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venerdì, 14 Agosto 2020

Ultras Juve, intervista a Bonavita ex True Boys “Infiltrato per distruggere il sistema”

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Andrea Doi
Andrea Doi
Giornalista dal 1997. Ha iniziato nel '93 al quotidiano La Nuova Sardegna. Ha lavorato per Il Manifesto, Torino Sera, La Stampa. Tra le sue collaborazioni: Luna Nuova, Il Risveglio del Canavese, Il Venerdì di Repubblica, Huffington Post, Avvenimenti e Left. Dal 2007 a Nuova Società, di cui è il direttore dal 2017.

Davide Nouaimia Bonavita. 42 anni, imprenditore, residente in Germania, ma originario di Ottaviano è l’uomo del momento. Da alcuni giorni nei forum e nei social dei gruppi ultras non si parla d’altro. Già, perché la sua storia, non è solo particolare, ma – se tutto venisse confermato –  sarebbe il primo caso, se non addirittura l’unico al mondo, in cui un tifoso di una squadra si infiltra nel gruppo ultras dei rivali, raggiungendo livelli altissimi.

Bonavita infatti ha rivelato che il suo gruppo True Boys, sua creazione, ed è servito per infiltrarsi nella curva della Juventus. Lui che è sempre stato un tifoso partenopeo, dice adesso.

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Mai entrato nell’inchiesta “Last Banner” che lo scorso settembre ha portato all’arresto dei dodici capi della curva bianconera per le presunte pressioni che la società di Andrea Agnelli avrebbe subito dagli ultras per ottenere favori e biglietti.

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Poi c’è quello scontro social (e non solo) tra i “True Boy” e i “Tradizione-Antichi Valori”, nato per i cori anti napoletani che partivano puntualmente dalla Curva Sud.

A quanto ci racconta Bonavita dalla Germania, dove lo abbiamo contattato telefonicamente, proprio quei cori sono stati il motivo che lo hanno spinto a creare un gruppo ultras e agire sotto copertura per sei anni.

Bonavita prima di rispondere alle nostre domande non nasconde il suo astio verso i cronisti che, dice, «da ultras considero dei terroristi». Non solo. Ci  avverte che la telefonata sarà registrata e che se ciò che dice verrà cambiato è pronto a rendere pubblica la nostra chiacchierata. Nessun problema per noi.

Sei anni da infiltrato nella curva juventina, la principale, la Sud. Come nasce questa idea?

Perché sono napoletano e ho sempre schifato quel tipo di razzismo contro i partenopei. Così mi sono detto: creo questo gruppo. Nel 2013 nascono i “True Boys” però non lo rendo noto. Intanto ho iniziato a iscrivermi ai club juventini in Germania fino ad arrivare ad avere un club tutto mio.  Il primo fu uno Juventus club ufficiale, poi ho aperto “Drughi sezione Germania” e quindi sono entrato nella Curva Sud. Fino a dove volevo arrivare. A me interessava di sfondare nel primo anello dove si poteva arrivare ad Alberto Pairetto, che ho conosciuto quando è diventato dirigente.

Quindi lei da napoletano entra in Curva Sud a Torino: ma aveva contatti con gli ultras della Curva A o della Curva B del Napoli?

Nessun contatto, perché io all’epoca ero un tifoso occasionale.

In quanti sapevano del suo progetto?

Nessuno. Già per mio carattere non mi fido di nessuno e anche con i miei familiari non avevo parlato di questa idea. Ripeto: io mi sono infiltrato perché mi sentivo offeso dai cori come quello storico “Vesuvio lavali col fuoco”. E per smascherare il sistema Juve e distruggerlo.

E Alberto Pairetto?

È entrato così nella nostra vita. Lui pensava solo al guadagno e mi passava i biglietti, con un ricarico del 20%. Ma voglio ricordare che io non sono finito dentro l’inchiesta “Last Banner”. Lo schifo erano i gruppi del primo anello, come i “Tradizione”, mentre andava tutto bene con il secondo anello e Dino Mocciola. Non ho nulla contro il secondo anello, perché  in quella parte di curva ci sono sempre stati degli ultras veri. Gli unici in quello schifo.

Torniamo ad Alberto Pairetto, il figlio dell’ex arbitro Pierluigi e collegamento tra dirigenza e tifoseria. Lei afferma che le dava dei biglietti, quanti?

7.500 biglietti in due-tre anni. Per ritirare i tagliandi mi venivano indicate le biglietterie di Roma e Torino. Ma non facevo bagarinaggio. Anzi li davo a prezzi stracciati, con una piccola aggiunta di 10-20 euro agli esterni, per il servizio. Quel denaro serviva per investire sul merchandising dei True Boys. Con quei biglietti veniva rifornito tutto il primo anello. Alcuni di questi addirittura modificati a mano.

Lei ha avuto il Daspo?

Sì, per due anni, ma con il mio avvocato abbiamo già presentato ricorso.

Abbiamo sentito alcuni degli ex True Boys: l’accusano di essere un mitomane e di aver fatto tutto per interesse personale…

Lei sta parlando con la testa, il cuore dei True Boys, quello che li ha fondati. Non ci sono mai stati altri portavoce.

Lei conosce Dino Mocciola (arrestato durante l’operazione “Last Banner”, ndr)?

Sì, lo conosco

Lo ha conosciuto in Germania?

Ci siamo visti sia a Torino che in Germania. Con lui facevo business nel noleggio delle auto. Da più di 15 anni sono un imprenditore. Per me Dino Mocciola è sempre stata una grande persona.

Adesso che ha svelato il suo piano entrerà in curva del Napoli?

Non lo so, questo lo deciderà Napoli. Io non sono nessuno.

Sei anni di copertura sono tanti, ma i frutti del suo lavoro sono arrivati?

Sì, sono arrivato proprio dove volevo arrivare.

Si è parlato anche del vistoso anello che porta al mignolo, raffigurante il simbolo del Comune di Ottaviano e le iniziali R.C.(Il boss della Nuova Camorra Organizzata era Raffaele Cutolo di Ottaviano, ndr). Su quell’anello si sono dette molte cose…

È un anello che mi è stato regalato da mio padre: adesso stiamo parlando solo di calcio.

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