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sabato, 25 Maggio 2024

La mummia di Borgo San Dalmazzo: un atto d'amore per sconfiggere la morte

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Non centrerebbero nulla le sette esoteriche con la conservazione del corpo di Graziella Giraudo, quella che ormai tutti chiamano la mummia di Borgo San Dalmazzo. Dietro quel corpo, seduto su una poltrona in una stanza nella villetta di via Pedona 9, potrebbe nascondersi un “atto d’amore”. Un affetto che avrebbe portato Rosa Giraudo, coinquilina e consuocera, a non volersi separare dell’amica morta molto tempo fa mummificandone il corpo in quel posa statuaria con la mano destra alzata in un segno di benedizione.
 La villetta di via Pedona
È grigia, ancora con la facciata da intonacare, la villa dove abitavano Rosa e Graziella. Qui tutto è iniziato il 28 ottobre. Una domenica.
Dalla strada non la vedi. Devi percorrere un viottolo privato per raggiungere il civico nove. La numerazione infatti salta dal 5 all’11. E quando entri in questo interno sembra di essere paracadutati in un’atmosfera surreale. Le abitazioni che si incontrano prima di raggiungere il nove hanno le tapparelle abbassate, si sentono solo i passi sull’asfalto che rompono le foglie secche cadute dagli alberi, gli uccelli che si levano in aria, disturbati da quei passi, e i cani che abbaiano. Un grande prato sulla destra e poi la villa.
Rosa ha vissuto tra queste mura fino all’ultimo quando poi un tumore se l’è portata via. I manifesti affissi per le vie del paese mostrano il suo volto sorridente, i capelli biondi corti che mettono in risalto due grossi orecchini pendenti. L’ultimo saluto di una comunità e dei parenti.
È mancata all’affetto dei suoi cari. Lo annunciano con dolore i figli Valerio e Elda, la nuora Dianora, il genero Paolo, i cari nipoti.
Sotto però non c’è il nome di Gabriella.
La scoperta
Il figlio, dopo i funerali, decide di entrare nell’appartamento, accanto a quello in cui vive con la moglie, la figlia di Graziella Giraudo. In una stanza, scopre un corpo mummificato. È quello della suocera. Statuaria seduta su una poltrona, e la mano destra alzata in segno di benedizione. Le gambe avvolte in teli bianchi come un sudario. Un mistero che appassiona più i forestieri che quelli del luogo. «Non si sentono toccati da questa vicenda – racconta Mauro, cameriere in una pizzeria – Alcuni ancora oggi dicono di non aver sentito nulla di questa storia». Difficile credere che qualcuno non si sia ancora accorto di niente. Più che altro per quelle telecamere delle televisioni accampate in paese. «Tutti sanno tutto di tutti, ma poi ognuno si fa i fatti propri», aggiunge Mauro. Non omertà ma connivenza.
I complici di Rosa
Se è ormai assodato che sia stata Rosa a mummificare Graziella , allo stesso tempo c’è il sospetto che non abbia potuto fare tutto da sola. Al plurale parla anche il pubblico ministero Massimiliano Bolla titolare dell’inchiesta: «Non aveva le conoscenze scientifiche».
Gabriella Giraudo a un certo punto della sua vita sparisce. Rosa a tutti racconta che è partita per un viaggio. Non si può quantificare il tempo in cui Graziella è diventata un fantasma. Anche per la figlia. Quando viene a mancare l’amica i parenti non si pongono il problema di come fare a raggiungerla per darle la cattiva notizia.Una versione che ha fatto storcere il naso agli investigatori.
«E’ come quando muore un marito o una moglie: uno non vuole separarsi dal quel corpo – teorizzano da Borgo San Dalmazzo – così ha fatto la Rosa. E sicuramente l’hanno aiutata». Il pm Bolla non tralascia nulla: anche che i parenti ne fossero al corrente di tutto. Poi, quando Rosa è morta, la “guardiana della mummia”, bisognava liberarsene. Un finto ritrovamento insomma, con tanto di stupore e incredulità.
Quell’odore di canfora
I vicini non vedevano le due donne insieme da anni. I pochi che parlano confermano che la mummia quando era viva fosse una santona. Però non c’è memoria di persone in fila davanti al nove di via Pedona. Da lei andavano, per farsi leggere il futuro nei tarocchi o per essere guariti, un giro molto ristretto di persone. Ma di santità nella villa, il giorno in cui i carabinieri sono entrati, c’era ben poco. Solo un profumo di fiori: oli ed essenze che con la canfora sono state usate sul cadavere di Graziella, utili nella mummificazione naturale. La Tac e gli esami eseguiti dal medico legale Mario Abrate confermano che gli organi interni sono ancora intatti.
Potrebbe essere tornata utile anche quella grossa quantità di grasso di animale che la Rosa aveva chiesto al macellaio, per confezionare essenze, come faceva il protagonista del Profumo di Süskind, ma che la donna utilizzava per trattare la pelle della morta. Amore e morte. Connubio vitale.
Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere.
L’atto d’amore e la verità
Intanto in via Pedona il silenzio è rotto da un allarme che urla. In questa ragnatela urbana ultimamente è difficile trovare qualcosa di razionale. Tutto, come detto, è surreale: quella poltrona, quella donna senza vita, dal volto perfetto, dal colore del cuoio, posizionata in quella posa, dentro una stanza semibuia. Vicino a lei Rosa, che le parla. Le racconta la paura e di come vorrebbe sentire dalla bocca dell’amica parole di conforto, un aiuto silenzioso per combattere quella malattia che la sta divorando.
Come abbiamo detto all’inizio non scomodiamo sette e riti esoterici. Chi indaga conosce bene il paese è sa che qui divinità pagane o il diavolo non hanno spazio. Nulla che faccia pensare ad una comunità dai due volti: quello bigotto, che la domenica sceglie in quale delle tante chiese romaniche presenti in paese andare a pregare e l’altro superstizioso, al punto di avere una dea del borgo, mummificata a cui chiedere una grazia. Teoria allettante per un romanzo. Ma qui la realtà è già un libro scritto, dove le protagoniste sono le due donne, che non si sono separate nemmeno dopo che una di loro ha lasciato l’altra.
Solo un atto d’amore. Quello di tenere ancora con sé il corpo dell’amica. E la paura di rimanere da soli. In un paese dove se sparisci per oltre un anno nessuno si chiede dove sei finito. Neanche i tuoi figli. Forse.
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