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domenica, 26 Maggio 2024

Un astigiano a Roma: Dino Scanavino, nuovo presidente CIA, presenta la ricetta per rilanciare l'agricoltura italiana

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di Silvia Musso
Internazionalizzazione, aggregazione e formazione. Ecco la ricetta per rilanciare l’agricoltura in Italia secondo Dino Scanavino, neo presidente della Confederazione italiana agricoltori.
Scanavino ha lasciato il ruolo di presidente Cia della Provincia di Asti (che è stato ricoperto da Alessandro Durando un giovane e dinamico imprenditore agricolo) e la scorsa settimana è tornato nelle sede astigiana della confederazione per salutare gli ex-dipendenti e per un incontro con i giornalisti locali.
«L’agricoltura è la Cenerentola d’Italia – afferma Scanavino, che è anche titolare di un’azienda vitivinicola e vivaistiche – Non rientra nei punti strategici dei programmi dei governi, ma la realtà dei fatti è diversa».
Il settore primario, infatti, in termini produttivi cresce. L’agricoltura copre il 4% del Pil che arriva al 17% se si tiene conto di tutto il campo agroalimentare.
«Bisogna far capire ai politici l’importanza dell’agricoltura come bene comune in sè non come produttore di beni comuni. Nell’agricoltura rientrano paesaggio, tutela dell’ambiente e turismo. Quando si parla di agricoltura bisogna parlarne sotto tutti questi punti di vista. In questo modo si capisce come strategica per lo sviluppo dell’intero Paese».
Queste prospettive sono state presentate di recente al Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Secondo Scanavino in politica c’è un’attenzione incompetente all’agricoltura. «Il tema rientra sempre nei discorsi dei politici che, però, non conoscono il vero stato dell’agricoltura, un’agricoltura che va bene, ma con gli agricoltori che vanno male perché hanno redditi inferiori ai colleghi francesi o tredeschi a fronte di una maggiore produttività».
E allora come fare per rilanciare il settore agricolo?
«Nell’immediato c’è Expo 2015, un’occasione da non perdere. Il messaggio dell’Expo di Milano è “nutrire il pianeta” e sono gli agricoltori che lo nutrono. Expo sarà strategico solo se riuscirà ad internazionalizzare l’Italia. I turisti e visitatori andranno via con dei prodotti italiani e in questo modo si potenzierà la conoscenza all’estero del nostro Paese e l’export».
A livello locale, in punto debole dell’agricoltura italiana è la strutturazione in filiere.
«È un problema di aggregazione. C’è poca cooperazione tra aziende. Aggregarsi è diventato, invece, necessario per avere più forza nella filiera produttiva. Bisogna prendere esempio dal Trentino dove esistono un’infinità di microaziende che però sono diventate forti sul mercato nazionale grazie alla cooperazione. È un modo per avere più forza e aumentare la competitività. Agrinsime [ente che riunisce Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative italiane NdR] sta lavorando su questo per proporre accordi agli agricoltori».
Internazionalizzazione, agricoltori, ma cosa si può fare per sensibilizzare i singoli cittadini a sostenere l’agricoltura locale?
Purtroppo il prezzo è la componente essenziale nelle scelte dei consumatori. In periodi di crisi si sceglie un prodotto perché costa meno non per la qualità o la provenienza.
«Per questo compito della Cia come degli enti del settore è puntare sul valore del cibo partendo dall’educazione scolastica. I bambini sono il veicolo per indirizzare scelte sostenibili. Sono necessarie azioni di sensibilizzazione nelle scuole e nei luoghi di aggregazione dei giovani».
A questo si aggiungono l’aspetto promozionale dell’etichettatura e della tracciabilità e la formazione universitaria.
«Da una parte è necessario affiancare gli agricoltori con una formazione dedicata, pratica, basata sull’applicazione della ricerca, dall’altro bisogna investire sui giovani. Negli ultimi anni è stata registrata un’esplosione di iscrizioni alla Facoltà di Agraria. Gli studenti sono potenziali agricoltori competenti e istruiti del futuro».

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