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domenica, 23 Giugno 2024

Matteo Renzi non può cambiare la ragione sociale del Pd

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di Giorgio Merlo

Il confronto, ormai avviato, e l’esito del referendum costituzionale di ottobre si intrecciano con la prospettiva politica italiana. E nello specifico, del Pd. Sotto questo aspetto, l’esito delle elezioni amministrative passa in secondo piano perché la personalizzazione del referendum impressa dal Presidente del Consiglio e segretario nazionale del Pd lo rende di fatto una scelta favorevole o sfavorevole a Renzi. E, di conseguenza, sulla prospettiva politica del partito del Presidente del Consiglio.

Ora, al centro della contesa politica c’è la trasformazione, o meno, del Pd nel cosiddetto “partito della nazione”. O meglio, la trasformazione dei “comitati del sì” al referendum di ottobre in un nuovo soggetto politico. In entrambi i casi ci troveremmo di fronte ad un cambiamento sostanziale del profilo, della storia – seppur recente – e della stessa identità del Partito democratico.

Ma, senza scivolare nella dietrologia e nei soliti retroscena, probabilmente c’è del vero in questa affermazione ma forse anche un po’ di caricatura nell’accentuare questa potenziale trasformazione del partito. Per fermarsi ai fatti, però, è indubbio che i “comitati del sì” possono dar vita ad un nuovo soggetto politico che si identifica con il progetto della riforma costituzionale voluta dal Governo e approvata a più riprese dal Parlamento con una maggioranza risicata. Una eventualità che, per il momento, viene smentita, seppur debolmente, ma che sta prendendo piede in virtù della personalizzazione, appunto, della prossima consultazione referendaria ma anche per la coerenza tra il riconoscersi in un progetto del genere e la sua immediata trasformazione in progetto politico. Certo, anche la minoranza del Pd voterà sì – tranne forse rarissimi casi isolati e non destinati a far notizia – ma è indubbio che il dibattito e il confronto interni verteranno principalmente sul dopo-referendum. E il dibattito, su questo versante, è già decollato e non può essere relegato ad un fatto secondario e del tutto marginale.

Ecco perché ritengo importante, al di là delle dichiarazioni e delle rassicurazioni che fioccano su questi temi, tracciare alcuni punti fermi.

Innanzitutto il Pd era, è e deve restare un partito di centro sinistra. Non può trasformarsi in un cartello elettorale indistinto e riconducibile esclusivamente alle fortune o meno di un leader politico. L’identità del Pd è tracciato nel suo Statuto e soprattutto nella sua carta fondativa. Una identità che prevede una  convinta e forte adesione alla cultura riformista e ad una seria e non effimera cultura di governo. Un profilo che fa del Pd un partito riconducibile strutturalmente al campo riformista e progressista e che non può prevedere una sua mutazione in corso d’opera per calcoli legati prevalentemente all’accoglienza di pezzi di partito o di singoli esponenti che provengono da altre esperienze o da altre formazioni politiche. Insomma, il Pd non può cambiare la sua “ragione sociale” per motivazioni legate ad operazioni trasformistiche.

In secondo luogo il merito di una consultazione elettorale – referendaria o meno che sia – non può essere lo strumento per avviare nuovi percorsi politici. Su questo versante credo sia necessario un confronto chiaro e franco tra la maggioranza renziana e la minoranza di sinistra. Tutti hanno a cuore la continuazione di una presenza politica che non sia funzionale ad altri progetti o a finalità diverse da quelle originarie  e tutti, credo, non possono trasformare il prossimo dibattito referendario come nella occasione finale per “regolare i conti” interni al partito. Se così fosse, non ci troveremmo di fronte ad un confronto politico e di merito ma solo e soltanto ad una contesa di potere fatta e pensata per disegnare altri scenari e tracciare altre prospettive. Serve, cioè, quella che in gergo si definisce una “moratoria” capace di far convivere all’interno della stessa formazione politica opinioni diverse senza arrivare alla sostanziale espulsione dei dissidenti o alla impossibilità di esprimere opinioni contrastanti con la maggioranza. Un partito, del resto, è realmente democratico quando riesce ad esprimere una posizione politica chiara nel pieno rispetto del pluralismo interno. Che, del resto, resta un aspetto qualificante nella breve storia del Partito democratico anche per la sua impronta originaria che prevedeva la confluenza nel medesimo soggetto politico di culture e filoni diversi.

In ultimo, il Pd continua ad essere, forse, l’unico partito che mantiene una presenza politica e  organizzativa diffusa e radicata nel territorio nazionale. Un partito che difficilmente è compatibile con la riduzione di spazi democratici interni o con una eccessiva personalizzazione della sua leadership. Al di là degli indubbi meriti di Renzi nell’aver trasformato la sua presenza politica in un significativo “valore aggiunto” per la stesso consenso che il partito riscuote alle varie elezioni. Ma tutto ciò non può trasformarsi in una sostanziale riduzione della democrazia interna sacrificata sull’altare di una presunta modernità ed efficacia del linguaggio politico.

Insomma, il referendum di ottobre non può e non deve cambiare l’identità, la prospettiva e il ruolo che il Partito democratico ha esercitato sino ad oggi nella politica italiana. E questo non solo, come ovvio, per il bene del Pd ma anche, e soprattutto, per la qualità della nostra democrazia e per la serietà e la fedeltà democratica delle nostre istituzioni.

 

Pubblicato nel numero del 15 giugno del mensile Nuovasocietà

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