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giovedì, 28 Ottobre 2021

Mauro Zangola: “Lavoro e affluenza alle urne legati a doppio nodo”

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Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Vicini alla vetta. Lunedì 18 ottobre Torino avrà il suo sindaco. Un compito, quello che spetterà al futuro primo cittadino, non semplice. Perché se, come ha recitato Crozza parafrasando un successo di Bennato, al primo turno delle Amministrative “ha vinto il Sindaco che non c’è”, è pur vero che questo è stato per un incredibile quanto imprevisto calo dei votanti. Cittadini che si lamentano ma non scelgono, che si indignano ma non escono di casa per scegliere il timoniere verso un futuro migliore, che potrebbero ma non vogliono. Ed ecco che il “non voto” diventa voto e si sostituisce a quella protesta che, nel 2016 trovò casa nello slogan “uno vale uno” . Ma prima di allora era stato il milione di posti di lavoro promessi a creare la grande illusione nazionale. La discesa in campo di Berlusconi fece in qualche modo immaginare che, se il Paese l’avesse condotto lui, allora ci sarebbe stato più lavoro per tutti. Ci fu chi promise la rottamazione e chi di portare le periferie al centro, salvo poi tagliare linee di trasporto e tagliare sui servizi al cittadino che, che per ironia, o si sposta o ha come unica soluzione quella di sperare in amministratori di circoscrizione lungimiranti che spaccando il soldo in quattro, riescano garantire qualità. Oggi nelle famiglie degli italiani e dei torinesi il grande assente è il lavoro, quello vero, che dà la possibilità di costruire un futuro.

Mauro Zangola, già direttore del Centro Studi dell’Unione Industriale, è profondo conoscitore della città, delle sue dinamiche economiche e sociali. Ha un’idea del motivo per cui molti meno torinesi siano andati a votare, il turno passato?

Ho letto con attenzione i programmi dei candidati, ho seguito i diversi confronti, e il tema del lavoro credo sia stato sottovalutato. Certo, è stato nominato, e più volte, è stato anche dichiarato che “il primo punto da cui partire è il lavoro”. 

E allora cosa è mancato?

Non funziona il fatto che subito dopo si sottolinei che il Comune non ha competenze, perché delle politiche per il lavoro rispondono la Regione, il Governo, lo Stato. E quindi l’attenzione si sposta verso altri temi.  Questo dal punto di vista amministrativo è corretto, perché è la Regione che ha le competenze sulle politiche per il lavoro, la formazione, l’occupazione, ma è sbagliato trincerarsi dietro la “non competenza”.

Cosa dovrebbe essere fatto, secondo lei?

Prima di tutto il Comune investe e crea lavoro: quindi, un’Amministrazione la prima cosa che deve fare è investire per creare occupazione. Una realtà importante come Torino ha un peso e può farsi sentire, può andare dal Governo a battere i pugni dicendo che siamo in una situazione difficile anche perché poi chi paga il prezzo è la città, con i giovani che non hanno molte speranze.

Eppure le assunzioni sembrano in ripresa….

I giovani hanno capito come va il mondo: le assunzioni ci sono ma sono precarie, spesso il lavoro non è adeguatamente pagato e a fronte di questo si sono un po’ rassegnati. Questa rassegnazione è alla base della disaffezione dalla politica. Hanno capito che le cose non cambiano. Con la precarietà, con poco lavoro e spesso saltuario, aumenta la povertà. Se poi tutte queste situazioni si concretizzano dentro famiglie che hanno già molte difficoltà, diventano esplosive.

Se il programma lo avesse fatto lei, da dove sarebbe partito?

Se avessi dovuto fare un programma, avrei messo il lavoro come punto principale. Tutto il resto deve essere finalizzato a crearlo. Questo messaggio sarebbe dovuto emergere con maggior forza, tra tanti argomenti importanti certo, gli asili, la viabilità, le comunicazioni. E’ doveroso ricordarsi che anche se il Comune non ha una competenza in tema di lavoro, ha un potere politico forte. E questo va fatto valere. Mi sarei aspettato un po’ più di ottimismo, e di coraggio.

Le conseguenze non le paga il comune, non le paga il ministro Orlando che sta a Roma, le pagano coloro che vivono qui. Probabilmente il tema centrale che è a cuore del cittadino è stato affrontato in modo marginale, apparentemente sopra tutti ma ripetuto come se fosse uno slogan.

Questo è sufficiente per giustificare l’astensione? 

Probabilmente sì. Non basta dire “lavoro”, bisogna battere i pugni far capire che questo è il problema dei problemi. Andare a Roma dicendo chiaramente cosa serve, con forza. 

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