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lunedì, 24 Giugno 2024

Caso Orlandi, le amiche di Emanuela traumatizzate e ridotte al silenzio. Commissione d’inchiesta a rischio

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

A pochi giorni dal quarantennale della sparizione della ragazza con la fascetta, l’attenzione viene ora rivolta alle inquietanti testimonianze di alcune amiche della quindicenne cittadina vaticana sparita il 22 giugno 1983. Ovvero quelle persone che hanno avuto modo di interloquire con Emanuela anche poco prima che svanisse nel nulla. Questo mentre risulta sempre più a rischio l’istituzione della Commissione d’inchiesta parlamentare sui casi Orlandi Gregori, che a marzo, dopo il passaggio della proposta alla Camera, pareva cosa fatta.  

Un articolo sul Corriere della Sera del giornalista Fabrizio Peronaci, autore di diversi libri sulla vicenda, ha riaperto l’attenzione su queste giovani vittime.  Vittime perché le protagoniste sono state non solo oggetto di pedinamenti (cosa che pare abbia riguardato diversi possibili soggetti ritenuti interessanti dai sequestratori), ma di minacce e pressioni, con conseguenze traumatiche, dopo le loro brevi e “spaventate” dichiarazioni rimaste sui media e negli atti.  

Si tratta di elementi che potrebbero risultare importanti in merito alle piste e motivazioni dei sequestri Orlandi Gregori. Ma anche su questo si è accesa la polemica in quanto Pietro Orlandi mette in dubbio la  validità di queste testimonianze

In realtà non si tratta di novità nella marea di personaggi e vicende che si sono inseriti a vario titolo in questa a dir poco ingarbugliata vicenda.  

Cominciamo da Raffaella Monzi, una diciannovenne che studiava musica nello stesso istituto frequentato da Emanuela Orlandi. La ragazza era a conoscenza della proposta ricevuta da Emanuela per un lavoro per un fantomatico volantinaggio per conto dalla Avon con un compenso spropositato di 375mila lire. Subito dopo le sue dichiarazioni la giovane fu oggetto di un sistematico stalkeraggio che costrinse la famiglia a trasferirsi a Bolzano. Tra l’altro i rapitori tentarono di ricorrere a un metodo di coinvolgimento sentimentale (un aitante biondino) che pare sia stato quello adottato anche con Mirella Gregori (l’altra quindicenne sparita nel nulla il 7 maggio 1983) per allontanarla da casa. Le sistematiche pressioni hanno poi debilitato la psiche di questa bella ragazza facendola finire in una struttura psichiatrica. 

C’è poi un’altra compagna di classe di Emanuela, Silvia Vetere. La sua colpa è quella di aver riferito una confidenza in cui Emanuela le avrebbe detto che sarebbe sparita per un bel po. Anche questa ragazza è finita in strutture psichiatriche.  Per il cugino Massimo Festa la ragazza sarebbe stata sottoposta a pressioni e trattamenti psichiatrici forzati con bombardamento di farmaci che hanno compromesso il suo equilibrio psichico e fisico. Tutto questo sarebbe stato messo in atto per evitare che la ragazza potesse svelare altri elementi legati a Emanuela.  Un approccio così brutale che potrebbe far pensare che la ragazza potesse sapere o aver visto molto di più di quanto emerso dalle sue dichiarazioni rimaste agli atti.

Vi è poi un altro compagno di classe di Emanuela, Pierluigi Magnesio, che sarebbe stato coinvolto dai rapitori come telefonista, per attuare i loro piani, approfittando della sua conoscenza delle ragazze da ridurre al silenzio. Il giovane (il cui nome ricorda il primo telefonista dei rapitori di Emanuela), dichiarò, in un suo intervenuto nel 1987 alla trasmissione “Telefono giallo”, di essere rimasto terrorizzato e sotto ricatto di morte. Anche lui si è trasferito molto lontano da Roma. 

Tutti questi giovani testimoni sono state in qualche modo ridotti al silenzio o hanno visto compromesse la loro salute mentale e fisica.

Il caso Orlandi sta vivendo una fase quanto mai turbolenta. Questo a seguito della recente riapertura del caso sia da parte della Procura di Roma, che ha fatto seguito al fascicolo Orlandi del promotore di giustizia   vaticana (aperto a inizio 2023, dopo decenni di silenzi). A questo si sono aggiunte gli inattesi ostacoli che stanno caratterizzando il passaggio in Senato della Commissione d’inchiesta parlamentare sui casi Orlandi Gregori (Mirella Gregori l’altra quindicenne sparita a Roma il 7 maggio 1983).

Ostacoli confermati dalla presa di posizione del promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi che ha definito, nel corso di un’audizione in Senato, l’istituzione della commissione come “un’intromissione perniciosa per la genuinità delle indagini in corso”, mentre la famiglia Orlandi insiste sull’importanza della Commissione d’inchiesta parlamentare la cui proposta era stata approvata all’unanimità alla Camera il 24 marzo 2023.  Non una bella premessa in vista del voto definitivo che potrebbe bloccare  una Commissione d’inchiesta che sembrava cosa fatta.  ).  Un quadro su cui ha pesato il tourbillon mediatico internazionale che ha fatto seguito alle accuse che hanno chiamato in causa direttamente Papa Wojtyla, definito come uno che usciva la sera non certo per benedire le case (riprendendo le discutibili affermazioni di Marcello Neroni, un affiliato alla Banda della Magliana con la fama di delatore, tratte dalla registrazione di una telefonata del 2009 pubblicata nel blog Notte criminale).  

Ma perché le testimonianze delle amiche di Emanuela possono ancora risultare così importanti?  Se è vero che queste giovani sono state non solo pedinate e minacciate, ma anche oggetto di pressioni tanto da finire in cliniche psichiatriche e in ogni caso costrette a chiudersi nel silenzio, c’è da chiedersi chi e per quale motivo ha operato per metterle a tacere o ad ogni costo.

Un approccio sistematico e violento che potrebbe mettere in discussione quella pista pedofilia che difficilmente avrebbe potuto giustificare un apparato repressivo sistematico e organizzato, avviato con accurati pedinamenti su vari soggetti.   Un contesto che invece potrebbe rientrare in quel filone che vede il suo incipit proprio da Papa Wojtyla. Questo non avrebbe origine nelle brame sessuali di altolocati    polacchi in tonaca, ma piuttosto da quell’attentato in Piazza san Pietro del 1981, in cui quel Papa divenuto santo si salvò miracolosamente dagli spari di Ali Agca, il killer venuto alla Turchia nel pieno della guerra fredda.  Un approccio che rientrava in quella pista internazionale che ebbe molto credito all’inizio della vicenda per poi ridimensionarsi nel mare di piste, ipotesi, scontri , presunti ricatti e immancabili depistaggi.

Oggi che il caso Orlandi, dopo la docuserie Netflix, è ritornato prepotentemente di dominio pubblico (un anno fa non era cosi…) con un’attenzione mediatica che porta a riproporre spesso come scoop episodi marginali noti da tempo, sono continue voci e discutibili dichiarazioni che vengono date in pasto al pubblico come possibili strabilianti rivelazioni che spesso hanno solo l’obiettivo di aumentare l’audience.

L’amara realtà è che, nel momento in cui si sono registrate importanti novità, vedi la collaborazione tra giustizia vaticana e italiana e la possibile istituzione (ora inceppata) di una Commissione d’inchiesta parlamentare, si stia di nuovo tornando dai fatti alle polemiche. 

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