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mercoledì, 29 Maggio 2024

Una vera sinistra nel Pd

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di Giorgio Merlo

Il recente voto amministrativo ci ha detto, tra le molte novità emerse, che il Pd ha smarrito per strada anche un pezzo consistente del suo elettorato tradizionale. Il cosiddetto elettorato di sinistra. Un dato noto e che non fa particolare notizia anche perché si tratta di un segmento sociale, culturale e politico che si è già progressivamente allontanato in questi ultimi 2-3 anni dalla vita concreta del partito. Sia sul versante della militanza e sia, di conseguenza, nella scelta elettorale. Un dato, inoltre, che è emerso in tutta la sua evidenza nel recente voto con l’abbandono delle cosiddette “periferie”, ovvero di quei ceti popolari e meno abbienti che storicamente individuavano proprio nei partiti della sinistra il loro naturale rappresentante politico.
Del resto, è sufficiente prestare attenzione a ciò che capita realmente nella base del partito per rendersi conto che quest’area sociale e culturale è alla ricerca di nuovi interlocutori che porta, però, nell’immediato, o a rifugiarsi nell’astensione dal voto o a partecipare stancamente alla vita di base del partito di “un tempo”. Ora, senza cadere nella nostalgia e senza riproporre vecchi modelli e vecchi cliché ormai superati dalla storia e anche dalla cronaca, credo sia doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità che proprio nel Pd, principale partito di centro sinistra, le “ragioni” politiche e culturali della sinistra politica e sociale continuino ad avere una forte cittadinanza e una visibile presenza.
Al di là anche della volontà del gruppo dirigente, o di parte del gruppo dirigente, di volersene definitivamente sbarazzare. Certo, oggi la sinistra del Pd gioca un ruolo importante nel partito e, al di là del giudizio che può arrivare da alcuni settori della maggioranza renziana, continua ad elaborare politiche e proposte che sono e restano necessarie ed indispensabili per un partito che continua a definirsi di centro sinistra, riformista, popolare e fortemente interclassista.
Ma, al di là di questa ovvia constatazione, credo sia necessario anche porsi un’altra domanda. E cioè, oggi all’intero Pd serve una sinistra politica, sociale e cattolica in grado di declinare una “cultura” e un “pensiero” adeguati al tempo che viviamo e che, soprattutto, sappia farsi interprete – attraverso la sua proposta e la sua presenza – di un progressivo riavvicinamento di settori che si sono allontanati in questi ultimi 2/3 anni. Perché in un grande partito plurale e non personale, come il Pd dovrebbe comunque sempre essere, un’area culturale e politica ha un senso e un ruolo se riesce a rappresentare interessi – ovviamente legittimi e trasparenti – che trovano piena e convinta cittadinanza all’interno del medesimo partito. Al di là e al di fuori delle condizioni contingenti e di chi governa transitoriamente il partito.
E questo è il punto centrale su cui occorre ragionare. Soprattutto dopo il devastante risultato elettorale delle recenti amministrative dove il Pd nelle grandi città si conferma saldamente in testa nelle zone borghesi e alto borghesi e dove, invece, va sotto e perde clamorosamente nei quartieri popolari e periferici nei centri più grandi. Ma per poter centrare questo obiettivo, utile al Pd ma soprattutto utile per poter far ripartire il campo del centro sinistra, occorre “sparlamentarizzare” la battaglia politica e ricominciare a farla nei centri vitali delle comunità e nei gangli sociali dove si misurano i veri interessi e i veri bisogni delle persone. Sotto questo profilo, non mancano le proposte e le iniziative concrete che sono state messe in piedi in questi ultimi mesi. A cominciare dal ruolo giocato da Gianni Cuperlo con Sinistra dem in tutto il territorio nazionale o da altre espressioni della sinistra come quella di Bersani e di Speranza. Ma adesso credo sia necessario un ulteriore salto di qualità.
Lo richiede la situazione politica che si è venuta a delineare dopo il voto di giugno, lo impone la vita quotidiana del Pd che rischia di trasformarsi sempre di più come il “partito del capo” o del “leader” ma che poi stenta a costruire un partito nel territorio che non sia un banale comitato elettorale, e soprattutto lo invoca il centro sinistra che non può permettersi il lusso di assistere ad una progressiva erosione del suo consenso per mancanza di fiducia di settori tradizionalmente vicini a questa coalizione ma che adesso si sentono abbandonati o non adeguatamente rappresentati. Ecco perché il rafforzamento organizzativo e l’affinamento politico e culturale della sinistra politica e sociale del Pd non è e non vuol essere, credo, l’ennesima costituzione di una “corrente personale” o di potere. Al contrario, e come si diceva un tempo, si tratta di mettere in campo una “corrente di idee” e non la solita, ed arcinota, “corrente di potere” o il “gruppo personale”. Di quelli ne facciamo volentieri a meno. Ieri come oggi.

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