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domenica, 19 Maggio 2024

40 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi. Appello della famiglia a Meloni: “Vogliamo la verità”. Peronaci: “Pista sessuale infondata”

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Emanuela Orlandi è diventata un‘icona del bisogno di verità e giustizia di un’intera nazione.

Una vicenda contorta e oscura che ha attraversato la storia di un Paese. Tra depistaggi, malversazioni dello Ior, servizi segreti, trame internazionali e innumerevoli polemiche e colpi di scena che, finora, non sono riusciti a rispondere a nessun interrogativo e a mettere fine alla sofferenza di una famiglia che ha visto una quindicenne sparire nel nulla il 22 giugno 1983. Erano i tempi di Wojtyla, Marcinkus, Sandro Pertini, Ronald Reagan, Ali Agca e Lech Walesa…

Oggi pare che qualcosa davvero si muova grazie a un nuovo approccio del Vaticano, che interrompe quarant’anni di silenzi e reticenze.

La notizia della trasmissione degli atti in possesso alla Santa Sede alla Procura di Roma, dopo che entrambi gli Stati hanno riaperto fascicoli d’inchiesta, rende concrete nuove speranze. Ma al tempo stesso va segnalata una marcia indietro legata ai contrasti, emersi in Senato, sull’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare che sta incontrando i veti del centrodestra e del Vaticano, dopo gli entusiasmi per il passaggio all’unanimità alla Camera.

Il promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi ha precisato come l’impegno alla collaborazione con la giustizia italiana abbia comportato in questi mesi la ricerca di attestazioni di un certo peso, tramite audizioni di persone responsabili di alcuni uffici all’epoca dei fatti.

 “Quaranta anni sono tanti. È un primo passo e mi auguro che la documentazione fornita alla Procura di Roma sia rilevante e che il Vaticano continui a collaborare fattivamente con la Procura stessa. Sono tante le cose da chiarire, mia sorella merita verità e giustizia” è il commento di Pietro Orlandi.

Ne è passato di tempo da quando il cardinale Angelo Becciu dichiarava nel giugno 2017: “Ci dispiace ma per noi il caso Orlandi è chiuso”.

Centinaia di immagini di Emanuela in piazza San Pietro

In occasione dell’ennesima manifestazione per Emanuela, fissata per il 25 giugno, tre giorno dopo il quarantennale della scomparsa, Pietro Orlandi spera che Papa Francesco la ricordi nel corso dell’Angelus.

Un appello è stato rivolto dalla famiglia Orlandi a Giorgia Meloni, con l’auspicio che possa contribuire alla ricerca della verità.

“E’ viva perché continuiamo ad amarla” è un’eloquente scritta sulle magliette dei comitati di solidarietà per Emanuela, apparsa in una delle manifestazioni. Senza la tenacia e la mobilitazione di tante persone il caso sarebbe ora solo buono per saltuari talk show e libri fini a se stessi.

Pista londinese

Dopo quarant’anni non sono ancora chiare le motivazioni della sparizione di Emanuela. Non si sa se sia viva. Non si sa dove sia stata portata e da chi. Tuttavia non si placano le voci di chi la vede a Londra, secondo taluni passando per la Sardegna. Una pista che sta riprendendo piede dopo le discusse spese per 483 milioni di lire (ritenute un falso, visti i diversi errori si forma e sostanza contenuti) sostenute dal Vaticano fino al 1997 per mantenere la ragazza nel suo presunto soggiorno londinese. La nota spese sarebbe stata indirizzata al cardinale Re, che ha smentito ogni addebito. La pista inglese continua a registrare un ritrovato interesse, ribadito in questi giorni proprio da Pietro Orlandi.

Di certo, in questa oscura vicenda,è  costante la chiamata in causa del Vaticano, in particolare per quel particolare legame che ha unito il cardinale vicario Ugo Poletti con il capo della banda della Magliana, Renatino De Pedis, divenuto consulente e benefattore di quel don Pietro Vergari, rettore della basilica di Sant’Apollinaire in cui Emanuela studiava musica, a lungo indagato per il sequestro. 

Le uscite del Papa santo

Tornando al presente, a seguito delle accese polemiche e dell’indignazione sollevata da Pietro Orlandi per aver chiamato in causa papa Wojtyla per le sue uscite notturne (riprendendo quanto emerso in una telefonata del 2009 del malavitoso Marcello Neroni), si è molto diffusa la convinzione che il Caso Orlandi possa essere legato ai “vizi”(come si usava dire un tempo) di qualche porporato. Si tratta di quella pista sessuale spesso evocata e affiancata a quella del ricatto finanziario per i fondi passati dalla mafia allo Ior e poi finiti al sindacato polacco Solidarnosc.  

Peronaci: “La pista sessuale non ha nessunissima prova”

Su queste ipotesi abbiamo interpellato il giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci. Uno dei maggiori esperti sul caso Orlandi, autore di tre libri sulla vicenda, che non è certo mai stato tenero con il Vaticano, pur avendo chiarito a più riprese che non è giusto generalizzare e le responsabilità penali sono individuali e vanno evidenziate sulla base di prove e riscontri precisi.

 “La pista sessuale non è sostenuta da nessunissima prova né dal minimo riscontro – premette Peronaci – il che deve indurci a considerarla un elemento di disturbo e di manipolazione utile a chi ha interesse a nascondere la verità per alzare periodici polveroni”.

Le prese di posizione del giornalista romano sono da qualche tempo al centro di accese polemiche con Pietro Orlandi, pur in un contesto di solidarietà e di ricerca, su binari paralleli, di verità e giustizia.  “Mi attengo a conclusioni obiettive suffragate da fatti e non m’interessa la polemica”. 

Perché è critico con la pista sessuale, oggi tornata in auge dopo le polemiche che hanno riguardato Papa Wojtyla?

“Occorre partire dai fatti, a cominciare dall’allarme-sequestri lanciato dai servizi segreti francesi e dal precedente pedinamento di altre ragazze vaticane.Vari elementi ci dicono che si è trattato di un rapimento a scopo di ricatto, mascherato da allontanamento volontario, per quanto riguarda Emanuela Orlandi sia Mirella Gregori (la quindicenne figlia del gestore in un bar nei pressi della stazione Termini, sparita nel nulla il 7 maggio 1983, ndr)”.

Due sequestri che ora qualcuno ritiene scollegati, mentre erano visti in modo diverso nell’ambito della cosiddetta pista internazionale di cui parlò lo stesso Papa polacco? 

“Ma certo: il legame è fuori discussione ed è dimostrato da una banale considerazione:tutti i fascicoli giudiziari sulla vicenda hanno nel frontespizio entrambi i nomi delle ragazze. Evidentemente, oltre agli indizi emersi dal lavoro del giornalismo investigativo, anche tutti i magistrati ne sono stati convinti in quarant’anni. L’obiettivo era condizionare la politica della Santa Sede, in ordine al fermo anticomunismo di Papa Wojtyla, nel periodo in cui Agca accusava l’Est di essere stato il mandante dell’attentato, e in relazione al dissesto delle casse vaticane causato dallo scandalo Ior-Ambrosiano. In pratica, trattenendo le due ragazze, si illuse il terrorista turco di poter uscire dal carcere, in cambio della ritrattazione delle accuse alla Bulgaria di complicità nell’attentato, cosa che guarda caso Agca fece all’indomani della scomparsa di Emanuela, come per dire: voi avete dato seguito alle promesse, io vi ripago salvando quando dichiarato in precedenza”.

Un discorso che non esclude il ricatto finanziario?

“Dalle mie indagini e ricerche si afferma con forza la possibilità che il ricatto si sia svolto su più livelli: economico e di politica internazionale. I rapitori ricattarono la Santa sede per avere indietro i soldi (riciclati da criminalità e mafia) versati allo Ior, a sostegno della causa polacca. Si fece pressione attraverso una giovane concittadina del pontefice che attirasse l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale”.

Nova, la prova del nove.

Peronaci, tra l’altro, ha sollevato l’attenzione su un soggetto rimasto nell’ombra come la fondazione pontificia Nova, che sarebbe stata direttamente coinvolta nel flusso di denaro verso la Polonia per finanziare Solidarnosc.

“Questo elemento potrebbe rappresentare la prova del nove: riguarda in particolare un codice pronunciato da Emanuela durante l’ultima telefonata a casa, allorquando la ragazza disse a sua sorella Federica, alle 19 del 22 giugno 1983, di aver ricevuto un’offerta di lavoro per un solo pomeriggio per la ditta di cosmetici Avon, durante una sfilata delle Sorelle Fontana”. “In realtà – spiega il giornalista scrittore, il cui ultimo libro sul caso Orlandi è “Il crimine del secolo” – quella manifestazione di moda non era mai stata messa in programma.  Si trattava di una pura invenzione. Gli ideatori del piano di ricatto indussero la giovane Orlandi a parlare della Avon per mandare un messaggio sottotraccia alle loro controparti: la parola Avon, infatti, ha le stesse lettere e al contrario si legge Nova, che in quel periodo, guarda caso, era il nome di una fondazionepontificia che si occupava dell’obolo della chiesa, una sorta di cassaforte vaticana usata per l’invio di fondi a favore del sindacato polacco Solidarnosc. Risulta di tutta evidenza – conclude Peronaci – che questo messaggio criptato ci porta a uno dei moventi del sequestro Orlandi: i rapitori (tonache deviate, 007 infedeli, ambienti criminali, massoneria) intendevano far sapere ai vertici della Santa Sede e dello Ior che si aspettavano il rientro dei capitali versati per la causa polacca e che per questo la ragazza era stata presa in ostaggio”. 

Peronaci inoltre è convinto del che il caso Orlandi abbia avuto una scia di sangue di giovani vittime la cui morte o scomparsa non è ancora spiegata: il piccolo José Garramon, Katy Skerl e Alessia Rosati.

Proprio su Katy Skerl  si è riaperto un inquietante capitolo dopo che è stato riscontrato, nel luglio 2022, che quanto asserito da tempo dall’ex fotografo Marco Fassoni Accetti, ovvero che la bara della povera ragazza, strangolata nel 1984 in una vigna di Grottaferrata, fosse stata trafugata ed era vuota, con l’eccezione di una maniglia, corrispondeva al vero.

Marco Accetti sa molte cose ed è stato di fatto riconosciuto come uno dei primi telefonisti dei sequestri Orlandi-Gregori con il nome l’amerikano per l’accento con cui interveniva.

Una figura totalmente ignorata nel grande ritorno di attenzione sul caso che ha fatto seguito al successo del docufilm di Netflix a cui Accetti (oltre a Peronaci, Purgatori, Notariale e altri giornalisti) ha preso parte.

La vicenda, pur restando sempre viva per la tenacia di Pietro Orlandi e dei suoi comitati di solidarietà, ha avuto momenti alterni di mediaticità, in particolare dopo l’archiviazione avvenuta nel 2015. Ora il disvelare di quelle carte ingiallite presenti in Vaticano e la collaborazione voluta da Papa Francesco con la procura di Roma possono aprire concreti squarci ad una verità sicuramente scomoda, rimasta troppo tempo nell’ombra come accaduto per intanto misteri italiani.

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