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martedì, 28 Maggio 2024

Caso Orlandi, torna in auge la pista dei “vizi vaticani”

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Dopo quarant’anni ci potrebbe essere qualcosa che  persiste  come inconfessabile, oltre i festini con porporati gaudenti, per motivare ciò che non consente quella via d’uscita soft a volte auspicata Oltretevere sul caso Orlandi. 

Questo per vizi di cui parlano ormai da tempo libri e testimonianze in odore di incenso. Desta sicuro interesse la novità che vede la Procura di Roma ora occuparsi di una vecchia dichiarazione di un cardinale, scomparso nel 2001, che riferì alla stampa in merito a quanto comunicatogli su cosa successe e dove fu portata Emanuela Orlandi subito dopo il sequestro. Un’indagine che certo è frutto della collaborazione tra il promotore di giustizia Diddi e i magistrati romani incaricato del  caso da poco riaperto. 

Com’è possibile che dopo diversi decenni episodi controversi e marginali improvvisamente finiscano al centro dell’attenzione mediatica? Certo, quando c’è di mezzo il Vaticano tutto è possibile. Quelle “carte ingiallite” dei suoi archivi, sempre negate, che avrebbero dovuto fare chiarezza e che,  per ora, danno origine a speranze frammiste, pseudo scoop, polemiche, sospetti, ricatti e segnali di chi sa e continua a tacere, in un contesto terribilmente complesso. 

Ci riferiamo a quello che sarebbe emerso, dopo essere stato gelosamente custodito per decenni, in una confessione dall’allora ventunenne Natalina Orlandi, sorella maggiore di Emanuela, a un sacerdote colombiano (assistente spirituale della famiglia Orlandi) inerente le attenzioni morbose dello zio Marco Meneguzzi da tempo scomparso. 

Una vicenda risalente al 1978, rimasta nell’ombra, minimizzata da Natalina, (che all’epoca lavorava presso il bar della Camera dei deputati gestito dallo zio), nel corso dell’affollata conferenza presso la sede romana della stampa estera: “non fu uno stupro ma attenzioni e qualche regalo per un breve periodo”. 

Non sarebbe però la prima volta che si sarebbe ricorso a questa vicenda come possibile elemento di ricatto. E’ sempre Natalina Orlandi a ricordare come nel 2017 fu proprio il cardinale Becciu a riferirle di quella vecchia storia nel corso di un incontro riservato.

Queste presunta molestie sono al centro di un boom mediatico, assicurato pochi giorni fa dal lancio nel Tg serale di Enrico Mentana che, in esclusiva, ha riferito di un carteggio tra il cardinale Casaroli e un sacerdote colombiano, avvenuto tre mesi dopo la sparizione della ragazza con la fascetta (giugno1983). Un carteggio  avente come oggetto il contenuto della confessione della giovane Natalina, riguardante le attenzioni morbose dello zio, confermate dal sacerdote sudamericano in barba alla segretezza della confessione.   

L’improvviso emergere di questo certeggio, con annesso identikit che chiama in causa lo zio Mario Meneguzzi, ha fatto storcere il naso su un possibile depistaggio teso a bloccare una Commissione d inchiesta parlamentare che Pietro Orlandi ritiene ormai inarrestabile, nonostante i diversi ostacoli emersi.

Scatole cinesi, ricatti e sospetti

Come nelle scatole cinesi da un fatto che pare non avere alcuna relazione con la sparizione di Emanuela ed (avvenuta cinque anni dopo la confessione di Natalina), è stato rilanciato un ulteriore elemento (nella valanga di documenti legati in diversi filoni d’inchiesta con testimonianze, lettere anonime e fiumi di ipotesi presenti negli atti del caso Orlandi), che ha portato al centro delle attenzioni la figura del Meneguzzi . Questo evidenziando la somiglianza del volto dello zio con quello ritratto nell’identikit, effettuato sulla base delle testimonianze del vigile Alfredo Sambuco e di un poliziotto, in servizio davanti al Senato, che videro un uomo parlare con Emanuela poco prima della sua sparizione. 

Non si può certo parlare di pista familiare come accennato nel nel coup de theatre di Mentana. Tuttavia un documento pubblicato dal gruppo Facebook giornalismo investigativo, curato dal giornalista Fabrizio Peronaci, pone all’attenzione generale un nuovo confronto sull’identikit  che potrebbe aprire a nuovi scenari d’indagine. 

Un’ipotesi respinta con decisione dalla famiglia che ha ribadito come lo zio si trovasse proprio quel giorno a Torano e che si erano anche sentiti per telefono (in un’epoca in cui non vi erano nè cellulari, nè gabbie telefoniche), mentre resta aperta la questione sul ruolo di Meneguzzi come mediatore con i rapitori e di una sua vicinanza con i servizi.  Pietro insiste nel ribadire che non dipese dallo zio la scelta di un legale come Egidio, notoriamente vicino ai servizi, in sostituzione del certamente autorevole avvocato di famiglia Adolfo Gatti, aggiungendo che quella scelta fu fatta sulla base dell’indicazione del funzionario del Sisde Gianfranco Gramendola che ha smentito questa circostanza. 

Per il fratello di Emanuela, che punta il dito contro il promotore di giustizia Alessandro Diddi, sono fatti vecchi, ben noti agli inquirenti all’inizio degli anni 80 e senza alcun sviluppo. Insomma per Pietro si tratta di una mossa inattesa, attraverso la quale il Vaticano intende porre ostacoli alla costituenda Commissione d’inchiesta bicamerale sui casi Orlandi-Gregori, infangando una famiglia.  Un’ennesima doccia fredda che arriva dopo le speranze legate alla riapertura del caso in Vaticano e in Procura. 

Alcuni ritengono questa svolta come una possibile reazione del Cupolone alla recente chiamata in causa di papa Wojtyla che tanto ha scosso il mondo cattolico a livello internazionale. Orlandi respinge questa tesi: “Se così fosse sarebbe una cosa ridicola come la vendetta del bimbominchia”. 

In ogni caso si torna a parlare di depistaggi  anche per quel tirare in ballo un antico carteggio per fatti risalenti al 1978 su presunte molestie subite da Natalina , sorella di Emanuela, da parte dello zio

“Quella macchina ritornò subito dentro il vaticano”

Non si fermano, anzi tornano a prendere corpo, indicazioni e voci su cosa successe alla cittadina vaticana Emanuela il giorno del sequestro e in quelli successivi. 

In questo contesto è al riesame della Procura di Roma quanto dichiarato nel 1993 dal cardinale Silvio Oddi (morto nel 2001). Una testimonianza, che riprende l’ipotesi che vede la povera Emanuela coinvolta in festini in un contesto vaticano alquanto vizioso, in cui si torna a parlare della possibilità che la ragazza, da tempo oggetto di attenzioni da alti porporati, caricata su un’auto sia stata subito fatta rientrare in Vaticano. Oddi riferì quanto gli fu comunicato da alcune guardie della gendarmeria che sarebbero state testimoni dei passaggi di Emanuela. Due di queste guardie sarebbero morte poco dopo essere state allontanate. 

Secondo questa testimonianza gli addetti della gendarmeria avrebbero detto al cardinale di aver visto, la sera stessa della sparizione, la ragazza portata all’interno del Vaticano per poi uscire su un’auto lussuosa in compagnia di un cardinale, descrivendo sia un Emanuela che cercava di ribellarsi che una evidentemente sedata. Dettagli precisi su luoghi e condizioni psicologiche che potrebbero far propendere per la bontà della tragica testimonianza. In questo quadro si inseriscono le affermazioni del noto esorcista Padre Amorth che si è detto certo che la ragazza fosse morta dopo essere stata coinvolta in festini a sfondo sessuale. Festini in cui sarebbero stati presenti esponenti del clero, della gendarmeria vaticana, insieme a personale di un’ambasciata straniera presso la Santa Sede. In quelle testimonianze viene riferito del ruolo di reclutatore di ragazze da parte di un aiutante guardia Svizzera.  Diverse voci vedono nel potente e discusso capo dello IOR Paul Marcinkus a una delle possibili figure chiave di questo mistero.  Naturalmente, nonostante siano passati 40 anni, Emanuela è  una cittadina vaticana che potrebbe essere ancora in vita,  come giustamente continuano a sperare i suoi familiari, fino a quando non ci sarà un malaugurato riscontro della sua scomparsa.

Nel fiume di ipotesi e fake, descrivere questi momenti di terrore vissuti da questa povera ragazza, ad opera o con mandanti che si presume dovrebbero essere guardiani della fede, fa davvero ribrezzo.

 Ora, a distanza di 40 anni, dopo tanti scandali di preti pedofili a livello internazionale, quale motivazione, della quale segreto costringe a mantenere ancora  nascosta una verità inconfessabile? Potrebbe essere successo qualcosa, ben oltre un festino (come quelli citati da padre Amorth e in tanti libri e testimonianze), per giustificare il persistere del silenzio più assoluto sul destino di Emanuela. Una donna  che oggi avrebbe 55 anni.

Numerose voci hanno ipotizzato un suo spostamento all’estero. Sicuramente verso nord. Si pensi al presunto passaggio al maso di Terlano in Alto Adige che alimentò nel 1997 un filone d’inchiesta poi archiviato, ma sul quale sono rimasti diversi elementi da approfondire, come la presenza degli immancabili servizi e dei depistaggi.

Si resta nella speranza che nuovi elementi ,che partono dal riesame di testimonianze e identikit, possano portare a una verità di certo complessa.   Un discorso che vede certo in chiave positiva la collaborazione tra Procura e Vaticano. Anche se per molti, è essenziale l’avvio della Commissione d’inchiesta parlamentare. Una commissione che il Vaticano non vuole e osteggia anche “facendo pressione su diversi parlamentari”, sostiene Pietro Orlandi. 

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