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sabato, 19 Settembre 2020

Mauro Berruto: “Unità indispensabile per la squadra di Torino 2021”

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Per cogliere nel segno, quasi mai l’arciere punta al centro dell’obiettivo. Tende l’arco. La freccia, quando vola, ha un comportamento aerodinamico sorprendentemente metaforico. Appena scoccata, inizia a dimenarsi come se fosse animata. La forza la fa incurvare. La punta, appena rilasciata, si allontana dal bersaglio, va verso sinistra, ma ritorna verso destra dopo pochi istanti, curvando ulteriormente e permettendo alla parte terminale, dove c’è l’impennatura, di aggirare la struttura dell’arco. Da lì in poi la freccia continuerà a puntare a sinistra, tornare a destra e così via, fino a quando si conficcherà sul bersaglio. Questo è “il paradosso dell’arciere”.

Mauro Berruto, oltre a quella della pallavolo, lei ha allenato la nazionale di tiro con l’arco. Dopo essere stato amministratore delegato della Scuola Holden oggi è tra i creatori della piattaforma civica “Capitale Torino” nata verso le elezioni Torino 2021. Se all’obiettivo ci si avvicina per scatti, tenendo dunque conto delle tante variabili, l’arco in questo è “capitale Torino” con le frecce da scoccare per far centro alle prossime elezioni?
L’arco è la città, che è di tutti. Le frecce sono le sue risorse. Il paradosso dell’arciere è una metafora perfetta per il periodo attuale. Per colpire il centro, lui quasi mai mira nel bersaglio, ma con il proprio talento intuisce le variabili come le folate di vento che arrivano quando si è nella fase di mira. Si trova a dover risolvere il problema molto velocemente, andando a tirare in un punto che, proprio grazie al fatto di essere identificato fuori dal bersaglio che si aveva, trasformerà “l’imprevisto” in un alleato. 

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Del suo impegno e di “Capitale Torino”, lei sceglie di rispondere a livello molto individuale e personale. Perché ha pensato alla sua creazione?
A me piace l’idea che finalmente nascano delle riflessioni che possano convergere verso il desiderio di fare qualcosa di ben fatto, dalla nostra città. Purtroppo siamo arrivati a stupirci della scelta di un impegno civico, o comunque di attenzione e di riflessione su quello che è la vita della nostra città. Questo è dovuto credo principalmente a quello scollamento clamoroso tra la percezione della politica che ci viene raccontata ogni giorno dai suoi protagonisti e quella a cui a me piace riferirmi.

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E a che tipo di politica si riferisce?
A partire da un punto di vista etimologico, la intendo come la capacità di prendersi cura del pezzetto di mondo che ci è stato affidato. Quel tipo di politica è una cosa estremamente bella, alta, importante e dovrebbe essere il motore per chiunque. E’ un peccato se ormai viene percepita come qualcosa di lontano, in qualche modo fastidioso e mal fatto. 

Tornando ai paradossi, all’imprevedibilità, mai nulla fu più imprevedibile come la politica e le tornate elettorali degli ultimi anni. L’arciere cosa insegna?
Di questi tempi è una metafora fortemente potente. Si può fare qualsiasi tipo di previsione, immaginare qualsiasi cosa poi scoppia una pandemia e tutto va all’aria. Almeno nello sport, ci si conta e ci si scopre con alcuni atleti che sono molto bravi quando è facile, e sono tanti. Ce ne sono molti di meno che sono bravi quando è difficile, e quelli sono i campioni. 
Quando si costruiscono le squadre, bisogna pensare di avere con sé persone in staff e atleti che sono forti quando è difficile esserlo. Quando si scelgono le persone bisogna proprio pensarle nel momento più complicato. Non sarà facile, non sarà “lineare” e ci saranno momenti molto duri e dobbiamo immaginare una squadra di persone che siano pronte a dare il loro meglio quando ci sono le situazione più dure e difficile.

Torino 2021. Molte saranno le variabili e i “paradossi”, su un campo difficile che è quello del centrosinistra, campo anche di “Capitale Torino”. Secondo lei, conosciuto per essere un gran motivatore, la squadra è pronta? Ci crede?
Quando ho cominciato a dare vita a quest’idea, insieme con altre persone, provando a mettere insieme realtà civiche ho rifiutato la forma mentis ideologica della supremazia del civismo rispetto alla politica. Il motivo che ha portato a cercare di collegare delle realtà civiche non è né di supremazia né di fasulla volontà di sembrare migliori di altri. Il tema centrale è la città e ad esso contribuiamo tutti. Quando ho immaginato questa avventura, l’ho pensata capace di fare un gesto rivoluzionario che è quello opposto a ciò a cui ci siamo un po’ assuefatti in particolare nel centrosinistra, non solo cittadino ma nazionale, negli ultimi anni, che è stato quello di divergere, personalizzare, frammentarsi, correre sul posto ciascuno per sé. 

Qual è il gesto rivoluzionario?
E’ quello di convergere, disegnare prima di tutto il campo da gioco, perché non è così scontato e nemmeno semplice. 

Unione e convergenza? Viste le ultime esperienze politiche del centrosinistra e del Pd in particolare, potrebbe sembrare un obiettivo da ultimo dei romantici.
Non ho mai visto vincere squadre quando i giocatori che le componevano litigavano uno con l’altro, ma squadre nelle quali, per qualche ragione, si riusciva a identificare un obiettivo finale. Questo non vuol dire che non ci sia dialettica, confronto o presa di posizione. Ho visto squadre giocare persino contro il proprio allenatore, o contro il proprio pubblico, ma mai vincere con giocatori che erano uno contro l’altro. Mai. 

Si gioca tutti insieme e con gli stessi colori, per la maglia. Qual è il rischio se non dovesse andare così?
Chiunque sarà la persona identificata nella figura di candidato sindaco di un centrodestra molto di destra e poco di centro sappiamo bene che, per quanto presentabile, sarà espressione di un’agenda dettata da due partiti di destra radicale ed estrema. Se noi vogliamo regalare a loro la città, abbiamo lo strumento perfetto per il suicidio ideale.

Ovvero?
Quello di buttare via energie per contestare nella squadra uno l’operato dell’altro. Immagino che dall’altra parte non vedano l’ora di assistere a tutto ciò. La strada dell’unità non è facile perché deve tenere conto delle caratteristiche di ognuno, ma quando la visione individuale supera il bene collettivo, che è poi la costruzione di un’identità d’insieme, il rischio è gigantesco. 

Si sente pronto a diventare, in caso di vittoria, assessore allo sport della città?
No, non è affatto nelle mie intenzioni propormi nè per l’assessorato allo sport, nè per qualsiasi altra candidatura. Sarebbe un pensare in piccolo e individuale che contraddice tutto ciò che ho detto prima. Mi piace giocare partite che abbiano un respiro decisamente più ampio. Il sindaco o la sindaca sarà uno, ma la riflessione dovrà partire da una squadra estremamente solida, espressione di competenze.

Il civismo esprimerà il candidato sindaco alle primarie?
L’idea che possano andare a votare alle primarie per scegliere il proprio candidato sindaco cinquantamila persone è meravigliosa e lavoreremo per giungere a quest’obiettivo perché rappresenta il più alto livello di partecipazione e mobilitazione. Le primarie rappresentano una grande capacità di avvicinare i cittadini all’espressione delle loro scelte. Civismo e politica non sono contrapposti né alternativi uno all’altro. La cosa più bella sarà avere un candidato civico, che possa contarsi e farsi espressione legittima della comunità. Un candidato civico se avrà la forza di correre e di confrontarsi sarà un valore aggiunto importante.

Alcuni ritengono che ormai anche le primarie facciano parte di un retaggio politico sorpassato. Non più attuali, insomma.
Al contrario. Sono la possibilità più efficace per riportare le persone a una propria centralità nella discussione e nel dibattito. I numeri sempre più sconfortanti della partecipazione al voto ci convince a lavorare con forza in questa direzione. Attualmente, il partito sempre più in testa è quello di chi sceglie di non scegliere. Riavviciniamo quelle persone alla bellezza di poter essere rappresentati.

Qual è il suo rapporto con la città? E’ facile, per la sua carriera e per ciò che ha rappresentato lei per il mondo dello sport italiano nel mondo, immaginarla come un uomo con la valigia sempre pronta per partire. 
Così è stato per alcuni decenni della mia vita. Sono nato in borgo San Paolo, ho abitato lì durante la mia gioventù e non solo, poi quando la mia professione ha cominciato a portarmi in giro per l’Italia e l’Europa, a partire dalla metà degli anni ’90, sono stato quasi sempre fuori per lunghissimi periodi. Questo fino al 2015. Ho passato vent’anni in cui Torino era è ed è rimasta la mia città, il posto dove tornavo, dove c’era casa mia, la mia famiglia. Oggettivamente l’ho vissuta poco, per quel ventennio.

E quanto ci è tornato, come l’ha trovata, le viene in mente un aggettivo?
Mi sono stabilito a Torino in modo definitivo nell’estate del 2015. Il primo impegno è arrivato dopo poche settimane, con la scuola Holden, un’esperienza vissuta intensamente sul territorio in un pezzo di Torino affascinante quale Borgo Dora, il quartiere Aurora. Oggi, se dovessi trovare un aggettivo per descrivere la città, la definisco spenta.

Se fosse un incontro di volley, a Torino tocca alzare la palla perché è ancora in gioco o si tratta di battere dal fondo per servire un game completamente nuovo?Torino deve spingere sé stessa oltre l’asticella, rappresentata da quella consuetudine che l’ha spinta a sedersi su sé stessa: è necessario elevare la qualità del dibattito, la progettualità, il proprio ruolo di città inclusiva, con un ragionamento strutturale sui prossimi trent’anni che ci aspettano. Chiunque vorrà presentarsi alle prossime elezioni amministrative, guai se immaginasse una visione legata soltanto al proprio mandato amministrativo. E’ necessaria una visione strutturale più profonda, ed è quella che determina una capacità di raccontarla: il percorso è sempre in parallelo. Occorre avere visione e progettualità e occorre saperle raccontare. 

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