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lunedì, 1 Giugno 2020

Le vittime della ThyssenKrupp: anche loro partigiani di oggi

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Redazione
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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Il ricordo della Liberazione celebrato venerdì a Torino come in molte città italiane, sembra infrangersi sulla sentenza della Cassazione che ha imposto il riconteggio delle condanne per i dirigenti della Tyessenkrupp.
Chissà cosa avrebbero pensato i giovani partigiani della vicenda che ha portato a una morte orribile sette operai, soggetti di una classe che allora tutti vedevano come potenzialmente rivoluzionaria.
E ancora quali considerazioni avrebbero fatto rispetto a una società “libera” e “democratica” che umilia le persone e le ricatta attraverso il lavoro.
E’ proprio questa distanza tra gli ideali della Resistenza e la storia che il Paese ha avuto dal 1948 in avanti a fare riflettere sul senso del 25 aprile, ormai relegato per la maggioranza degli italiani a poco più di una festa patronale.
Se nelle piazze, a dire il vero mai piene, si sente ancora il filo rosso che lega i giovani delle montagne alle lotte attuali per la casa, il reddito e l’ambiente, sembra che al di fuori di esse sia cresciuta una generazione che nulla ha ricordato e imparato da quella esperienza.
E così il giorno dopo Torino riapre la ferita mai cicatrizzata dei morti sul lavoro e rilancia l’immaggine di una società classista nella quale alla fine, i potenti salvano sempre altri potenti.
Ma a guardar bene, i visi di Giuseppe Demasi, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Rocco Marzo, Angelo Laurino e Roberto Scola, non sono poi così diversi da quelli di Dante di Nanni o dei giovani delle brigate partigiane.
Una volta si sarebbe detto che erano tutti figli del popolo, lavoratori e operai, e in questa considerazione sarebbe stato implicita la speranza di un mondo migliore e la solidarietà di classe.
Parole che oggi risuonano come vecchie e stantie, ma che contengono il segreto del cambiamento o almeno della dignità delle persone.
Ma Torino forse non ha smarrito completamente questa memoria e speriamo trovi la forza per reagire all’ennesima umiliazione, questa volta perpretata dalla magistratura, che si scaglia contro giovani vite proletarie.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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