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giovedì, 27 Gennaio 2022

La Russia e il mondo: verità e visioni

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Giusi Greta Di Cristina
Siciliana, laureata in Lingue, mi occupo di politica estera da dieci anni. Specialista in Scienze Internazionali all'Università degli Studi di Torino, curo un blog ne "L'Antidiplomatico" e collaboro con la casa editrice NovaEuropa di Milano.

“Il sonno della ragione genera mostri”: quante volte questo adagio è stato usato dinnanzi ad eventi umani che hanno suscitato costernazione, dolore, tragedia. Chi lo usava e chi ancora lo usa assume che possa essere solo ed esclusivamente la ragione a guidare l’umanità nel raggiungimento del bene collettivo, della pace, della felicità. Ma come si può dare una lettura univoca e valente per tutti di benessere collettivo, pace e felicità? Semplice: non si può. Lo sviluppo dei pensieri, delle teorie e delle azioni ad esse seguenti sono state molteplici e così la lettura data a benessere collettivo, pace e felicità e alle vie per raggiungerle.

Gli Stati, durante il corso della storia, hanno individuato ricerca e soluzioni per il raggiungimento di questi obiettivi identificandoli con lo Stato stesso: che si trattasse di monarchia o Parlamento, che lo Stato raggiungesse i suoi obiettivi era l’unica raison d’être e immaginarne un’altra era impensabile. Lungi dall’essere i Paesi delle isole felici ed essendo invece continuamente in balia delle relazioni con gli altri Paesi vi fu la necessità di affidare la delicata questione delle relazioni internazionali ai diplomatici, uomini molto vicini a chi governava, di comprovata lealtà e capacità, spesso poliglotti, amanti dei viaggi e che facilmente si adattavano ai cambiamenti.

Fino agli anni Ottanta circa la diplomazia classica si impose come quella istituzione indispensabile che prevedeva molti poteri ai diplomatici e largo dispendio di risorse economiche per il raggiungimento degli obiettivi, che non sempre e non per forza coincidevano con l’evitare un conflitto o sanarlo. Era una diplomazia prettamente “governativa” e ciò che più contava era far sì che alla fine delle trattative il proprio Paese portasse a casa condizioni vantaggiose.

Con la fine della guerra fredda e la trasformazione del mondo in un comparto unipolare con una sola grande potenza, gli Stati Uniti d’America poterono dettare le linee di un pensiero pressocchè unico, se non altro perché declamato in un mondo che politicamente pareva non offrire alternative a quel modo di fare politica e ai contenuti da essa espressi.

Da questo punto di vista nel mondo delle relazioni internazionali il concetto di potenza rimase centrale, sia per spiegare il predominio politico degli Stati Uniti sia per giustificare qualsiasi azione diretta o indiretta, attuata o suggerita da Washington. Il ruolo della diplomazia in quel periodo è ancorato dunque alla concezione di stato di potere e qualsiasi altro Paese nel mondo avrebbe dovuto scontrarsi con essa. E non la avrebbe mai vinta perché mai avrebbe potuto sovrastare in alcun modo il potere militare, politico e persino culturale degli Usa.

Alcuni studiosi arrivarono ad affermare che la condizione mondiale di unipolarità sarebbe stata l’unica possibile di lì in poi. Ciò ha determinato una visione distorta e per nulla scientifica. Innanzitutto sappiamo bene che la rete dei rapporti internazionali è una rete in cui regna l’anarchia, intesa come mancanza di un soggetto super partes che regoli i rapporti: data una situazione del genere l’unico modo che uno Stato ha per mantenere la supremazia deve lottare contro qualsiasi altro possa diventare forte. Non solo: questa visione, attuale più che mai in una importante fetta di analisti della politica filo-statunitense, pone Washington a vedere in qualsiasi nazione che si afferma come un rivale che tenta di prendersi il suo posto. L’unica alternativa a questa visione, ma non meno tragica, è quella di considerare una riproposizione del bipolarismo come alternativa alla fine dell’unipolarità.

In entrambi i casi, insomma, il clima è quello della lotta per il potere, ove gli arsenali contano così come la presenza degli eserciti; unica eccezione è stata quella dell’Unione Europea, istituitasi fin da subito sotto l’ombrello dell’atlantismo e presentandosi al mondo come “potenza civile”. Dalle discussioni tornate in auge negli ultimi tempi all’interno dell’establishment dell’UE circa la necessità di dotarsi di una forza di difesa e sicurezza indipendente dalla Nato capiamo quanto il sogno di potenza civile sia stata mera chimera utilizzata però da Washington per assicurasi la sua presenza militare in Europa senza problemi e recriminazioni. In questo senso ha molta ragione il grande studioso delle Relazioni Internazionali, John Mearsheimer quando afferma che “nel mondo anarchico delle politica internazionale, è meglio essere Godzilla che Bambi”.

Tale quindi appariva la situazione fra gli anni Novanta e i primi del 2000: una sola potenza a dettare le regole al resto del mondo. Il sistema politico imperante era quello della democrazia liberale, il sistema economico quello del liberismo, con i mercati della finanza e della speculazione padrone incontrastate nelle decisioni degli Stati, quantomeno di quelli inseriti nel sistema mondo ereditato da Bretton Woods.

L’unipolarità, però, ben presto mostrò di non essere affatto quella struttura sempiterna che alcuni volevano credere fosse: altre nazioni, altri Stati emersero in quegli stessi anni e, nel pieno del fenomeno della globalizzazione, hanno dimostrato grosse capacità di crescere e creare sviluppo. Sono quelle stesse forze che abbiamo in parte visto all’opera all’interno del gruppo dei BRICS (con le dovute particolarità e differenze tra loro) e sopratutto negli ultimissimi anni. Parliamo in particolare di Cina e Russia che dal titolo consolatorio per gli USA di “Paesi emergenti” sono esplosi nelle loro potenzialità, scatenando paure e generando analisi che si rivelano essere improprie e talvolta totalmente sbagliate.

Cina e Russia rappresentano oggi l’altro: sono cresciute sullo stesso terreno, nello stesso sistema si sono rafforzati, arrivando a raggiungere livelli di sviluppo impressionanti (specie per quel che concerne la Cina) e riguadagnando forze e prestigio persi (in particolare la Russia) in tempi incredibilmente brevi, se si pensa che dall’altra parte stava l’unica sola potenza egemone.

Nei nostri giorni gli studiosi della politica internazionale si dividono quasi ormai solo rispetto a questa dicotomia: stare con gli Stati Uniti o stare con “gli altri”, difendere a tutti i costi l’unipolarità – o per meglio dire, la necessità dell’unipolarità – o accettare che il mondo si trasformi in un sistema con più poli di attrazione.

Come si diceva prima, i maggiori sostenitori del sistema unipolare continuano a vedere gli Usa come legittima potenza mondiale e arrivano a sostenere la necessità di distruggere chiunque possa minarne l’egemonia, altri hanno ricominciato a parlare di “guerra fredda” e bipolarismo, con ai due poli ovviamente Usa e Cina e la Russia come pericoloso alleato di quest’ultima.

Invece ormai siamo in una situazione chiaramente tendente al multipolarismo, che presenta gli Stati Uniti in un declino sì ma relativo, la Cina estremamente forte economicamente ma non quanto gli Usa da un punto di vista militare, la Federazione Russa in ascesa e che proprio per questo subisce gli attacchi mediatici più violenti – e a tratti vergognosi – e dall’establishment americano e da quello dell’Unione Europea (che per quanto riguarda la politica estera abbiamo visto troppe poche volte prendere decisioni che non pendessero visibilmente per Washington).

Se abbiamo analizzato quale fosse la diplomazia nella sua forma classica in tempi di unipolarismo, vale la pena chiedersi se anche la diplomazia e in generale l’atteggiamento di uno Stato nei confronti dell’esterno muta al mutare della disposizione dei pesi nello scenario globale. Nonostante il perseverare di una politica per lo più ancorata a manifestare la propria posizione di egemonia,  Già a partire dagli anni Settanta del secolo scorso il ruolo della diplomazia veniva in parte a problematizzarsi dalla comparsa di enti non governativi che influenzarono la vita politica mondiale: senza negare che il ruolo dei diplomatici rimase centrale e ultimo nelle decisioni non si può di certo neppure negare quanto questi altri enti e gli effetti delle loro azioni sulle società entrarono forzatamente nelle agende e negli incontri tra i governanti e le diplomatici.

Gli studiosi delle relazioni internazionali definiscono questa nuova realtà diplomazia di secondo livello, che non è staccata dalla prima ma che, al contrario, la accompagna e la completa.

Alcuni studiosi si resero conto, alla fine degli anni Ottanta, che nell’elaborazione della politica estera erano nuovi e numerosi gli elementi che sarebbero entrati in gioco: dalla capacità di creare reti culturali e di istruzione, alle associazioni e fondazioni filantropiche, alle relazioni pacifiche tra enti religiosi e così via. Ogni componente della società, persino i comitati di cittadini, avrebbero potuto indirizzare la politica estera di un Paese verso un unico obiettivo: evitare il crearsi di condizioni di conflitto.

Una nuova formula dunque, rivoluzionaria, tesa a creare un mondo pacifico e collaborativo, veramente multilivello. Rispettoso delle legittime sovranità nazionali, non detta formule governative migliori o peggiori bensì una modalità nuova sulla quale costruire migliori relazioni.

In questo senso un mondo con tendenza alla multipolarità è il perfetto scenario nel quale mettere in pratica una diplomazia multilivello.

Si è molto discusso del perché di taluni comportamenti espressi dalla Cina e dalla Russia: perché gli aiuti economici a Paesi che non supportano il loro modello politico – urge precisare che il modello cinese non è quello russo, che Xi Jinping non è Putin – o economico. Dall’Africa all’America Latina Cina e Russia collaborano con governi in difficoltà, offrono una sponda economica alternativa all’FMI e BM e appoggio politico e militare a Paesi attaccati dall’atlantismo. Ciò ha generato parecchi mal di pancia in chi sostiene il modello a stelle e strisce: della Cina non fa paura solo la potenza economica (dalla quale gli Usa ormai dipendono strettamente) ma anche il differente modello politico. Della Russia fa paura la sua presenza in Europa – altrimenti non si spiegherebbe la scrupolosità con la quale sono state costruite le basi Nato tutte attorno al Paese– e la sua attitudine ad essere una potenza. In assoluta corrispondenza a tali visioni, la diplomazia tradizionale statunitense si è mossa mostrando i denti, sempre in attesa di un errore, spesso usando toni aggressivi, muovendo accuse – tra cui quella di usare le relazioni internazionali per “colonizzare” Paesi e popoli, influenzare le scelte politiche, allontanare i Paesi dall’orbita atlantista – in perfetta sintonia con gli indirizzi governativi. E questo è più che naturale, non ci suscita alcun tipo di sorpresa.

Tanto si è detto e scritto sulla Cina, un po’ meno sulla Federazione Russa. Di solito ci si è trovati a poca voglia di analizzare per davvero, tirando giudizi tranchant sulla figura politica di Vladimir Putin, accusato delle peggiori nefandezze in riferimento ai diritti civili (utilizzati come specchietto per allodole per la creazione di nemici veri o presunti), visto come l’ideatore di politiche di sovvertimento. Eppure nessuno più di Vladimir Putin è riuscito a mantenere la pace nel mondo, specie in Europa: dinnanzi all’accerchiamento da parte della Nato, alle sanzioni carissime e unilaterali alla quali il suo Paese è sottoposto e alla vera e propria guerra civile scatenata in Ucraina in chiave antirussa la Russia ha risposto scegliendo al più di difendersi ma non ha mai attaccato. E anche fuori dall’Europa il comportamento di Vladimir Putin è stato sempre teso a costruire rapporti politici e diplomatici al di fuori delle barriere di un bipolarismo entro il quale la Federazione Russa starebbe decisamente stretta, collocandosi piuttosto come altro importante attore a livello globale: fanno un po’ impressione i continui richiami alla Russia come ad una novella Urss o a una guerra fredda che di punto in bianco avrebbe riportato il mondo a paradigmi del passato.

Anche da un punto di vista dell’azione diplomatica, gli emergenti non si appoggiano più a quella classica: qualsiasi sia il giudizio sul Paese, è molto evidente l’indirizzo multilivello dato alla politica  e quindi anche al carattere stesso delle relazioni internazionali. E se su questo punto la Cina è maestro senza eguali la Russia non è da meno: la sua capacità di agire libera dalle dipendenze delle alleanze (non sempre la Russia ha agito come la Cina) e con l’obiettivo primario di assicurare il peacebuilding è sotto gli occhi di tutti. Due sono infatti le grandi novità introdotte da questi Paesi che guardano al mondo in un’ottica multipolare: la grande fiducia nelle istituzioni multilivello e il dialogo per evitare i conflitti, per la costruzione, appunto, di un mondo pacifico.

Gli atlantisti, per quanto abbiano visto all’azione soggetti non governativi nell’influenza della politica estera (e spesso li abbiano usati come soft power) non riescono a rinunciare ad un approccio aggressivo, mitigato in alcuni governi e più sfacciato in altri: una nazione che ancora adesso inneggia al suo “America first” come bandiera per le crociate contro qualsiasi Paese si sottragga ai suoi diktat non può con ogni probabilità comprendere che quel modo di far politica è stata sconfitta dalla Storia e dalla Politica a noi contemporanei.

Non si possono negare il ruolo estremamente importante della Russia (e della Cina) nella promozione dei valori della diversità e della possibilità di un mondo in cui c’è posto per tutti, senza motivo di sopraffazione (in contrapposizione all’immagine di selva pericolosa continuamente richiamata dagli Stati Uniti). Non si può negare che in alcun modo i Paesi che sono stati aiutati economicamente o sostenuti militarmente abbiano subito pressioni su come governare, né abbiamo assistito a regime change da additare alla Russia (o alla Cina).

Proprio la propensione alla pluralità delle amicizie ha permesso alla Russia di aiutare in modo poderoso l’Italia in questi difficili tempi facendo arrivare nel nostro Paese medici altamente specializzati e dispositivi di sanificazione degli ambienti che nel lombardo stanno facendo la differenza: lo provano i messaggi e i saluti di affetto e ringraziamento spontanei della popolazione e del personale ospedaliero. E ricordiamo, qualora ve ne fosse la necessità, che il nostro Paese ha votato a favore del prolungamento delle sanzioni nei confronti della Federazione Russa, tra l’altro arrecando enormi danni alla nostra economia. Perché nell’Unione Europea si socializzano i nemici ma non le necessità, come ci dimostrano i fatti relativi ai bisogni attuali dell’Italia.

Nessuna richiesta, nessun ricatto è stato richiesto in cambio da Putin e chi afferma il contrario compie illazioni, non fa informazione. Come non fa informazione ma propaganda politica chi si è lamentato per la presenza dei militari vicini alle basi Nato: a tanto è arrivata la nostra sudditanza? A paragonare un aiuto enorme in un momento terribile all’invasione in Afghanistan o ad un piano per studiare geograficamente l’Italia per poi poterla attaccare?

Voler fare l’avvocato del diavolo senza tenere in considerazione l’attenzione russa alle dinamiche multilivello significa operare in malafede o nell’ignoranza delle dinamiche geopolitiche: entrambe le caratteristiche non giocano a favore di chi si occupa di politica internazionale.

“Il sonno della ragione genera mostri”, si diceva. Ma talvolta anche chi è titolato pare preso da un torpore tale da non vedere quanto sia scevro da teorizzazioni ormai trapassate l’operato russo, tanto da estendere l’aiuto per il coronavirus persino agli stessi statunitensi. I quali, per tutta risposta e per fugare chiunque veda simpatie tra Putin e Trump, non hanno posto fine alla Defender 2020 ai confini russi: solo l’emergenza Covid19 ha congelato le esercitazioni militari giusto qualche giorno fa. Nessuno che si chieda mai la necessità di queste frequenti esercitazioni sempre vicini alla Federazione Russa, che è ormai accerchiata nel territorio dell’ex blocco sovietico, specie dopo l’entrata nella Nato il 27 marzo scorso della Macedonia del Nord, trentesimo Paese ad entrare nell’Alleanza Atlantica. Nessuno che parli mai di provocazioni.

Le future decisioni della Federazione Russa, piaccia o no, continueranno a determinare molti degli equilibri mondiali: ovunque vi sarà il pericolo di una escalation di tipo libico la Russia è intervenuta e nessuno ci fa dubitare che continuerà a farlo. Dalla Russia bisognerebbe imparare la grande dignità e la capacità di rimettersi in piedi, riguadagnando in poco tempo un posto tra le nazioni contro cui l’egemone ha dovuto per forza fare i conti.

E ogni volta che a Mosca si mantiene la calma e la lucidità a Washington aumenta il nervosismo e quindi anche a Bruxelles.

Non è la Federazione Russa che deve cambiare: è il resto del mondo a doverlo fare, quello ancora fermo a una concezione di politica dei rapporti internazionali che praticamente non esiste più.

Gli Stati Uniti continuano a temere il ripresentarsi di uno spettro che erano sicuri di aver cancellato, ovvero la presenza di un antagonista in Europa, sopratutto in quella precisa area. Il rafforzamento della presenza Nato in Europa, le accuse infondate rispetto ad hacker russi talmente bravi da scombussolare le elezioni in Nord America, le provocazioni in mare: tutto fa pensare che forse la paura degli Usa è esattamente quella di un incubo ricorrente, rincarata dalle parole di fuoco di professori plurilaureati che ancora determinano e giustificano la linea aggressiva e muscolare statunitense.

Ma gli incubi sono prodotti della fantasia, dell’immaginazione e di paure profonde: che si lascino al lavoro degli esperti della psiche e non a quelli della politica internazionale.

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