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lunedì, 1 Giugno 2020

Top Secret: quella voglia di non essere intercettati. Aumentano i politici piemontesi che usano Signal

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Andrea Doi
Andrea Doi
Giornalista dal 1997. Ha iniziato nel '93 al quotidiano La Nuova Sardegna. Ha lavorato per Il Manifesto, Torino Sera, La Stampa. Tra le sue collaborazioni: Luna Nuova, Il Risveglio del Canavese, Il Venerdì di Repubblica, Huffington Post, Avvenimenti e Left. Dal 2007 a Nuova Società, di cui è il direttore dal 2017.

Quella conturbante voglia di non essere ascoltati o letti. Quel timore che la propria privacy venga violata, con il pericolo di ritrovarsi catapultati dentro qualche chat stampata nei fascicoli giudiziari. Sicuramente c’è stato un passaparola. Oppure è semplice casualità.

Resta il fatto che nelle ultime due settimane sono aumentate le iscrizioni all’applicazione “Signal”, che fa della protezione dati il suo fiore all’occhiello, da parte dei politici piemontesi, sia di destra che di sinistra.

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Consiglieri regionali, comunali, qualcuno un gradino sopra, insomma all’improvviso chi aveva già scaricato l’app e aveva tra i contatti del telefono nomi più o meno noti del panorama politico nostrano li ha visti accedere a “Signal”.

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Ma cos’è? Perché qualcuno si fida più di quest’applicazione che di Whatsapp o del più noto per la discrezione (al punto che viene considerato l’app degli amanti) Telegram?

“Signal” è stata creata alcuni anni fa dal crittografo anarchico Moxie Marlinspike. Si scarica gratuitamente da Google Play o App Store a seconda del sistema del smartphone.

Funziona grazie la crittografia end-end che renderebbe impossibile la decifrazione delle conversazioni in voce o in testo, anche se venisse intercettata.

Non conserva i metadati delle comunicazioni e rende illeggibili (a quanto si dice i numeri telefonici inviati al server. Inoltre se qualcuno chiedesse i dati di due utenti sospettati di un reato, la società che c’è dietro “Signal” non potrebbe darglieli, semplicemente perché non li ha.

Va bene: a questo punto qualcuno si stara chiedendo cosa avranno da nascondere i politici piemontesi che hanno deciso di iscriversi a “Signal”?

Sicuramente nulla, ma probabilmente la scoperta di questo strumento (che nuovo non è) di comunicazione è frutto, come abbiamo detto, di un passaparola. Non si spigherebbe altrimenti lo scaricamento dell’app quasi in simultanea.

E anche vero, come abbiamo visto con il recente caso Pasquaretta, l’ex portavoce della sindaca di Torino Chiara Appendino accusato di estorsione, molte chat e dialoghi finiscono dentro i fascicoli, diventando poi indiscrezioni per le orecchie dei cronisti e poi articoli sui giornali.

Quale sia il motivo reale di questo “assalto” a Signal non lo sappiamo. Prudenza chissà. Giusto così, ma senza esagerare.

Perché poi basta veramente poco per passare a una bella navigazione tor, come fossimo tutti in zona di guerra. Giusto per sentirci meno sotto osservazione da chiunque indossi il panni del grande fratello.

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