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sabato, 13 Agosto 2022

Cinema e la riapertura che non decolla. Pochi film in cartellone e troppo costi per sale al 50 per cento

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Cinema al nastro di ri-partenza: una data, quella del 26 aprile scorso che in realtà per molti operatori del settore è solo un’icona alla quale la politica ha voluto consacrare un significato simbolico. Per fare in modo che lo start sia autentico sarebbero stati necessari altri confronti, e altro tipo di aiuti, che ad oggi non sarebbero ancora arrivati compici alcune scelte in buona fede ma poco oculate fatte dal governo e una cecità della Regione che, anziché aprire un confronto con gli attori dell’industria cinematografica, intesa come produzione e soprattutto distribuzione, ha preferito dire no tassativamente a un emendamento che le opposizioni avevano presentato al bilancio preventivo 2021. 

“La maggioranza ha cassato quella proposta senza appello – lamenta Arrigo Tomelleri presidente di Anec Associazione Nazionale Esercenti Cinema Piemonte – e questo ci ha lasciati particolarmente amareggiati: non si è tenuto conto della necessità di un tessuto come il nostro che, nella pandemia ha perso 400 milioni di euro che non sono pochi, specie considerando quante persone lavorano nell’indotto cinematografico”. L’emendamento proposto, chiedeva uno stanziamento di cinque milioni in tre anni “potevano rispondere che la cifra era troppo alta – continua Tomelleri – che si sarebbe dovuto lavorare a una proposta diversa: invece abbiamo ricevuto un no secco e senza appello. Le 140 aziende che aderiscono all’Anec hanno circa 800 dipendenti, numeri da industria non secondaria. Su Torino aziende come Massaua, Ideal, Reposi, non hanno ancora aperto perché i costi per quelle strutture sono così alti che non conviene farlo. A fronte di alcuni interventi che lo Stato non ha fatto, molti scelgono di tenere i dipendenti in cassa integrazione, tenendo presente che abbiamo vinto una grande battaglia nel vederci concedere la cassa integrazione straordinaria, che per i lavoratori dello spettacolo inizialmente non era prevista” Sempre secondo Tomelleri, il decreto che sancisce l’ingresso nelle sale per il Il 50 per cento della capienza  danneggia le sale medio piccole: “se ho mille posti da vendere, posso far sedere 500 persone mentre prima erano 200. Ma sei i posti in sala a pieno regime sono cento, diventano 50. Mentre prima coi distanziamenti e tutte le attenzioni, in gestore poteva dare accesso fin a 80 spettatori. 

Ma ad amareggiare per la bocciatura dell’emendamento dedicato al cinema nel bilancio di previsione, è la mancata considerazione da parte della maggioranza del ruolo sociale delle sale cinematografiche: “Ci saremmo aspettati, almeno, che se ne capisse l’importanza. Abbiamo lavorato tanto con Film Commission, con Piemonte Movie, per creare un circuito molto virtuoso con piccole sale che avevano il compito di diffondere film e documentari prodotti in Piemonte. Quelle sale oggi corrono il rischio di non riaprire; le piccole comunità se non hanno sensibilità e aiuto, spengono la luce: se la spegni in città te ne accorgi poco, ma nella piccola comunità te ne accorgi molto di più”. E se viene chiuso un cinema in un piccolo comune di montagna, magari l’unico, e per andare a vedere un film bisogna fare venti chilometri, le famiglie da casa non escono più e i ragazzi preferiscono fare altro. Per questo soprattutto nei centri periferici il cinema è socializzazione.  “C’è uno studio della Bocconi – dice ancora Tomelleri – che fotografa lo spettatore come quello che spende tre volte il prezzo del biglietto in attività collaterali quali la cena in pizzeria, i pop corn… Quei finanziamenti erano destinati a tenere in vita piccoli centri e piccoli cinema: è socialità”.

“Il Teatro Regio – ricorda ancora Tomelleri – ha finanziamenti pubblici e non ha il problema iniziale di tornare nei costi perché se non ci rientra chiude. La differenza tra il cinema e il teatro è che il primo è un’industria che vive soltanto sullo sbigliettamento, salvo un’istituzione come il Museo del Cinema che ha finanziamenti pubblici. Il cinema se ad esempio proiettando Nomadland non fa incasso perché non c’è pubblico, va in perdita. Su otto euro di biglietto, il 50 per cento noi lo diamo a chi ci fornisce il prodotto”.

La realtà del Piemonte e dei centri lontani da Torino è molto complessa dunque, ben lontana dai clamori dei titoli di giornali che costruiscono intorno alla parola “riapertura” una narrazione di positività che molto spesso non è poi accompagnata dalle reali capacità e opportunità del territorio, che per natura non può rispondere nello stesso modo a uno stimolo. Servono prodotti più generalisti e commerciali che riaccolgano il pubblico in sala, non basta riaprire con Nomadland e sperare di fare il botto. “Qualità per tutti, per ogni tipo di pubblico, in prodotti che devono riportare le persone in sala”. Questa è in sintesi la richiesta, e l’obiettivo, di Simone Castagno, amministratore delegato del Cityplex Massaua che fa parte del consorzio UniCi Unione Cinema il quale raggruppa 70 sale, e questo ne fa una realtà imprenditoriale molto variegata, dalla Sicilia al Piemonte; rappresenta il 15 per cento del mercato, quindi un referente importante nel rapporto con le distribuzioni. “La sensazione che abbiamo è positiva – dice Castagno –  innanzi tutto finalmente si riparte e lo si fa con competitività e con un prodotto da qui a ottobre sulla carta ben definito. Se il piano vaccinale dovesse funzionare andremo incontro a un ritorno alla normalità che ci auguriamo prossimo, con il ritorno a scuola”. Le prospettive sono positive, anche se la fase di ripartenza avviene in contesti effettivamente difficili perché “con il coprifuoco, la chiusura dei bar, la necessità della misurazione della temperatura, la conservazione per 14 giorni delle presenze dei clienti, creano certamente dei rallentamenti”. “I cinema sono tra i luoghi più sicuri al mondo – aggiunge Castagno –  scontiamo un eccesso di zelo richiesto dal Comitato ma ci adeguiamo se questo ci consente di apparire agli occhi del pubblico più sicuri”. Il cinema sembra essere sicuro non solo per la monodirezionalità, perché si sta in silenzio, per il distanziamento, ma per il semplice motivo che “abbiamo una normativa per il ricambio d’aria che ci porta 20 mt cubi di aria all’ora per persona, avendo una capienza dimezzata oggi questo parametro che in condizioni normali vuol dire in funzione della dimensione della sala, da due e mezzo a tre e mezzo ricambi di aria per ora, si raddoppia – sottolinea Castango – .La media oggi è di sei ricambi d’aria orari, che la normativa sui ricambi aria ora per i reparti covid ospedalieri”.

Il pubblico ha un gran desiderio di tornare al cinema, il motivo per cui il Massaua cercherà di riaprire il 20 è proprio per la grande richiesta di intrattenimento. Anche per Castagno non mancano le perplessità: “I due aspetti che ci preoccupano sono quello rispettivo al protocollo che ci auguriamo possa essere progressivamente alleggerito, in funzione dell’andamento della pandemia, e il secondo naturalmente riguarda il nuovo equilibrio di rapporti di distribuzione di contenuti con lo streaming che in questo momento evidentemente è oggetto di un prossimo tavolo con il Ministero”. L’esempio è da seguire è quello della legislazione francese. “E’ necessario un dialogo con le major anche per un uso più intelligente e integrato per le piattaforme – propone Castagno – . E’evidente che prodotti che si basano su una certa serialità possano essere spalmati tra sala e piattaforma. E’stato fatto con “l’Immortale”, che ha avuto un grandissimo successo: primo esempio di complementarietà tra sala, tv e serialità di piattaforma”. 

Attivare l’interserialità con le giuste tutele può favorire il rilancio culturale. Con il Recovery e tutte le misure di sostegno che potrebbero essere messe a disposizione del settore dell’audiovisivo per gli anni prossimi potrebbe esserci un futuro roseo ma dovremo essere bravi, con il miglioramento dei servizi, del prodotto, della filiera, della qualità delle sale. 

Proprio sul prodotto e sulla sua “freschezza” qualche perplessità in più viene sollevata da Arrigo Tomelleri “Il prodotto che arriva oggi è stato già venduto alle piattaforme, per il pubblico non è nuovo ma già vecchio, il decreto firmato il primo maggio è andato in gazzetta ufficiale senza consultare le categorie. La deroga ai film italiani di poter andare in piattaforma 30 giorni dopo l’uscita in sala fino al 30 dicembre; e questo non aiuta il cinema perché il cinema di un certo tipo, italiano e d’autore ha difficoltà ad arrivare in provincia la prima settimana. Deve aspettare il lancio delle grandi sale, le stesse riaperture a Torino sono basate su un solo film che il 30 di aprile è andato direttamente in piattaforma che è Nomadland, l’unica nuova presenza ora è Woody Allen che vedremo come va. Per il resto abbiamo il rischio di trovarci le sale vuote a causa dell’assenza di prodotto. I cinema piccoli possono ambire al crearsi una nicchia. Il cinema del pop corn non vive in questo momento, se ne parla dopo il Festival del Cinema di Venezia… ma è un guaio – e ne sottolinea il motivo – . La nostra azienda ha un costo anche se è chiusa. Pensiamo all’affitto, alla tari che non è stata tolta, siamo coi nervi a fior di pelle. Se non c’è un provvedimento che dice che almeno si può star fuori fino alle 23, a mezzanotte, la ripartenza non c’è. Con il coprifuoco alle 22 le persone non possono andare al cinema, se da Moncalieri a Torino ci metti mezz’ora per arrivare in centro, mi spiega come si fa ad arrivare al cinema, guardare il film e tornare a casa per tempo?”

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