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sabato, 25 Maggio 2024

La guerra all'Isis e l'inaspettata mobilitazione (dei curdi)

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Non si creda, i tempi e i caratteri della guerra non sono sempre gli stessi, non sono contraddistinti da una supposta immutabilità che, laddove asserita, testimonia spesso il freno dell’ideologia: è comune la sua matrice, identica è la sua barbarie, ma la progressiva trasformazione del sistema mondo, quantomai dell’area orientale, obbliga a riconsiderare e mutare le lenti d’osservazione per comprendere quanto sta avvenendo. In Iraq e in Siria, innanzitutto. Il conflitto che si sta combattendo, nella sua disomogeneità e confusione, è un step differente e successivo all’invasione compiuta dalle truppe di George W. Bush nel 2003 contro Saddam Hussein, così come è diverso il contesto dell’operazione d’occupazione dell’Afghanistan avvenuta qualche anno prima, nel 2001. Oggi lo spazio della contestazione della guerra non è attraversato dall’attivismo dei movimenti per la pace o da altre soggettività in mobilitazione. Nel deserto delle piazze così come nell’assenza di un manifestato No sono due gli elementi da cogliere nell’odierna realtà che si affaccia dalla finestra del teatro del conflitto d’Oriente: l’impegno politico delle realtà curde d’Europa così come l’avvertito rovescio delle tradizionali parole d’ordine. La richieste della guerra, di un intervento reale e approfondito, contro i territori e le avanzate delle milizie Isis, è questo il brand delle mobilitazioni che fin qui ci sono state, che hanno saputo occupare lo spazio pubblico. Evidente è l’anomalia e la novità della problematica faccenda, che si sta andando a distinguere nel segno della particolarità della guerra in corso.
I morti in Turchia e le proteste in Europa
Il cuore pulsante delle mobilitazioni contro l’Isis, in sostegno della resistenza curda e quindi di un impegno maggiore della coalizione internazionale è la Turchia, o meglio, lo sono le città a maggioranza curda. Mentre prosegue l’assedio di Kobane, in tante zone del Kurdistan turco tante persone sono scese in piazza nella giornata di ieri. Nel Sud-est del paese si sono verificati scontri fra i dimostranti e le forze dell’ordine, cannoni ad acqua e lacrimogeni sono stati utilizzati per reprimere e sciogliere le proteste. I media turchi riferiscono di nove persone uccise dalla polizia, nella provincia orientale di Mus Varto e in quella di Diyarbakir, il centro a maggioranza curda più grande della Turchia. Sempre ieri un centinaio di curdi ha fatto irruzione nel Parlamento europeo, a Bruxelles, riuscendo a eludere la sorveglianza. I manifestanti hanno chiesto la solidarietà da parte dell’Unione Europea per i massacri subiti dalla popolazione del Kurdistan. Sono stati ricevuti dai capigruppo socialista e democratico dell’Europarlamento, Gianni Pittella e Gabi Zimmer, i quali hanno espresso la loro solidarietà, utilizzando un inclusivo ma poco credibile “noi”, per testimoniare una vicinanza e una comunanza negli intenti che appare alquanto artificiale. L’azione di Bruxelles è solamente l’ultima di una serie: manifestazioni, sit-in e cortei dei curdi si sono svolti all’aeroporto di Fiumicino e in piazza Duomo a Milano così come per le strade di Berlino, Amsterdam, Parigi, Francoforte, Vienna e Nicosia, caratterizzate tutte dalle bandiere curde raffiguranti il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), Abdullah Ocalan, e dagli striscioni in favore dell’indipendenza del Kurdistan e contro l’immobilismo dell’Unione Europea riguardo la guerra all’Isis.
La realtà delle piazze
Questo il temperamento e la natura delle piazze che sono in mobilitazione, non propriamente contro la guerra, raccolte più che altro in favore di un’irrisolta battaglia politica, quella per il Kurdistan che ancora non c’è. L’osservazione di questo livello di realtà riporta immediatamente a galla il gratuito feticcio interessato di un certo giornalismo sul tema della guerra: da più parti, in queste settimane, è stata invocata un’esigenza di mobilitazione dei musulmani d’Europa contro l’Isis, alludendo ai pericoli delle scontro di civiltà e al connesso terrorismo internazionale, come se la responsabilità della guerra risiedesse in coloro che credono nell’Islam e non in tutto quel marasma atlantico che l’ha scaturito e stimolato, facendo ritrovare, nuovamente, l’Occidente nella situazione di avere tra le mani un’altra miccia oramai scappata di mano. L’incendio di una bandiera nera dell’Isis per mano di un musulmano val bene per un talk show in prima serata tv, per l’origine di un artificiale spettacolo, animato e indirizzato da terzi, non certo come contributo per la comprensione di una guerra di cui tutti parlano ma che pochi sembrano capire.

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