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sabato, 13 Luglio 2024

Caputo: “Partiti in crisi. Parlamento si svegli e dia una legge elettorale condivisa”

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di Bernardo Basilici Menini

Dopo sei mesi dalla fine della tornata referendaria costituzionale, quel famoso 4 dicembre che ha visto infrangersi il progetto dell’allora premier Matteo Renzi, torna a parlare Antonio Caputo, coordinatore del Comitato per il No alle modifiche costituzionali del Piemonte, che in una lunga riflessione affronta i temi delle riforme necessarie al funzionamento della macchina politica del Paese, oltre che a una crisi dei partiti, incapaci di porsi come interlocutori credibili in un processo di ristrutturazione.

Il punto di partenza è quello di un necessario ammodernamento della macchina costituzionale: «Più che di una riforma vera e propria c’è bisogno di riprendere una nuova idea di costituzionalismo condiviso, che sia capace di innovare anche in alcune parti l’attuale testo della Costituzione, ma senza stravolgerne i principi generali, che riguardano anche l’organizzazione dello Stato e non solo la cosiddetta prima parte – esordisce Caputo – In particolare, il rapporto tra Parlamento, Governo e Magistratura, che nei fatti è andato evolvendosi senza una regolazione, riducendo e svilendo il ruolo delle due camere, che per essere capaci di valorizzarsi hanno bisogno di energie positive da parte di cittadini, movimenti e associazioni, e anche da una ripresa dei partiti, intesi come forma organizzata di mediazione tra cittadini e Stato. Tutto questo manca: c’è individualismo, particolarismo e difficoltà nel far nascere progetti condivisi. Per quanto riguarda le riforme possibili, è chiaro che qualche cambiamento è possibile, ad per quanto riguarda la modifica del bicameralismo, che comunque non è una cosa da disprezzare in se’, come ha dimostrato in questi giorni la legge sulla legittima difesa, approvata in modo squallido e infelice alla Camera dei Deputati e che lo stesso Renzi ritiene che debba essere modificato dal Senato, valorizzando di fatto quella seconda camera che lui stesso voleva quasi sopprimere».

Chi è il soggetto che deve intraprendere l’irta via di una riforma, al contempo innovatrice e condivisa? Secondo Caputo «più che i partiti bisogna distinguere tra partiti e movimenti di cittadini che hanno partecipato al voto referendario, che appartengo a diverse provenienze politiche, difficilmente identificabili in un fronte unitario capace di produrre delle politiche attive. Il No è stato un respingimento a qualcosa, mentre il Si a qualcos’altro è ipotetico e da costruire, ed è reso molto difficile dalla disgregazione sociale, civile e culturale che riguarda non solo la sinistra, ma tutta la società italiana, incapace di ricostruire se stessa dal punto di vista delle soggettività politiche. Manca un’identità collettiva che è difficile ristrutturare. Imputare al movimento del No il non aver creato una riforma utile al Paese mi sembra che non sia possibile».

Sarebbe proprio la crisi della rappresentanza, secondo il Coordinatore del Comitato, ad aggravare la situazione: «Il sistema dei partiti sicuramente è debole. La crisi all’interno del Partito democratico mi sembra di tutta evidenza. Con le primarie è emerso un partito compattato su Renzi, che all’interno non ha un pluralismo sufficiente a consentire che vengano riconosciute componenti diverse. A fronte di questo c’è una difficoltà enorme dell’area a sinistra del Pd a trovare soggetti realmente unificanti: è ancora presenta una forte rincorsa al soggettivismo e al particolarismo, che rendono difficile l’arrivo di soggetti plurali e capaci di mantenere insieme personalità e culture della società civile. Anche a destra c’è una situazione non facile, con la progressiva disgregazione del partito di Berlusconi. . Il Movimento 5 Stelle è un’incognita, non avendo nelle sue linee una connotazione chiara e uniforme, anche in tema di politiche costituzionali». Ma, come accennato, il problema non riguarda solo i partiti: «Nell’ambito stesso del Comitato per il No, a fronte degli oltre 700 comitati esistenti in Italia c’è stato un indebolimento della struttura e un fuggi-fuggi generale, oltre che la difficoltà di fare emergere un organismo che possa incarnare quella volontà e quel primato della costituzione rispetto alle norme ordinarie che vuole essere il lascito del 4 dicembre».

E i tentativi all’orizzonte, continua Caputo, non sono incoraggianti: «È chiaro che ognuno vorrebbe fare la legge che gli conviene al momento, salvo poi avere difficoltà anche a capire quale sarebbe la legge più utile, dato che la stessa situazione politica è talmente confusa che nessuno addirittura capisce quale sia il sistema perfetto per avvantaggiare se stessi. Paradossalmente c’è una situazione di stallo, a fronte della possibilità di appropriarsi di tutto questo con legislazioni di parte c’è anche la difficoltà a capire quale sarebbe la legislazione di parte più conveniente. Manca uno spirito repubblicano, ma contemporaneamente il particolare diventa anche difficile da coltivare».

La via maestra, conclude il Coordinatore, è quella in cui «Le persone che ne hanno la responsabilità, in particolare i soggetti che sono in Parlamento, si sveglino e facciano realmente una normativa elettorale che permetta di andare a votare con regole condivise e condivisibili. Non ce la possiamo prendere comoda: la legislatura sta per scadere e il rischio di andare al voto con la normative di risulta delle due sentenza della Corte costituzionale è alto, che per alcuni sarebbe il male minore, ma per i cittadini italiani sarebbe la riprova dell’incapacità delle Camere di produrre una riforma omogenea, uniforme e democratica. Bisogna confrontarsi con la necessità di coniugare rappresentatività dell’assemblea e possibilità che questo rappresenti un momento decisionale. E’ difficile, ma non impossibile. Penso a sistemi come il proporzionale con uno sbarramento, evitando premi di maggioranza troppo forti, uniforme per Camera e Senato, con collegi uninominali piccoli, che però presupporrebbero l’esistenza di partiti veri».

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