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sabato, 25 Maggio 2024

E’ cambiata la musica: la gente non scende più in piazza

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Giulia Zanotti
Giulia Zanotti
Giornalista dal 2012, muove i suoi primi passi nel mondo dell'informazione all'interno della redazione di Nuova Società. Laureata in Culture Moderne Comparate, con una tesi sul New Journalism americano. Direttore responsabile di Nuova Società dal 2020.

di Giulia Zanotti

“The time they are a changin”, “I tempi stanno cambiando” cantava Bob Dylan nel 1964 sull’onda di un periodo storico di grandi rivolgimenti politici e culturali. Cinquant’anni dopo siamo di fronte a una nuova fase di rivolgimenti nella società che inevitabilmente si riflettono anche sul grande pubblico dei concerti musicali e degli spettacoli.

«È tutto diverso rispetto a prima», spiega Luciano Casadei, patron di Metropolis e di Radar, le società che organizzano i principali eventi culturali e musicali a Torino. Non c’è però nelle sue parole la nostalgia del passato, piuttosto la consapevolezza di chi ha vissuto in prima persona gli ultimi quarant’anni della storia della musica italiana.

Dalle radio libere degli anni Settanta, quando fu tra i fondatori di Radio Flash, finanziata in buona parte proprio dai proventi dei concerti organizzati con gli anni Ottanta, Casadei fonda la sua società. A raccontare un’epoca sono i muri del suo ufficio, nel quartiere Vanchiglia: con il poster della tre giorni di concerto dei Rolling Stones allo Stadio Comunale di Torino nel luglio dell’82, passando per Bob Marley e Bruce Springsteen fino ai cantautori italiani: «Baglioni, Dalla, Guccini, De Andrè, Paolo Conte, per fare solo alcuni nomi, anche se possiamo dire che abbiamo lavorato con tutti».

Ma che cosa è cambiato nel panorama musicale e nel pubblico del 2016 rispetto a quegli anni in cui ha iniziato la sua attività?

È cambiato tutto, perché è cambiata e di molto la società. Negli anni Settanta la musica era un veicolo politico e culturale. Si ascoltavano i gruppi americani perché simboleggiavano la liberazione giovanile e i cantautori italiani perché scrivevano testi di protesta e di impegno rispetto alle vicende politiche. D’altronde erano anche anni in cui di fronte alle vicende nazionali e non ci si interrogava, si rifletteva e si organizzavano manifestazioni. E la musica di molti cantanti rifletteva questo sentire.

E ora, invece?

Ora non più. La gente non scende più in piazza, si interessa meno di quello che accade. E la conseguenza è che anche la musica è diversa, è solo divertimento.

È così sbagliato considerare la musica solo un divertimento?

Non è che sia sbagliato che la musica faccia divertire, ma di sicuro non troviamo più artisti che nei loro testi mettono un certo impegno sociale. Non ci sono più messaggi impegnati nelle canzoni di oggi e non ci sono più cantanti che prendono dichiaratamente una posizione, forse qualcuno ma sono molto rari. C’è solo opportunismo e convenienza.

In che senso?

Nel senso che nessuno si schiera contro i poteri forti. Nessuno si schiera da una parte o dall’altra. Forse solo nei testi dei rapper troviamo qualche messaggio più impegnato, ma nulla di più. Certo anche negli anni Settanta e Ottanta c’era di sicuro del conformismo, anche perché molti artisti trovavano nei palchi delle feste dell’Unità i loro principali ingaggi, ma era diverso. Ora il disimpegno politico si riflette anche sulle canzoni.

Quindi meglio tematiche allegre e leggere, giusto?

Diciamo che sembra che stiamo tornando ai tempi del Festival di Sanremo degli anni Cinquanta, con Nilla Pizzi e “Grazie dei fiori”.

Questo disinteresse nell’impegno sociale si riflette anche sul pubblico che affolla i concerti?

Di sicuro è cambiato anche il modo di organizzare i concerti e lo spazio da dare agli artisti. Un po’ perché ormai alcune multinazionali hanno il monopolio dell’organizzazione della maggior parte degli eventi. Un po’ perché il mercato discografico è deciso per lo più dalla tv e dai talent show e anche le casa di produzione vanno in quella direzione.

Dunque il vostro pubblico è più o meno lo stesso che guarda “Amici” o “X Factor”?

Certo. Dobbiamo dire che nonostante l’Italia sia il Paese europeo con il prezzo dei biglietti più alto, si continua a vendere. Ma a trainare sono i grandi artisti. Grandi nel senso che piacciono al pubblico, al di là del vero talento musicale. I cantanti dei talent show, quelli che piacciono alle ragazzine, che poi molti sopravvivono solo un paio di stagioni. Altri, come Mengoni e i Modà continuano invece ad essere richiesti. Di sicuro sono penalizzati gli artisti medi, quelli su cui le case discografiche investono meno perché hanno meno mercato.

E i meno giovani?

Beh, le generazioni più mature vanno meno ai concerti. Si muovono per i cosiddetti mostri sacri, Bob Dylan e Bruce Springsteen mobilitano le folle di chi ha qualche anno in più.

Che dire dei festival musicali che tanto successo hanno all’estero e che in Italia dopo il boom all’inizio di questo secolo sono scomparsi?

In Italia non c’è l’abitudine di questi festival intesi come negli altri Paesi europei in cui si sta per giorni, campeggiando e vivendo lì. Erano per lo più spettacoli o itineranti come il Festivalbar o che duravano qualche giorno come l’Heineken Jammin Festival. Molti erano completamente gratuiti, a dispetto dei costi notevoli che mettere in piedi un evento simile ha. Non potevano sopravvivere a lungo.

 

Da “Nuovasocietà” n° 5 del 15 maggio 2016 casadei

 

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