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domenica, 17 Gennaio 2021

Pd, Premier e segretario, un problema?

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di Giorgio Merlo

Da tempo uno dei tanti temi che riemergono puntualmente nel dibattito politico interno al Pd è la compatibilità – o meglio l’opportunità – che la figura del segretario e del Premier coincidano nella stessa persona. Un dibattito vecchio e antico, appunto. Un confronto che risale ai tempi di De Mita nella Dc e di Craxi nel Psi e che si trascina dietro le infinite polemiche sul troppo potere concentrato nella stessa figura politica.

Ora, è sufficientemente noto che il nodo non è affatto riconducibile ad un problema di natura regolamentare. Certo, tutti sappiamo cosa recita al riguardo lo Statuto del Partito democratico. Ma tutti sappiamo, altresì, che la disputa è di carattere preminentemente, se non esclusivamente, di natura politica. Al riguardo, sappiamo anche che non esistono, sul tema specifico, delle verità esclusive e dogmatiche. Provo a richiamare almeno 3 aspetti che richiedono una attenta e non partigiana valutazione prima di decidere la strada da percorrere e, eventualmente, da correggere rispetto alle regole attualmente in vigore.

Innanzitutto, non possiamo non tener conto che la leadership e’ sempre piu’ importante nel panorama politico contemporaneo. Una sorta di “valore aggiunto”. Piu’ importante dello stesso progetto politico del partito. Frutto della eccessiva personalizzazione e della mediatizzazione della politica italiana. Una specificita’ italiana ma non solo italiana. Anche se il cosiddetto berlusconismo ha indubbiamente inciso e condizionato pesantemente l’evoluzione della politica nostrana.

In secondo luogo è persin scontato ricordare che, in un contesto politico fortemente personalizzato, il potere che si accumula nella stessa persona è notevole e fonte anche di preoccupazione. Sono noti, del resto, gli elementi che si affermano quasi fisiologicamente nei partiti dominati dalla forte personalità di un leader segretario e Premier. E cioè, la cortigianeria, la fedeltà assoluta, il gregariato e la sostanziale assenza di ogni dibattito politico. Una sorta di “democrazia dell’applauso” già denunciata da Norberto Bobbio nella metà degli anni ’80 durante l’affermazione del cosiddetto craxismo. Disvalori che possono minare, col trascorre del tempo, alla radice la stessa credibilita’ ed autorevolezza del leader. E, di conseguenza, la credibilita’ e il consenso dello stesso partito.

Ma, e siamo all’ultimo punto, e forse decisivo, la coincidenza tra leader di partito e leader di governo puo’ avere effetti controproducenti per un partito, come il Pd, che non accetta ancora di essere un semplice “partito personale” o un “partito del leader”, per usare termini ormai conosciuti alla cronaca di Ilvo Diamanti e Mauro Calise. Il Pd, ormai quasi una eccezione nel panorama politico italiano, continua a rivendicare con forza di essere un partito democratico, profondamente radicato nel territorio e con una struttura partecipativa e capillare che richiede di essere guidato in modo continuativo e gestito quotidianamente. E qui tocchiamo un tasto fortemente dibattuto all’interno del partito dove, accanto alla forte e spiccata leadership nazionale di Renzi, fa da controcanto l’espandersi – e l’irrobustirsi – a livello locale di un ceto dirigente clientelare e notabilare che a tutto puo’ essere paragonato tranne che ad un partito democratico, trasparente, partecipato e ramificato correttamente nella società. Una deriva che storicamente si è sempre affermata più nel sud del paese ma che adesso trova forte cittadinanza anche al nord. Ed è questo, forse, proprio l’elemento che merita un maggior approfondimento politico da parte di tutti. Maggioranza renziana e minoranza di sinistra.

Ecco perché, come ricordavo all’inizio, sul tema della coincidenza tra il ruolo del segretario nazionale e quello del Premier e’ necessario un supplemento di riflessione politica prima di confermare ciò che prevede l’attuale Statuto del partito o pensare ad una modifica. Una scelta che va fatta senza pregiudizi personali, partigianerie di sorta o retropensieri. Ma una scelta che vada nell’interesse esclusivo del Pd, dei suoi militanti e dei suoi elettori.

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