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martedì, 27 Ottobre 2020

A un’altra vita, comandante

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Bernardo Basilici Menini

E’ difficile dire se Fidel Castro, liberando Cuba, sapesse cosa stava realmente succedendo. Probabilmente non sapeva che la piccola isola quasi sconosciuta al mondo intero avrebbe dovuto fare i conti con un vicino di casa, la più grande potenza economica e militare al mondo, che avrebbe fatto di tutto per riportarla nella stalla. Probabilmente non sapeva che la piccola isola avrebbe resistito. Probabilmente non sapeva che avrebbe vinto. Ancora meno probabilmente sapeva che vincendo avrebbe raccontato un mito scolpito nella memoria dell’umanità, destinato a emozionare anche quanti sarebbero stati giovani cinquant’anni dopo. Probabilmente non lo sapeva. Ma nel frattempo il puledro stava già divorando la pianura.

La vita di Fidel Castro ha insegnato una cosa al mondo: la rivoluzione era possibile. Non solo concettualmente e teoricamente. La rivoluzione si poteva davvero fare. C’era una via, ancora mai solcata, lontana dagli abomini dell’Unione Sovietica e della Cina di Mao, che permetteva di liberare uomini e donne e di garantire loro la stessa porzione di dignità.

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La Cuba di Fidel Castro ha continuato a dare al mondo lezioni ostinate e contrarie rispetto a quelle dell’occidente. Ha insegnato che il benessere materiale è tanto ma non tutto e che libertà non significa libertà di scegliere cosa comprare. In una piccola realtà isolata economicamente e  politicamente dal mondo intero è capitato spesso di avere poco da mangiare e Cuba ha insegnato che se il pane è poco, ma lo è per tutti, anche la fame ha un sapore meno amaro.

La piccola isola, sia chiaro, non è stata la Valle Incantata. Ma quando si parla delle università e della sanità di Cuba non lo si fa per trovare una dietrologia che possa giustificare la mancanza di libertà politiche. Lo si fa per ricordare che a Cuba, per prima cosa, veniva il popolo, sempre. E nell’interesse del popolo si doveva fare tutto, sempre.

Sulla vita di Fidel Castro e sulle sue spalle pesano decisioni molto pesanti. Decisioni che tuttavia ha affrontato in un modo sconosciuto ai grandi capi. Odiose furono le sue parole contro gli omosessuali (quando espresse, a onor del vero, pensieri non troppo dissimili da quelli del Partito Comunista Italiano del tempo). Parole che, seppur troppo tempo dopo, si è comunque rimangiato, chiedendo scusa. Un lìder maximo che chiede scusa. La percezione degli oneri non cancella i migliaia di oppositori politici del regime cacciati o uccisi e Fidel Castro lo sapeva. Il fatto che la rivoluzione non fosse un pranzo di gala non poteva esimere dalle proprie responsabilità. Politiche, storiche, umane. Probabilmente sapeva anche questo.

La morte di Fidel Castro insegna a molte persone a ricordare quel desiderio romantico di cambiamento, di giustizia, di equità. Ricorda, a quelli che si sono rassegnati a giocare partite e a combattere battaglie pratiche e di medio termine, cosa significava sognare un’alternativa e lottare per quella.

Fidel Castro, una delle figure più importanti del ‘900, lo sapeva. Colui che ha guidato il popolo cubano nella resistenza contro gli Stati Uniti d’America, il comandante che aveva lottato fino alla vittoria, il padre della rivoluzione, l’uomo alla cui morte Papa Francesco esprime dolore, lo sapeva. E nel frattempo, il puledro stava già divorando la pianura.

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