale occupazione fascista di quelle terre.

Secondo lei è corretto parlare di memorie in conflitto per uso politico?

Il problema non è la storia di Norma Cossetto o la violenza che ha subito; così come nessuno può permettersi di dubitare che le foibe furono “orrore senza giustificazione”. Su questo siamo o dovremmo essere tutti d’accordo. L’odio, la violenza, tanto più se rivolti contro innocenti in maniera indistinta devono farci orrore, sempre e vanno condannati. La domanda più importante è quella sulle finalità di questa scelta. Perché la destra investe così tanto su questo?
La questione non va relegata a un’opposizione tra destra e sinistra. In gioco non c’è questo, quanto piuttosto la nostra identità collettiva. La memoria è fondamentale nel definire chi siamo sia a livello individuale sia a livello collettivo. Lo è in maniera particolare laddove si tratta di ricordare momenti traumatici e particolarmente significativi (in positivo o in negativo). C’è chi rimuove gli eventi più brutti, chi li nega, chi si dissocia. E diventa ancora più difficile quando c’è di mezzo una nostra responsabilità diretta o indiretta. Sono proprio stato io a comportarmi così? Avrei potuto fare qualcosa, che invece non ho fatto per far andare le cose diversamente? In pochi riescono a rielaborare e superare in maniera costruttiva gli eventi più traumatici. Sotto questo aspetto vi invito a riascoltare il discorso di Liliana Segre al Parlamento Europeo di pochi giorni fa. Non è un caso che in molti sopravvissuti (la stessa Segre) per anni non siano riusciti a parlare dell’esperienza del lager e che una certa dose di sofferenza, a volte insopportabile, accompagni sempre i sopravvissuti.

Quali sono  i limiti e i rischi dei tanti tentativi di riadattamento della storia a cui assistiamo  spesso proprio in occasione di giornate celebrative?

Il problema della rielaborazione del trauma non è solo individuale, ma anche collettivo. Il XX secolo ci lascia un’eredità pesante in questo senso, ma la destra italiana ha un problema specifico, peculiare. Mentre i tedeschi, seppur in ritardo, hanno affrontato la loro responsabilità collettiva nei confronti del fenomeno del nazismo, e oggi, esclusi i movimenti neo-nazisti, la destra tedesca è totalmente altro da ciò che è stato il nazismo, in Italia non siamo mai stati in grado di fare lo stesso. È come se non si riuscisse ad accettare fino in fondo abbiamo partecipato attivamente al male assoluto che ha caratterizzato tutto il percorso che ci ha portato alla seconda guerra mondiale e all’Olocausto. È più comodo, ancora oggi, sostenere percorsi di rimozione della colpa, spostando sul “cattivo tedesco” la quasi totalità delle responsabilità confinando gli italiani nel ruolo di brava gente. E visto che non siamo responsabili di quel “male assoluto” possiamo anche permetterci di non prendere le distanze dal fascismo, di giustificare i repubblichini e di rigettare il momento della resistenza come fondante della nostra repubblica. In questa modo la resistenza, che ha restituito dignità al nostro Paese, funge da mito fondativo per tutti coloro che si riconoscono nelle forze che l’hanno sostenuta, ma non per la destra italiana, che da subito, anche nel dopoguerra ha cercato di tenere vivo un legame con l’esperienza del fascismo e della Repubblica di Salò. Poi, certo, le cose si sono evolute, ma almeno fino al 1995, il MSI ha mantenuto saldi riferimenti al fascismo. Per anni abbiamo assistito al tentativo di riscrittura della storia della resistenza da parte della destra, con l’obiettivo di “parificare” il ruolo di repubblichini e partigiani. Quel tentativo non ha attecchito, ma il problema è rimasto. 

Come fare allora per non incorrere nell’errore di semplificare tra buoni e cattivi, tra vittime e carnefici? 

Occorre trovare qualcosa che ci permetta di dire che non siamo solo noi “i cattivi”, ma che alla fine siamo tutti uguali e che non ci sono gruppi politici e sociali migliori di altri. L’uso distorto che la destra fa del giorno del ricordo in Italia, sin dalla sua istituzione, è utile a questa ennesima espressione di rimozione delle colpe e delle responsabilità italiane in generale, e della destra in particolare. Il tema non sono le foibe, ma la “cattiveria” di quelli che qui in Italia, da sempre, si dipingono come i “buoni” o come eroi. Se siamo tutti uguali allora possiamo accettare di più ciò che abbiamo fatto senza vergognarci troppo. Questo spiega l’investimento importante che la destra fa per il giorno del ricordo. Quest’uso distorto della memoria non onora le vittime e non ci aiuta certo a crescere come un paese “sano”. Senza rielaborazione delle responsabilità dell’Italia fascista rispetto all’orrore della Shoah non potrà esserci memoria condivisa. La destra riconosca il ruolo che ha avuto e si ponga sostanzialmente nel solco costituzionale e antifascista.
Partiamo dalla Costituzione. E dai libri che raccontano la resistenza che la costituzione ci ha regalato. Il tema è tutto qui… la risposta alla domanda “chi siamo” o “in chi ci riconosciamo”.
Questo paese affonda le sue radici nel movimento plurale di resistenza al nazi-fascismo. La destra deve fare i conti con questo e non c’è ricordo di altri orrori che potrà cancellarlo.