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giovedì, 30 Maggio 2024

Anomalia Torino

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Gli studi sullo stato di salute dell’Università italiana negli ultimi anni sono tutt’altro che positivi: i dati ci dicono che nei nostri atenei ci si iscrive sempre meno e ci si laurea poco, spesso in ritardo rispetto ai tempi previsti.
Questa fotografia un po’ impietosa non dovrebbe però stupire se la si guarda alla luce dei provvedimenti e delle riforme che nell’ultimo decennio hanno messo mano al mondo della formazione. I tagli sempre più devastanti a fondi e risorse destinati alle Università hanno avuto come ovvia conseguenza un innalzamento senza precedenti dei costi di iscrizione e frequentazione: tasse sempre più alte, caro-libri, borse di studio diventate un miraggio per fasce sempre più ristrette di studenti, a cui per i fuori sede si aggiungono le spese per l’affitto e per vivere.
E così molti sono costretti a barcamenarsi tra lo studio e lavoretti di vario tipo, allungando quindi la propria permanenza negli atenei italiani.
Se a questo si aggiunge il fatto che l’Università ha ormai perso quella funzione di “ascensore sociale” che le era un tempo attribuita e che una volta concluso il proprio percorso di studi la prospettiva più frequente è quella di andare a ingrossare le fila dei tanti precari che cercano di galleggiare tra un impiego a tempo e l’altro, non è strano che il numero dei giovani che decidono di intraprendere una carriera universitaria sempre più onerosa e sempre meno attrattiva sia in calo.
Qualche eccezione ovviamente c’è, ma per la maggior parte si tratta di atenei privati, accessibili a pochi e destinati a sfornare la futura “élite”.
C’è però un’anomalia nel quadro delle città universitarie ed è rappresentata proprio da Torino. Caso probabilmente unico sul panorama italiano, quest’anno il numero degli iscritti ai test d’ingresso per i corsi di studio a numero chiuso era più alto di quello dell’anno precedente. E si tratta peraltro di una differenza abbastanza lampante, più di 19.000 aspiranti studenti contro i meno di 18.000 dell’autunno 2013.
E in generale, l’ateneo torinese non ha (ancora) conosciuto il fuggi fuggi generale di iscritti che ha invece colpito molte città vicine a partire dalla crisi economica, come accaduto a Bologna o Milano.
Le motivazioni sono sicuramente molteplici ma una prima risposta a questa anomalia la si può individuare forse nel prezzo degli affitti. Non fraintendiamo: gli aumenti ci sono stati anche nella nostra città, eccome. Soprattutto nelle zone dove di volta in volta si riversano gli studenti e la speculazione edilizia fiorisce, come è avvenuto di recente (solo per citare l’ultimo caso) nel quartiere Vanchiglia dopo la costruzione del nuovo campus universitario. Tuttavia i prezzi fanno ancora (un po’ di) concorrenza alle cifre da capogiro che gli studenti sono costretti a sborsare in altre città, come Roma o Milano. E così, nella scelta dei fuori sede, la nostra città ha probabilmente guadagnato qualche punto a discapito di altre.
La tenuta del capoluogo piemontese può inoltre essere spiegata alla luce del ruolo rivestito dal Politecnico di Torino, considerato tra i migliori nel campo, che ogni attrae decine di migliaia di studenti, molti anche dall’estero, e che ha registrato un aumento costante e a ritmi decisamente inediti nel numero degli iscritti. In questo senso il “Poli” rappresenta un’anomalia nell’anomalia, anche grazie al sostegno (ovviamente non disinteressato) di grandi gruppi industriali, che sponsorizzano in maniera più o meno diretta corsi, attrezzature e altro ancora.
Insomma, questi elementi spiegano almeno in parte il “trend” torinese. Saranno i prossimi anni accademici a dirci se terrà o se invece si livellerà sulla media degli altri atenei.

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